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Arrivo a
Vicenza dal Nord Ovest e mi rendo conto che il Nord Est,
se vogliamo usare questa metafora, è un modello fragile.
Fragile, perché il mito del “piccolo è bello dello stato
nascente dell’impresa”, “della gente che s’inventa il
capitalismo in stalla, nell’orto, nel sottoscala, sotto
una tettoia” - come scriveva uno smaliziato osservatore,
Giorgio Lago - sta andando in pezzi, travolto dalla crisi.
Fragile, perché la pratica delle delocalizzazioni
impoverisce il tessuto economico e logora la coesione
sociale, immettendo combustibile nel calderone di una
crisi che non risparmia territori e settori produttivi, e
che non ha alcun rispetto neanche per i marchi più
illustri e titolati.
Sicuramente il lavoro, o la “cultura del lavoro” come
dicono qui, è stato l’architrave del modello, ma la
condizione del lavoro appare oggi molto difficile e
pesante. La provincia di Vicenza, “cuore del Veneto”, che
nel passato aveva fatto da traino all’intero Nord Est
arrivando a esportare più dell’intera Grecia, ora si trova
nel centro della crisi: in un solo anno le esportazioni
vicentine sono crollate del 21,4%. Le ore di Cassa
integrazione sono invece aumentate di quasi un milione,
passando da 1.985.185 a 2.800.712. Secondo una rilevazione
della Cgil, Vicenza è oggi la provincia veneta con il più
alto numero di lavoratori coinvolti in crisi aziendali:
4.457, di cui 1.858 tessili, 1.406 metalmeccanici e 1.193
di altri settori, mentre si estendono le aree di disagio e
povertà.
L’idea che da queste parti siano tutti padroni e
padroncini, e che gli operai non esistano più, fa parte
dell’ideologia del moderno, ma è stata anche un’operazione
mediatica - come quella del “marchio democratico” Benetton
- che serviva a diffondere l’immagine di un Nord Est
futurista e innovativo, a differenza del Nord Ovest
passatista, classista e industrialista. Nella realtà, il
Veneto (secondo dati Istat) con 775 mila tute blu è la
seconda regione operaia in Italia, dopo la Lombardia e
prima dell’Emilia Romagna. Perciò mi è sembrato necessario
cercare di capire, prima di tutto, come vivono gli operai
nuovi del Nord Est in condizioni di “normalità”, cioè
senza l’afflizione del licenziamento e della
disoccupazione.
Nella sede sindacale delle Acciaierie Valbruna - 1000
occupati, produzione di acciaio speciale inox, un’azienda
che “programma sul lungo” e che quindi, mi dicono, non
dovrebbe avere problemi fino al 2010 - incontro D’Avanzo,
veneto e delegato Fim, Alari, Debari e De Gaetanis,
pugliesi e delegati Fiom, tutti trentenni. Qui gli operai
per il 30% sono veneti e per il 70% meridionali,
soprattutto pugliesi, perché il proprietario Amenduni,
pugliese anche lui, ha privilegiato l’assunzione dei suoi
conterranei.
Dalla discussione, cui partecipano anche Zanni segretario
della Fiom e Ballan della segreteria Fim di Vicenza,
insieme a Danilo Andriollo della Cgil, che è la mia guida
solerte, emergono dati ed esperienze di vita illuminanti.
I ritmi di lavoro sono molto intensi in azienda, ma non ci
sono stati negli ultimi tempi incidenti gravi perché alla
sicurezza oggi si presta più attenzione. Il salario va da
i 1.000 euro (per 14 mensilità più un premio annuo di
altri 1.000 euro) ai 1.300 euro, se lavori di notte e fai
lo straordinario.
Se sei singolo, con un mutuo o un affitto sui 550 euro più
le spese per la macchina, già c’è poco da scialare e a
malapena arrivi alla fine del mese. Se sei sposato e hai
un figlio a carico, proprio non ce la fai. Qualcuno ha
pensato seriamente di tornarsene in Puglia, quando la
moglie non lavorava. Ma se la moglie lavora devi prendere
la baby sitter, perché qui i servizi sociali sono scarsi e
costano un occhio della testa. Insomma, la vita è grama.
Niente vacanze, solo qualche volta una pizza. Poche
relazioni sociali, a trent’anni vivi quasi in isolamento.
E in solitudine devi affrontare il problema della casa,
dei trasporti, dei servizi sociali, perché non esiste per
questo una politica.
Zanni mi fa notare che nel passato la famiglia operaia con
un salario viveva dignitosamente e riusciva anche a
risparmiare. Oggi, con un solo salario, si rischia di
precipitare nella povertà. E Ballan aggiunge: “Noi veneti
reggiamo perché abbiamo la rete di protezione della
famiglia. Di norma, i nostri genitori hanno la casa di
proprietà e dei risparmi, ci aiutano finanziariamente, ci
invitano a mangiare, ci tengono i figli…. Invece i
meridionali e gli extracomunitari, che la rete di
protezione della famiglia non ce l’hanno, sono davvero in
difficoltà”.
