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"...È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di
ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà
e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo
della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i
lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale
del Paese...." (dall'articolo 3 della Costituzione) |
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Come cambia il lavoro. Inchiesta di Paolo Ciofi
(vai
al sito) |
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Viaggio a
Scarmagno, simbolo del suicidio industriale italiano |
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"Olivetti,
Ivrea: c'era una volta il futuro. E il lavoro" |
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prima puntata del 25 mag 2005 |
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Pioviggina sul piazzale
dello stabilimento di Scarmagno, un tempo fiore
all’occhiello dell’Olivetti e luogo di culto
dell’informatica italiana, quando il gruppo guidato da De
Benedetti produceva il famoso computer M 24 e contendeva
alla Ibm il primato sul mercato mondiale. L’impressione
che provai allora fu forte. L’alto livello di automazione,
la produzione organizzata a isole, i lavoratori in camice
bianco che operavano con la precisione dei chirurghi:
tutto l’ambiente aveva qualcosa di avveniristico che ti
prendeva, e ti sentivi come proiettato nel futuro. Adesso
si avverte un senso di spaesamento, e intorno un’atmosfera
di declino se non proprio di abbandono. Sono passati 21
anni e questo è il futuro, oggi.
Il mio viaggio nel lavoro comincia da qui: dal Nord Ovest
industriale scosso dalla crisi del suo modello, che per
oltre un secolo ha trainato il Paese, e di cui la Fiat è
l’esempio più noto e più emblematico ma certamente non
unico. A dir la verità, i modelli e gli schemi
m’interessano poco. L’intento è di lanciare una sonda
dentro il Paese reale, in quella parte della società
profonda solitamente oscurata, spesso senza voce e senza
rappresentanza, per cercare di portarne alla luce la
condizione materiale, i pensieri e le parole, le
aspirazioni e il disincanto. Insomma, per porre un
problema.
Il mondo del lavoro, quest’enorme arcipelago sociale
ignorato e talora vilipeso da una cultura d’impresa
arrogante, nella realtà costituito da donne e uomini in
carne e ossa che continuano a portare sulle loro spalle
l’Italia, si manifesta in una luce particolarmente cruda
qui a Scarmagno. Ma, a ben vedere, Scarmagno non è altro
che una metafora del capitalismo italiano all’epoca della
globalizzazione.
Con Federico Bellono, segretario della Fiom di Ivrea, e
Lino Malerba, della Rsu Cms, m’inoltro nello stabilimento,
ora frazionato e diviso tra le diverse società dello
“spezzatino” ex Olivetti. Lo spettacolo è desolante. Gli
uffici chiusi, le linee ferme, i locali della produzione
computer irrimediabilmente vuoti: è il deserto
dell’informatica italiana. Se già nel 1964, dando prova di
una preveggente miopia, il presidente della Fiat Valletta
parlava dell’informatica come di un “neo da estirpare”,
ora si può ben dire che la missione è stata compiuta,
sebbene i mandanti e gli esecutori del crimine siano
diversi.
La prima cosa che mi colpisce come un pugno allo stomaco,
guardandomi intorno e discutendo con i lavoratori e
tecnici che sono venuti a incontrarmi, è la
svalorizzazione del lavoro, l’enorme dissipazione di
abilità manuali, di competenze tecniche, di un ricco
patrimonio culturale, che facevano dell’Olivetti un punto
di eccellenza assoluto, riconosciuto nel mondo. All’Olivetti
sono nati i mainframes Elea e poi la “perottina”, the
first desk top computer of the world come dissero gli
americani, e c’è chi ricorda l’operaio Natale Cappellaro,
diventato ingegnere honoris causa per aver inventato la
Divisumma.
Chi si assume la responsabilità per questo sperpero
dissennato di ricchezza reale, di un patrimonio
dell’intera società? Il paradosso è che mentre il Paese
avrebbe bisogno di un salto di qualità, qui ci sono ancora
capacità, competenze, intelligenze che vengono disattivate
ed espulse dalla logica inesorabile del capitale
finanziario e da precise scelte “imprenditoriali”. E non
parliamo, per favore, di “capitale umano”: qui ci sono
donne e uomini vivi, vulnerati nei loro diritti e nella
loro dignità, senza retribuzione e senza lavoro per
responsabilità del capitale, che ha sprezzato le loro
qualità e capacità professionali alla ricerca del business
facile.
Quando la Olivetti occupava 60 mila dipendenti nel mondo,
Scarmagno ne aveva 6 mila. Ora ne restano circa mille, di
cui 500 in cassa integrazione a zero ore del ramo
derivante da Olivetti Personal Computer, e altri 500 del
ramo derivante da Olivetti Tecnost, che perlopiù si
arrabattano nei sevizi Telecom 187 e nella riparazione dei
telefonini.
Come si vive in Cassa integrazione con 800 euro? Chiara
della Oliit; 40 anni, si occupava di marketing. Sposata
con due figli e il marito che lavora nel settore della
meccanica di precisione, anch’esso in difficoltà, ha
tagliato su tutto: “Si spende solo per il mangiare e per
il mutuo della casa, solo per la pura sopravvivenza”. E la
prospettiva è la disoccupazione senza ritorno, in un’area
colpita anche dalla crisi dell’indotto Fiat: “Ho un’età
che mi condiziona. Il mercato del lavoro non mi vuole
più”.
