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L’annuncio
del taglio di 3.000 lavoratori “fuori dall’Asia”, dato dal
nuovo Ceo della STmicrolectronics Carlo Bozotti il 16
maggio, ha prodotto un risultato atteso e un fatto nuovo.
Da una parte, la riammissione alla negoziazione in Borsa
del titolo ST sospeso in attesa di comunicazioni.
Dall’altra, lo sciopero europeo del 27 maggio in tutti i
siti del colosso mondiale dei semiconduttori. A Catania la
partecipazione è stata dell’80-90% compresi gli impiegati,
e anche questo è un fatto nuovo.
Ormai - dopo un silenzio impenetrabile che durava da mesi
- l’azienda ha reso esplicite le sue scelte, e la minaccia
della disoccupazione incombe: 1200 gli “esuberi”
annunciati in Italia, di cui 210 nel sito catanese.
Sebbene già nel 2004, in seguito alla chiusura degli
stabilimenti di Rennes, Ottawa, Bristol e Rancho Bernardo,
le Rsu avessero segnalato l’avvicinarsi di un passaggio
ineludibile. O si fa un passo avanti sulla via
dell’innovazione (come era previsto con la lavorazione di
fette di silicio da 30 cm nel nuovo modulo M6), o il sito
di Catania è destinato al ridimensionamento e alla
retrocessione, con conseguenze distruttive per migliaia di
giovani e ragazze, per la qualità del lavoro, per
l’avvenire stesso dell’area catanese e della Sicilia.
Gli occupati, senza contare l’indotto che dà lavoro a
3.000 persone, sono attualmente 4.768. Di questi, il 42%
ha meno di 30 anni, il 73% meno di 35. Il 93% è laureato o
diplomato: in una regione che negli ultimi anni ha visto
riprendere la fuga dei “cervelli” questi sono dati di
rilievo. Una conformazione dell’occupazione e della forza
lavoro, peraltro, che si rispecchia nella composizione
delle Rappresentanze sindacali di base, in particolare
della Fiom, dove incontri l’operaio e il tecnico,
l’ingegnere e il fisico, e una presenza femminile
particolarmente combattiva. E’ una realtà nuova che si fa
sentire, anche all’interno del sindacato, per il modo
incisivo di porre i problemi dei diritti e della qualità
dello sviluppo.
Visto da qui, il percorso della ST a Catania ha facce
diverse. Da un lato dimostra che in Sicilia può nascere e
svilupparsi un’industria ad alto contenuto tecnologico, un
punto di eccellenza italiano nel mercato mondiale. La
purezza del silicio qui è al top. Nel modulo M5, dove si
lavorano fette da 20 cm ormai a bassa redditività, gli
operatori sembrano astronauti, coperti come sono da camici
integrali per non inquinare l’ambiente. La dottoressa
Sipala mi fa notare che un granello di polvere su una
fetta di silicio può provocare una catastrofe. Perciò
l’ambiente è mille volte più pulito di una camera
operatoria dove si fanno trapianti a cuore aperto.
Insomma, capacità tecniche e manageriali non sono in
discussione.
Tra i primi produttori globali di semiconduttori dopo
Intel, Texas Instrument, Samsung, Toshiba e Philips, ST
non è nota al grande pubblico, ma fornisce i componenti
essenziali a Nokia innanzitutto, e poi a Sony, Ibm, Bosch,
e così via. In altre parole, ST vuol dire telefonia, dvd,
computer e molto altro ancora. In breve, questa è la
moderna industria di base per nuove industrie, soprattutto
per le innumerevoli applicazioni dell’elettronica e
dell’informatica. In queste stanze batte il cuore
manifatturiero dell’industria del XXI secolo.
Il dottor Carmelo Papa, fisico catanese e vicepresidente
della corporation alla guida del gruppo MLD (Microcontrollori,
Lineari & Discreti), sottolinea che l’eccellenza raggiunta
qui è dovuta a tre fattori: l’intuizione dell’ingegner
Pistorio, oggi alla vicepresidenza della Confindustria, di
puntare sul manifatturiero di alta qualità e
sull’innovazione; l’abbondanza di “cervelli (“Catania -
annota - regge benissimo il confronto con altre sedi
universitarie in Italia e all’estero”); la forte
incidenza, a vario titolo, di incentivi pubblici. Il
management ha capito le “grandi opportunità offerte dal
Sud a settori high tech”, sebbene persista l’insufficienza
della dotazione energetica, delle risorse idriche e dei
trasporti (del ponte sullo stretto la ST non sa che
farsene, il problema è l’aeroporto).
Dunque, in Sicilia si può, il nuovo può nascere. E
potrebbe anche crescere. Ma non cresce, e anzi oggi
rischia di essere strozzato: ecco l’altra faccia della
medaglia. La ST ha ricevuto nel passato una quantità
rilevante di contributi dallo Stato difficilmente
quantificabile tra incentivi, esenzioni dagli oneri
sociali, finanziamenti diretti e indiretti per la ricerca,
e così via. In omaggio al “libero mercato” l’intervento
pubblico massicciamente permane, ma non è trasparente. E
qui non ha indotto un nuovo sviluppo del territorio,
articolato e plurale: la ST ha succhiato risorse per se
stessa, la mitica Etna Valley non è decollata.
