18 Dicembre 2006 Egregi Direttori e Direttrici,
scriviamo a voi come estremo tentativo di dialogo, perché non si dica: non lo sapevamo. Ci appare evidente che la questione dell’ST di Catania susciti risposte distratte ed infastidite. Quasi di circostanza, come si usa fare con chi ci inopportuna con continue richieste di soldi e di aiuto. Questo, se da una parte evidenzia la pochezza della nostra classe dirigente, di fatto mette il nostro territorio di fronte alla prospettiva dell’ennesimo fallimento industriale. Dopo l’allarme lanciato nel 2004, l’azione del sindacato è culminata con lo sciopero e la manifestazione del 15 Novembre 2006. Altre iniziative ci saranno ancora, ma è chiaro che i lavoratori da soli non potranno affrontare e risolvere questa vertenza. I fatti sono noti e checché se ne dica, riguardano non solo l’incertezza sull’avvio del nuovo modulo a 12” denominato M6, ma più in generale la mission del sito di Catania. Cioè: il ruolo industriale dello stabilimento catanese nei programmi futuri di ST. In una fase di generale delocalizzazione delle produzioni verso i siti asiatici, i territori "politicamente" più deboli come quello siciliano rischiano di essere marginalizzati, perche` troppo "cari" per prodotti a basso margine e non sufficientemente strutturati per avviare e sviluppare prodotti innovativi ad alto valore aggiunto. Con la perdita di M6, se il piano industriale non dovesse essere riscritto, il sito di Catania sarebbe posto in una condizione di estrema fragilita` e non avrebbe le condizioni minime per continuare a produrre con profitto sufficiente a garantire il futuro degli uomini e delle donne che in esso lavorano. ST abbandona un territorio dove ha attinto a ingenti finanziamenti pubblici e dove gli stipendi sono scandalosamente più bassi di tutto il resto d’Italia e d’Europa. Al punto tale che parlare di delocalizzazione verso aree a più basso costo, nella migliore delle ipotesi fa sorridere con l’amaro in bocca. Anche per la colpevole assenza dei media, l’entità della questione oggi sfugge all’opinione pubblica. Ma del terremoto sociale all’orizzonte parlano i numeri: 4700 dipendenti diretti di ST ed altrettanti dipendenti nell’indotto. E solo in Sicilia, terra di famiglie monoreddito e di vacche magre per i lavoratori onesti. Sentire i sedicenti politici e i rappresentanti delle Istituzioni, dal Comune alla Provincia, dalla Regione Sicilia fino al nuovo Governo di centrosinistra, parlare genericamente ed in maniera inconcludente di sviluppo del Mezzogiorno determina, su chi come noi ogni giorno combatte sul mare aperto e tempestoso della competizione globale, un senso di frustrazione e di disinteresse verso la res pubblica. Evidentemente è proprio questo, ciò che si vuole: l’alienazione dalla cosa pubblica.
È quanto mai indispensabile e urgente un tavolo nazionale in cui Sindacato, Direzione Aziendale e Governo mettano in chiaro i rispettivi punti di vista e chiariscano quale futuro si prospetta per la produzione dei semiconduttori nel mezzogiorno d’Italia e a tutta la ricerca e l'innovazione cui essa é collegata.
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Altrimenti, resterà viva la sensazione che il silenzio del Governo sia complice dell’omertà dell’azienda e che la sorda assenza dei nostri politici altro non sia che connivenza con le politiche della multinazionale italo-francese.
E alla chiusura del tavolo, se le conclusioni non dovessero essere quelle auspicate da noi dipendenti, sarebbe più onesto che ci si dica con sincerità che anche nel settore della microelettronica – un mercato di 800 miliardi di dollari, superiore a quello automobilistico e capace di generare un valore aggiunto superiore ad ogni altro settore -l’epoca dello sviluppo sostenibile e qualificato è già morta e sepolta e che ST Catania andrà incontro ad una progressiva quanto inarrestabile obsolescenza industriale. Almeno, avremo tempo ed energie per cercare altro. Non ci si può chiedere di restare inermi di fronte a una lenta agonia che in pochi anni ci lascerà senza lavoro. In quegli stessi anni, i nostri signori della politica e gli yes man dell’azienda ultimeranno le loro fatiche per conseguire una lauta, gratificante e serena pensione, incuranti di cosa si lasceranno alle spalle. Cioè noi. Manager, dirigenti, tecnici, ingegneri. Dottori in fisica, in chimica, in matematica. Periti industriali, informatici. Disoccupati. Ancora una volta, come molti altri, saremo costretti a muoverci verso Paesi più attenti al valore etico e sociale del lavoro, in cui le prospettive dell’industria ad alto impatto innovativo non siano la coda stanca della finta agenda politica della nostra presunta classe dirigente. Dipinte su questo fallimento, resterebbero le magnifiche sorti e progressive delle politiche di sviluppo per il Sud d’Italia. E, sempre in questa terra splendida e disgraziata, un capitale umano che dovrebbe interessare qualunque troglodita della politica ed invece lascia del tutto indifferente la nostra classe dirigente. Atteggiamento ancor più fastidioso, al ricordo delle code di questuanti in fila alle porte della nostra azienda per mendicare posti di lavoro nei recenti periodi di abbondanza e di vacche grasse. La RSU FIOM St Microelecttronics di Catania | |