Tra gli operai della Cell-Tell, che riparano cellulari e
sono inquadrati con il contratto originario dei
metalmeccanici, prevale la frustrazione e l’insicurezza.
“Avevamo professionalità e un contratto nazionale, e
adesso ci hanno sbalzato qua dentro, in una condizione di
sostanziale dequalificazione e precarietà, perché ciò che
conta, secondo il credo dei nuovi proprietari, non è il
contratto ma il mercato, cioè la richiesta del cliente.
Del resto, i giovani inseriti in azienda tramite il
“tirocinio formativo” ricevono 400 euro, fanno il nostro
stesso lavoro e sono non garantiti per legge. Noi ormai lo
siamo di fatto”.
L’opinione di Raffaele e Claudio, rappresentanti Fiom, è
netta. Come pure quella di Maria, dell’Innovis, esperta
operaia che viene dalla Singer, e che al termine di un
travagliato percorso professionale adesso “è stata
venduta”, come lei dice, a un’altra azienda Telecom.
Lavoratori come merce senza qualità, come effetto
collaterale del mercato, puri e semplici “esuberi”
sbattuti qua e là secondo gli interessi dell’azionista di
maggioranza e del manager che comanda e si arricchisce. La
Telecom, che inizialmente aveva offerto 12.000 euro per
ogni causa di lavoro, dopo la prima sentenza a suo favore
- spiega Sergio D’Orsi- adesso ne offre 5.000, cioè
un’elemosina. Soprattutto se si considera che il suo
patron, Tronchetti Provera, guadagna 5.904.000 euro in un
anno.
Il disfacimento dell’informatica italiana come possibile
asse di un nuovo sviluppo è l’effetto di una scelta
consapevole rivelatasi strategicamente perdente; e della
trasformazione del “capitalista funzionante” in finanziere
e in rentier, che privilegiando la rendita e il corso di
Borsa non innova e non investe nella produzione. Di cosa
parliamo, se non di un vero e proprio fallimento di un
ceto capitalistico dirigente, posto di fronte alle sfide
del XXI secolo? Non hanno capito, allo stesso modo dei
partiti di governo, il ruolo che l’informatica avrebbe
svolto nell’economia, nella cultura, in tutta
l’organizzazione della società.
Questo è un altro dato di fatto, che a Scarmagno emerge
con solare evidenza: mancata innovazione e assenza di una
strategia industriale, come nel caso Fiat. Quando De
Benedetti, alla metà dei passati anni novanta, decise che
l’informatica non era strategica e traslocò nella
telefonia mobile, il destino dell’Olivetti era segnato.
Subentrato Colaninno, la società fu trasformata in un
contenitore finanziario, adatto alle magie della Borsa. E’
arrivato infine Tronchetti, che per accorciare la catena
di controllo su Telecom ha semplicemente cancellato il
marchio Olivetti dal registro delle società quotate. Per
poi a resuscitarlo con una dichiarazione di grande
rilancio nell’hi-tech, seguito dall’annuncio della
delocalizzazione in Cina di una parte delle produzioni
Tecnost.
Nel frattempo, sul versante dei personal computer, abbiamo
assistito a una serie infinita di passaggi di mano, di
vendite e di acquisti, di scorpori e di dimagrimenti. Alla
creazione di innumerevoli sigle e scatole vuote, con
l’intervento di avvocati e di manager presunti, di
affaristi e di faccendieri veri che hanno fatto e disfatto
fino all’esito attuale: la Oliit in stato di fallimento e
la Cms (che ha una capacità produttiva di 1000 computer al
giorno) ferma in amministrazione straordinaria.
Questa storia, nel racconto di Lino Malerba e di Sergio
D’Orsi, sembra un financial thiller americano piuttosto
che una vicenda reale, e bisognerebbe avere il tempo di
raccontarla tutta per filo e per segno. C’è anche questo
paradosso poco noto: che mentre dal Canavese si trasloca
in Oriente alla caccia di manodopera a basso costo, la
taiwanese Acer viene dall’Oriente a Scarmagno per produrre
computer. Nel 2003 la Cms ne ha fabbricati 180.000 della
linea Aspire, e avrebbe potuto continuare se i suoi
presunti manager fossero stati in grado di garantire ciò
che serve alla produzione.
La presenza dell’Acer a Scarmagno dimostra comunque che il
costo del lavoro non è il problema, e che qui la qualità
del lavoro è tale da far gola a uno dei primi produttori
mondiali. Non è proprio possibile rimettere in moto
l’azienda, cercando e mobilitando risorse anche con
l’intervento coordinato della Regione e del Governo? Ci
vorrebbe una presenza della politica, ma la politica è
sorda e distante. E poi l’informatica è una rogna: meglio
dedicarsi, come dice qualcuno, alla costruzione dei campi
da golf. |
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lettere al
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