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Lo sciopero del 13 prossimo,
indetto dalla Fiom e dalla Funzione pubblica Cgil, che vedrà scendere in
piazza a Roma in un’unica manifestazione due categorie di lavoratori
fondamentali per il presente e il futuro del Paese come i metalmeccanici
e i dipendenti pubblici, è di per sé una novità di rilievo, e va
sostenuto per tanti motivi. Ma in questo passaggio cruciale dell’Italia,
lacerata da una crisi economica e sociale, al tempo stesso
istituzionale, politica e morale, emerge soprattutto una
motivazione che a mio parere più
di ogni altra, proprio in questo momento, si fa apprezzare.
E’ l’unità conquistata su una piattaforma di lotta
alla recessione, per i diritti e per la tutela di occupazione e salari,
da due settori del lavoro dipendente in apparenza molto distanti, e
spesso giocati l’uno contro l’altro dai governi e dalla Confindustria.
Un segnale e una scelta di particolare rilievo perciò, in controtendenza
rispetto alla frantumazione del lavoro, alle divisioni tra categorie e
interne alle categorie, alla contrapposizione spesso scientificamente
praticata tra uomini e donne, tra “garantiti” e precari, tra nativi e
stranieri, tra giovani e anziani. In una parola, rispetto alla
svalorizzazione del lavoro che, al fondo, è all’origine della crisi
globale.
La vicenda clamorosa della Lindsey Oil nel
Lincolnshire, dove i lavoratori britannici oppressi dalla disoccupazione
ed espropriati del futuro hanno scioperato contro i loro “colleghi”
italiani e portoghesi reclutati dalla Total, è indicativa del livello
altamente conflittuale che può raggiungere la concorrenza tra operai
senza lavoro e in apprensione per sé e per le proprie famiglie. Un
fenomeno non nuovo, anzi tipico degli albori del capitalismo, quando i
salariati non avevano rappresentanza sindacale e politica, e che oggi si
ripete in forme diverse e meno vistose in tante regioni dell’Europa e
dell’Italia.
Ma se la competizione spietata tra chi vive del
proprio lavoro certifica inequivocabilmente il fallimento della
globalizzazione del capitale magnificata come l’epifania della crescita,
del benessere e della sicurezza - vale a dire di un modello sociale che
si sta risolvendo in una catastrofe umana e ambientale proprio perché
fondato su un gigantesco processo planetario di subordinazione e di
precarietà del lavoro - , non è pensabile di poter uscire dalla crisi
con un ritorno al passato. Le politiche protezioniste e nazionaliste,
con l’innalzamento di nuove barriere, finirebbero per rendere esplosive
tutte le contraddizioni senza mettere in discussione il modello sociale.
Vale a dire che le toppe sarebbero persino peggio dei buchi.
Perciò mi pare di fondamentale
importanza il messaggio che la giornata del 13 ci manda: per uscire
positivamente dalla crisi, per tutelare diritti, salari e occupazione,
ma anche per difendere la Costituzione
e
la Repubblica democratica,
è necessaria la ricomposizione unitaria del mondo del lavoro, una nuova
centralità dei lavoratori e delle lavoratrici nelle scelte sindacali e
di governo. E per questo è necessario praticare l’esercizio della
democrazia e forme di lotta che indichino obiettivi concreti, capaci di
guadagnare consensi di massa, non solo sul terreno sindacale ma anche su
quello politico.
Ciò vuol dire, per essere chiari fino in fondo,
riconoscere i caratteri e gli interessi dei lavoratori del XXI secolo,
distinguendoli e separandoli da quelli del capitale, spostando il centro
di gravità del conflitto dalla dispersione tutta interna al pluriverso
dei lavori sull’asse discriminante della dualità lavoro-capitale. E
poiché le scelte del governo, al di là della loro inconsistenza, vanno
nella direzione esattamente opposta, sia nella versione più vicina alla
Confindustria, sia in quella che si riconosce nella “territorialità”
della Lega, esse vanno duramente contrastate.
Depurata della demagogia contro i padroni, la
posizione leghista in realtà azzera nei territori la dualità
lavoro-capitale, ponendo al centro un duplice conflitto: contro lo Stato
che deruba i “padani” delle loro ricchezze, e contro gli “stranieri” non
padani che rubano il lavoro. Da una parte, si tende a consolidare un
blocco d’ordine che mette insieme padroni e salariati, spostando tutte
le contraddizioni all’interno del lavoro dipendente. Dall’altra, si
ripristina il vecchio Stato gendarme con funzioni repressive contro gli
“altri”. Nell’un caso e nell’altro si diffonde la paura, si piccona lo
Stato di diritto, si rafforza in ultima istanza il dominio del capitale
sul lavoro, mentre il tessuto sociale si disgrega e il Paese si
disunisce.
La retrocessione verso il protezionismo, il
nazionalismo, la “territorialità” e il localismo miope, la costruzione
di nuove muraglie non solo psicologiche nella fase più drammatica della
crisi, quando si perdono milioni posti di lavoro e nel pianeta cresce la
miseria, generano solo rancore e odio alimentando i razzismi e la
sindrome della lotta di tutti contro tutti. È il brodo di coltura in cui
si moltiplicano i bacilli della violenza, delle svolte reazionarie e di
destra, di una guerra senza vincitori né vinti perché porterebbe alla
dissoluzione del pianeta.