Questa è la condizione degli operai occupati. E di quelli
che perdono l’occupazione, e patiscono direttamente le
conseguenze della crisi? L’incontro con le lavoratrici e i
lavoratori della Fiamm avviene a Montecchio Maggiore sotto
il segno della preoccupazione e dell’incertezza. Sono
tanti e io non posso citarli ad uno ad uno. D’altra parte,
il quadro che descrivono è univoco: 200 “esuberati”, uno
stabilimento venduto, Cassa integrazione straordinaria,
mobilità volontaria.
Poi ci sono gli effetti sull’indotto, in un tessuto di
microimprese già logorato dalla crisi del tessile. Il
gruppo Fiamm, 800 dipendenti nel vicentino, tra i primi al
mondo nella produzione di batterie e avvisatori acustici
per auto, e con altre produzioni meno significative,
delocalizza in Cina e in India, ma soprattutto sembra
soffrire dell’assenza di una strategia, tra continue
ristrutturazioni e buchi di bilancio. L’avvenire è oscuro
e senza prospettive dopo l’annuncio che gli stabilimenti
di Montecchio e Almisano saranno chiusi.
I lavoratori hanno risposto con uno sciopero massiccio. Mi
dicono che è la situazione peggiore degli ultimi vent’anni,
e che forse all’esterno non si avverte perché le persone
cercano di viverla con grande dignità. Ma al mercato sono
sempre di più quelli che vanno a pescare nei rifiuti
alimentari: e non, come una volta, per il cane o per il
gatto. C’è chi chiede prestiti perché non arriva alla fine
del mese, chi va a mangiare alla Croce verde, chi si
rivolge al Comune o al parroco per pagare le bollette.
La solidarietà? Mi raccontano che un operaio, “nostro ex
Rsu”, ha costituito un gruppo di 70 persone per
raccogliere viveri da distribuire in parrocchia, e che le
persone che li chiedono sono in continuo aumento. I
partiti di tutto ciò non si interessano. L’unico punto
d’appoggio è il sindacato, ma ci vorrebbe più calore -
aggiungono - e una rete che rafforzi la solidarietà nel
territorio. La vicinanza delle parrocchie è importante, ma
non basta.
Il problema del rapporto con i poteri pubblici, e quindi
con la politica, sta diventando per diversi aspetti
centrale nella crisi che percuote il Nord Est. Da più
parti, tutti chiedono interventi: ormai è chiaro che il
“libero mercato”, figliando disoccupazione e precarietà,
da solo non ce la può fare. A un salto da Montecchio c’è
Arzignano, capitale del distretto della concia che
raggruppa 10 Comuni, e qui si vede benissimo la necessità
di “fare sistema”, superando l’individualismo esasperato.
Il piccolo è bello della fase nascente del capitalismo
sembra ormai un ricordo del passato per la moltitudine di
650 aziende conciarie che danno lavoro a 7.000 persone
(“ma non si sa mai con certezza quante sono”, osserva Dal
Zovo della Filcea, che incontro con Orlandi e Boschetto,
Rsu della Italian Leather e della Faeda). Per la maggior
parte, le piccole imprese sono soffocate da una
terziarizzazione esasperata, mentre un pugno di società
leader, che hanno in tasca le chiavi della finanza,
delocalizzano in Brasile e in Cina. Il contratto regionale
per i dipendenti delle ditte artigiane non si rinnova da
quattro anni, e sui lavoratori che non hanno tutele si
scaricano licenziamenti e flessibilità.
L’esigenza di un intervento pubblico all’altezza di queste
emergenze cresce. Da una parte, sono necessarie politiche
strutturali, che all’interno del distretto riconnettano il
processo produttivo come un continuum unitario,
diffondendo tecnologie e conoscenze, alzando il livello
della formazione e della qualità nella salvaguardia
rigorosa dell’ambiente. Dall’altra, emerge la necessità di
ridefinire la centralità del fattore umano.
Mi fanno notare che nella concia siamo in presenza di un
problema di enorme portata: la classe lavoratrice non è
più italiana. “Gli stranieri mandano avanti le nostre
aziende, ma non sono cittadini. E’ la cosa più amara e più
grave”. Una nuova cittadinanza per tutti, questa è davvero
una necessità primaria. E non solo nell’interesse delle
persone che lavorano, ma anche per ricostruire l’unità
complessiva del lavoro, e per contrastare il degrado della
società e del territorio.
Cosa possiamo dire, a questo punto, del modello Nord Est?
Innanzi tutto questo: che se il lavoro è stato il seme che
lo ha generato, la svalorizzazione e la penalizzazione del
lavoro non potevano che portarlo al collasso. La
monocultura dell’impresa capitalistica nascente, nella
fase del capitalismo globale, più che una novità sembra un
interessato non sense, o un ritorno al passato. Per
il resto, alla prossima puntata.
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