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Un progetto senza sacrifici
Intervista a Guglielmo Epifani alle prese con appuntamenti cruciali:
centenario della Cgil, crisi economica, elezioni politiche, congresso.
«La confederalità è l'unica risposta possibile alle domande di sicurezza
sociale del lavoro»
Il leader del più grande sindacato italiano spera in una svolta politica
e chiede un progetto per il paese: «Ma al centrosinistra dico che non
dovrà essere il mondo del lavoro a pagare i costi dei guai provocati dal
centrodestra»
GABRIELE POLO
Un compleanno importante, un quadro sociale e politico difficile, un
congresso inedito. Questo il futuro prossimo di Guglielmo Epifani e su
questo interroghiamo il segretario generale della Cgil.
Cento anni dopo cosa significa «Confederazione generale», quanto è
rimasto della rappresentanza del lavoro e quanto questa si è trasformata
in agire politico?
La storia della rappresentanza generale del lavoro da noi è parte
fondante della storia italiana. Non è solo una storia di parte, e lo si
vede in tutti i suoi passaggi, dai primi scioperi generali al biennio
rosso, dall'avvento del fascismo alla Liberazione, dalla ricostruzione
alle conquiste di civiltà degli anni `60-70. Per questo noi,
ripercorrendo questa storia, vogliamo rivitalizzare la memoria
aggredendo il rilievo che il lavoro continua ad avere nelle nostre
società e capire che fare di fronte ai problemi dell'oggi.
Ma il lavoro ha ancora un valore generale?
Io credo proprio di sì, anche se si cerca di rimuoverne la centralità.
E' il fondamento materiale della ricchezza comune e poi se guardiamo al
mondo il ruolo del lavoro umano cresce.
L'obiezione è che da noi il lavoro non produce più identità, che il
lavoratore è prima di tutto un cittadino, per cui anche il sindacato da
rappresentanza di parte diventa soggetto politico...
Il sindacato nasce con la fabbrica, il lavoro salariato nelle campagne e
dalla richiesta di rappresentare la forma moderna del lavoro. Oggi la
domanda di rappresentanza non diminuisce, anzi nel mondo cresce proprio
di fronte alle nuove forme della produzione che frammenta il lavoro come
mai nel passato, dalle delocalizzazioni alla proliferazione dei servizi.
E' difficile trovare una sintesi a questa frantumazione, ma la domanda
cresce. Perché altrimenti, in Italia, crescono gli iscritti tra i
lavoratori attivi?
Forse perché non c'è più una rappresentanza politica del lavoro e il
sindacato ha più spazio. Ma proprio per questo è in difficoltà perché
chiamato a rappresentare «politicamente» un lavoro cambiato al punto da
non produrre più dal suo interno una spinta comune; anzi, a volte le
spinte sembrano divergenti. Come tenerle insieme?
Dobbiamo dare risposte sia ai nuovi lavoratori poveri che a chi è più
tutelato, ai precari come a chi è a tempo indeterminato, con
contraddizioni che possono trasferirsi nella stessa rappresentanza ed
essere conflittuali. Il compito della confederalità è quello di
ricostruire quotidianamente il filo di una possibile coalizione tra
diversi. In un mondo in cui si veicola la centralità «dell'individuo
solo»: l'attacco che noi abbiamo subito dal governo di centrodestra si
posa sul tentativo di indebolire la rappresentanza sociale colpendola
nella sua funzione di rappresentanza collettiva, a partire dal ruolo
contrattuale.
La parola chiave per una nuova rappresentanza generale del lavoro?
La risposta più semplice è «solidarietà», ma aggiungerei «sicurezza»,
letta all'opposto di come oggi viene intesa per drammatizzare le
relazioni sociali e impaurire le persone. La forma collettiva della
rappresentanza è oggi quella che risponde meglio alle domande di
sicurezza sul proprio futuro della grande maggioranza dei lavoratori. La
contrattazione collettiva oggi è ancora più importante e utile di quanto
era cento anni fa per rispondere alle domande sociali.
Ma la realtà oggi è più complessa. Una delle debolezze maggiori del
movimento sindacale è la sua incapacità ad agire globalmente. Penso
all'Europa: esistono indirizzi politici ed economici comuni e, invece, i
sindacati nazionali vanno si muovono in ordine sparso, spesso propongono
soluzioni diverse. Non è un problema?
Questo è il ritardo più grosso e delicato. Eppure il sindacato e il
movimento operaio delle origini sono nati con una grande vocazione
internazionale, pensa alla battaglia per le otto ore. Oggi non riusciamo
a uscire dai confini nazionali mentre questi significano sempre meno. Ci
mancano punti di riferimento istituzionali con cui confrontarci e così
molti sindacati nazionali non intendono delegare sovranità contrattuali
a sedi europee. Alla fine prevalgono gli interessi locali. Che sono
perdenti.
Ma non sono anche i vincoli monetari su cui si basa l'Europa a
generare queste divisioni?
Certo, perché il sindacato è sempre stato un agente di regolazione, una
regolazione che viene messa in discussione alle radici. Di fronte a
questo il sindacato italiano si batte per trasformare la Ces da
coordinamento di sindacati diversi a un vero sindacato europeo che sulle
materie comunitarie sia in grado di contrattare. Questo si scontra con
la volontà del sistema delle imprese che puntano sulle divisioni della
forza lavoro. Si pensi alla Bolkestain. Ma è uno sforzo che dobbiamo
continuare a fare.