Sono forti le ragioni per raccogliere il segnale di
luce che i metalmeccanici e i lavoratori pubblici hanno acceso
illuminando la strada della ricomposizione unitaria del lavoro: muovendo
dal basso, dalle fabbriche e dagli uffici, come pure dai territori, per
innovare sindacati e politica riempiendoli di contenuti, allargando
l’orizzonte alla dimensione nazionale, europea e globale. Ormai è chiaro
che a livello europeo c’è bisogno di una nuova impostazione sindacale e
politica, che faccia del parametro lavoro la misura di riferimento per
l’integrazione: massima occupazione come obiettivo strategico da
perseguire; contratto europeo per le categorie fondamentali della
produzione industriale e agraria, della ricerca e dei servizi; parità di
salario tra uomini e donne per parità di prestazione; diritto al lavoro
come fondamento della libertà e dell’uguaglianza, e dunque eliminazione
del precariato e di ogni restrizione alla libera circolazione delle
persone.
Anche a livello nazionale la ricomposizione unitaria
del lavoro, al fine della valorizzazione massima delle lavoratrici e dei
lavoratori nella società e nella politica, assume il significato di un
obiettivo strategico verso il quale occorre con determinazione
incamminarsi per tre principali ragioni. Innanzitutto, per uscire dalla
crisi attraverso il cambiamento del modello economico-sociale. Senza di
che, se si continuano a privilegiare rendite e profitti, non si
rimuovono le cause di fondo della crisi e l’Italia rischia di andare a
picco. Le misure del governo non sono altro che elargizioni a pioggia,
insufficienti nelle quantità
e sbagliate nella sostanza perché prive di una visione strategica e
perché non collegano gli incentivi alle imprese con la garanzia
dell’occupazione e con il vincolo ambientale.
Ma c’è di più, dal momento che
l’accordo siglato da governo e Confindustria con Cisl, Uil e Ugl sul
modello contrattuale, nel tentativo di isolare
la Cgil
si qualifica in realtà come un errore capitale di cui tutti rischiamo di
pagare le conseguenze. Perché, colpendo i salari e depotenziando il
contratto nazionale, in definitiva si finisce per incentivare il
diffondersi della crisi, indebolendo le difese del Paese. Come ha
spiegato con dovizia di argomenti sul
Corriere della sera del 5
febbraio Robert Reich, ex segretario al lavoro nell’amministrazione
Clinton, un moderato abituato a fare i conti con i fatti e non a
raccontare favole, la recessione è cosi grave perché si è fortemente
ridotto il potere d’acquisto dei salari in conseguenza
dell’indebolimento dei sindacati e del calo della sindacalizzazione dei
lavoratori. Per cui la ricetta per la ripresa è: salari più alti e
maggiore potere contrattuale ai lavoratori. Una ricetta che viene
dall’America, alla quale forse non saranno insensibili i signori Bonanni
e Angeletti e la signora Polverini, i quali per ora si rifiutano di
sottoporre al referendum di tutti i lavoratori gli accordi che hanno
firmato. Un’idea strana della democrazia, proprio nel momento in cui la
democrazia di questo Paese è messa a rischio.
Forse – e in secondo luogo - ai più sfugge che per la
tenuta democratica dell’Italia la ricomposizione unitaria del mondo del
lavoro e il protagonismo dei lavoratori è un fattore decisivo. Anche per
questa seconda e fondamentale ragione vanno respinte con nettezza le
iniziative del governo volte a limitare il diritto di sciopero, come
pure la linea convergente Sacconi-Giavazzi-Ichino, che in nome delle
“riforme” lavoriste mira a scambiare sussidi con diritti (come
l’articolo 18). Pensare che si possano difendere i diritti civili sulle
macerie di diritti sociali è fuori dalla logica democratica e da ogni
concreta possibilità. A tale proposito, e a maggior ragione in presenza
degli sviluppi drammatici della crisi, siamo ancora in attesa che il
segretario Veltroni smentisca l’affermazione secondo cui «se l’economia
va male, non ci può essere giustizia sociale». Un principio del tutto
demodée e difficile da attribuire a chi dichiara di voler combattere la
destra.
Infine, ultimo ma non per
importanza, il riconoscimento del valore centrale del lavoro nella
società e nella politica è il presupposto imprescindibile per la
ricostruzione di una sinistra che voglia avere consenso di massa e si
proponga di trasformare la società. Un tema che non si può omettere, e
su cui bisognerà ritornare. Per ora constatiamo che di fronte alla crisi
del capitalismo di questo secolo, la sinistra non dispone di una visione
comune e adeguata circa il modo di avviare un modello diverso
dell’economia e della società. Ma proprio perciò è di grande valore lo
stimolo che potrà venire dalla giornata del 13: ricominciare dal lavoro,
fattore costitutivo della persona e coesivo della società, fondamento
della libertà e dell’uguaglianza, come del resto la Costituzione
prescrive.
Paolo Ciofi
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