La contraddizione è palese, e riguarda in primo luogo le
strategie di una multinazionale che nel 2004 ha fatturato
8,76 miliardi di dollari con un utile netto di 601 milioni
di dollari, a fronte di una perdita di 31 milioni nel
primo quarto del 2005. Ma non è solo questo.
I dirigenti si affrettano a dichiarare che la competizione
si fa verso l’alto, non con i Paesi a basso costo del
lavoro. E che ricerca e innovazione devono essere
continue, altrimenti “ci impoveriamo e dobbiamo rinunciare
alle nostre conquiste sociali”, perché ciò che ora è
“alto” poi diventa “basso”. I fatti però parlano un altro
linguaggio: il taglio drastico della Ricerca & Sviluppo a
Catania, la chiusura del centro design di Palermo, il
trasferimento a Wuxi in Cina delle lavorazioni previste
nel modulo M6 dopo un accordo con la Hynix coreana non
sono effetti del caso, bensì la conseguenza di una scelta
strategica di fondo, vale a dire dello spostamento del
baricentro aziendale ad Oriente, dove già si concentra il
47% delle vendite.
Corporation is corporation, ma non si può mettere lo
sviluppo del Mezzogiorno nelle mani delle multinazionali,
perché le multinazionali pensano allo sviluppo di se
medesime e dei propri profitti. E non si può pensare che
la soluzione stia nell’abbandono del territorio e nella
fuoriuscita dallo Stato nazionale dopo aver drenato
risorse dal territorio e dallo Stato nazionale. Tanto più
quando lo Stato, come nel caso di ST, detiene una quota
rilevante del capitale azionario. Né la prospettiva può
essere quella di una gigantesca guerra tra poveri, che si
scatenerebbe su scala globale se si seguisse la via di una
competizione tra lavoratori e territori messi all’asta al
massimo ribasso.
La Sicilia, come l’Italia, deve definire il suo ruolo in
Europa e nel mondo. “Se non ci pensiamo noi - osserva Jole
D’Agostino, ingegnere, Rsu Fiom – qui i problemi nessuno
li risolve. E senza la lotta non si ottiene nulla”. Il 31
marzo c’era stato uno “sciopero preventivo” di alto
contenuto sociale, promosso dalle Rsu di St e da Fiom, Fim,
Uilm e Uglm, per segnalare l’esigenza di una svolta, per
la salvaguardia della ricerca a Catania, per una politica
di sviluppo del Sud. Ma la sordità di partiti e
istituzioni è stata totale. A ragione, il segretario della
Fiom provinciale Orazio Freni si è dichiarato
“profondamente insoddisfatto” per il loro comportamento.
Effettivamente, qui si avverte una boria autoreferenziale
che può produrre danni irreversibili.
“Vino e turismo sono gli assi portanti del modello
Miccichè - osserva Giovanna Marano, segretaria regionale
della Fiom -, per il centro-destra la ST sta fuori dello
schema”. Forse anche per il ministro dello Sviluppo
l’elettronica è un “neo da estirpare”, come per Valletta.
Resta il fatto che casinò e turismo da incrementare sulla
privatizzazione del demanio non producono né ricchezza né
sviluppo, e alla fine saremo tutti più poveri, eccezion
fatta per pochi roditori che danno l’assalto ai beni
pubblici.
Le sinistre, d’altra parte, hanno qualche motivo su cui
riflettere se nelle recenti elezioni Ds, Prc e Pdci messi
insieme non superano l’8,5%. Servono una strategia, una
politica, ossia una finalità pubblica al servizio della
collettività: dunque, un ripensamento profondo del mercato
e dello Stato, che non può ridursi al ruolo di mero
erogatore di finanziamenti senza contropartite. E per
questo serve un punto di vista del lavoro, distinto e
autonomo, una visione in cui si fondano contrattazione,
programmazione e ruolo dell’impresa. Nelle parole del
fisico Boris Di Felice e dell’ingegnere Giuseppe Sessa,
entrambi rappresentanti Fiom, è ben presente la
complessità della situazione, in una fase riflessiva del
mercato dei componenti elettronici.
Giustamente i sindacati chiedono un tavolo nazionale con
il governo. Al fondo, c’è una scelta netta da compiere,
ovvero se l’Italia, dopo aver abbandonato l’informatica,
debba uscire anche dalla produzione dei semiconduttori,
rinunciando così a una delle poche possibilità che restano
di rimanere agganciata al circuito dell’innovazione e
dell’indipendenza economica. La posta in gioco è molto
alta, e i lavoratori si trovano immediatamente proiettati
su un terreno di lotta che è insieme locale, nazionale e
transnazionale. Le Rsu Fiom mostrano di esserne
consapevoli quando affermano che “la solidarietà con i
lavoratori del polo milanese e con quelli francesi dovrà
essere ancora più salda”. Una sfida inedita e difficile,
che sta dentro l’esigenza più vasta e globale dell’unità
del lavoro. |