Veniamo ai fatti di casa nostra. Stiamo vivendo una fortissima crisi
di un paese che era industriale e che oggi lo è molto meno. Quale idea
di paese avete per affrontare quello che voi stessi avete chiamato
declino?
Il declino è confermato da decine di crisi industriali. Oggi dobbiamo
riprogettare il paese: siamo su un crinale, possiamo arretrare o trovare
un nuovo slancio. Io insisto che si deve partire dalla difesa del lavoro
industriale, perché ancora oggi oltre il 23% della nostra occupazione è
manifatturiera. E' un patrimonio fondamentale: si tratta di partire da
questo dato per accrescere il valore che la produzione industriale
produce, puntando a un'industria di qualità, l'unica che ci consente di
produrre anche servizi di qualità. Serve un progetto per il paese.
Stai parlando di programmazione?
Si, di una nuova programmazione in un mondo globale: si devono indicare
degli obiettivi e spiegare con quali strumenti e quali politiche,
recuperando il valore della partecipazione. Quando oggi parliamo di
concertazione non pensiamo ad accordi centralizzati che tengano sotto
controllo i salari, ma a un piano generale di sviluppo che abbia delle
sedi di confronto tra governo e parti sociali. E in cui ognuno esprime
in maniera trasparente e pubblica le proprie opinioni. Senza la
possibilità di svicolare o dire le bugie sulle scelte di politica
economica generale, come sta avvenendo oggi.
Questo governo ha fatto un sacco di guasti, ma paradossalmente,
cercando di distruggervi ha rafforzato il ruolo politico della Cgil. Non
temete che con un governo «amico» la situazione si rovesci? Che vi
chiedano di contenere il conflitto per gestire nuovi sacrifici per il
risanamento?
No. La sconfitta elettorale del centrodestra - per quanto ho detto
finora - è essenziale. L'attuale governo e la Confindustria hanno scelto
inizialmente lo scontro frontale e non sono passati. Ora però l'attacco
del governo continua in forme diverse, cercando di delegittimare il
sindacato, ignorandolo, svuotando la sua possibilità di ottenere
risultati. Si pensi agli accordi firmati e non onorati per il pubblico
impiego. E' un attacco più subdolo per convincere il mondo del lavoro
che il sindacato è inutile, anche quando fa accordi perché quegli
accordi poi non portano a nulla. Un cambio politico per noi è
fondamentale. Le preoccupazioni per il futuro riguardano prima di tutto
l'eredità che questo governo lascerà, dall'indebitamento alla crisi
industriale, dalle infrastrutture al Mezzogiorno. In un paese sempre più
diviso, in cui la forbice tra poveri e ricchi si è allargata. Per questo
un nuovo governo deve essere consapevole della situazione e predisporre
un progetto sapendo che non può chiedere a chi si è impoverito di pagare
i prezzi del risanamento. Non siamo nel `91-92.
Quindi nessun accordo governo-sindacati di quel tipo?
No, non si risorge dal declino puntando sul controllo dei salari e
premendo sulle prestazioni di lavoro.
Tre proposte per i primi cento giorni di un ipotetico governo di
centro sinistra.
Intervento sul fisco, dall'equiparazione delle aliquote sui rendimenti
finanziari al ripristino dell'imposta di successione sulle grandi
ricchezze e nuovo impulso alla lotta all'evasione fiscale. Cambiare le
leggi sul mercato del lavoro a partire dalla legge 30 e quelle su scuola
e università.
Avete iniziato il vostro congresso. C'è chi dice che è un congresso
finto...
Questo è un congresso inedito nelle sue modalità, ma non è estraneo
all'iniziativa sociale. Anzi, la discussione congressuale vive dentro le
iniziative che abbiamo programmato, dallo sciopero generale del 25 ai
contratti. E' un congresso che ha come parola d'ordine «riprogettare il
paese», quindi molto di merito. Poi ha una dialettica unitaria ma con
alcune opzioni diverse su alcune tesi. Per questo è inedito. Non mi
colpisce che ci siano problemi tra come gestire l'unità di fondo e le
diversità di alcune tesi, perché è una cosa che non abbiamo mai fatto. A
patto che non si riducano gli spazi di partecipazione. Ma non credo stia
accadendo questo.
Esplicito due obiezioni. Prima. Fare un congresso di merito prima
delle elezioni rischia di non misurarsi con il nuovo quadro politico che
si potrebbe creare: se vi chiedessero scelte dolorose il corpo
dell'organizzazione non potrebbe discuterle se non in maniera mediata.
Seconda. Un congresso che stabilisce a priori la ripartizione dei gruppi
dirigenti sulla base degli equilibri del congresso precedente non è un
congresso vero.
Noi facciamo un progetto nel quale crediamo e che confermeremo qualunque
sia l'esito elettorale. Abbiamo scelto di farlo prima proprio per
evitare di discutere principalmente del quadro politico. E' una scelta
di autonomia che manterremo sempre. Sul secondo punto voglio essere
chiaro. Un congresso senza documenti alternativi comporta che le aree
programmatiche non esisteranno più e le scelte verranno fatte in un
concerto generale. Non ci saranno una maggioranza e una minoranza.
L'accordo fatto in segreteria prima di aprire la fase congressuale era
un patto per difendere le minoranze che poi non saranno più tali, per
garantire la pluralità in un'organizzazione che ha 10.000 punti di
direzione. Mi sembra un passo in avanti.
12 novembre 2005
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