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Vai alla Ducati
di Borgo Panigale, nella “fabbrica leggera” beatificata
dal sociologo Bonomi che “sa tanto di favola del
capitalismo”, e trovi il taylorismo. Una catena pesante,
che cadenza i ritmi di lavoro secondo tempi e metodi
rigidamente impostati. Una moto da assemblare in 40
minuti. Non è il luogo delle favole.
In officina, dove si fanno gli alberi motore, c’è un robot
antropomorfo che si erge minaccioso e lavora a una
velocità impressionante, come a dire che l’uomo potrebbe
diventare superfluo. Sulla linea di montaggio, invece, il
lavoro è quasi tutto manuale: non si usa la chiave inglese
di Charlot in “Tempi moderni”, ma le operazioni sono
ugualmente molto stressanti. Poi ci sono le strozzature.
“Per chiudere i carter i giapponesi hanno le presse, noi
usiamo il martello. Più che operai industriali, sembriamo
maniscalchi”.
Il tema dell’organizzazione del lavoro e dell’intensità
dei ritmi è quello maggiormente presente nella riunione
con i rappresentanti sindacali Fiom, che si trasforma in
una discussione vivace e aperta. Insieme a Beatrice Cenci,
sindacalista bolognese, incontro una classe operaia
giovane proveniente soprattutto dal Mezzogiorno, che
s’innesta su un solido tronco emiliano.
Con circa 1.000 dipendenti, di cui metà operai e 150
addetti alle corse, il resto quadri, ingegneri e
amministrativi, prevalentemente addetti al marketing (si
vende di tutto, anche Chicco Ducati 999, “la moto
radiocomandata fatta su misura per i bambini più
piccoli”), Ducati produce 35 mila macchine, una quota
insufficiente a reggere la concorrenza dei giapponesi, ma
non solo. Un’azienda terziarizzata, che acquista fuori
dalle mura il 70% delle merci, mentre dentro – esulta il
sociologo – “si progetta, si verifica la qualità, si
assembla, e soprattutto si vende”. Una geniale
modernizzazione, che da gran tempo hanno inventato i
façonisti di San Giuseppe Vesuviano.
Cos’è la Ducati oggi? Tutta finanza e immagine, poca
innovazione e qualità: la risposta è unanime. Da quando
nel 1996, usciti i fratelli Castiglioni, l’azionista di
controllo è diventato il fondo americano TPG (Texas
Pacific Group), la Ducati ha avuto inizialmente un
exploit, ma oggi i segni di difficoltà sono evidenti.
“Paghiamo la logica del fondo- sottolinea Lina - che è
quella della valorizzazione del titolo in Borsa per
incamerare rendite tramite la popolarità del marchio.
Quindi molta pubblicità e immagine, a scapito degli
investimenti nella ricerca e nel prodotto”.
Nel primo trimestre del 2005, rispetto allo stesso periodo
dell’anno precedente, Ducati Motor Holding ha avuto un
decremento dei ricavi pari al 15,1%, un calo delle
immatricolazioni globali del 16% (Italia e Germania –23,
Giappone –31, Gran Bretagna- 36%), una perdita di un
milione di euro pre tasse. Al 31 marzo il debito netto
aveva raggiunto la vetta di 122,3 milioni di euro, pari
all’82% del patrimonio. Sono cifre che parlano da sole.
Gli operai sono scontenti. Scontenti per i ritmi e per lo
stress. Scontenti per la bassa qualità del lavoro e
l’elevata percentuale degli scarti. Scontenti per la loro
condizione materiale: come di consueto, i 1.000 euro sono
il compenso mediano, e se non hai la famiglia alle spalle
non ce la fai.
Sono scontenti della politica. “La gente è stanca, la
destra è un disastro, ma la sinistra non è un granché”. “I
lavoratori - osserva ancora Lina - non associano il lavoro
alla politica. Per loro, lavoro e politica sono due
termini separati”. Qualcuno aggiunge che i giovani non
sono consapevoli dei loro diritti, e si accende una forte
discussione: sono i giovani disinformati e individualisti,
o è del tutto insufficiente la trasmissione della memoria
storica? Comunque non si forma un giudizio comune sui
processi di questi anni e sulle conquiste storiche del
movimento operaio.
L’unica cosa di cui sono contenti, a quanto pare, è il
sindacato. Qui - sottolineano - ci sono state
“megavertenze” importanti, e l’accordo integrativo
aziendale, firmato unitariamente da Fiom, Fim e Uilm,
viene portato ad esempio per il ripristino di corrette
relazioni sindacali, e per i contenuti in materia di
formazione, e di diritti individuali e collettivi. Ma
anche perché ai sindacati e alle Rsu viene riconosciuta
una specifica funzione nel ciclo produttivo, dove si
segnalano alcune novità: riallocazione dentro le mura di
alcune attività terziarizzate, trasformazione del rapporto
a termine in tempo indeterminato, informazione preventiva
su tempi e metodi con possibilità di controdeduzioni da
parte delle Rsu.
Invece alla Ognibene di Reggio Emilia, una fabbrica
metalmeccanica di 300 addetti a conduzione familiare con
una presenza prevalente di operai meridionali ed
extracomunitari, e con manodopera femminile al 50% e un
20% di interinali, l’azienda non dà alcuna comunicazione
sui sistemi tayloristici recentemente introdotti, né
istituisce corsi di formazione. L’ideale è l’operaio
disinformato, che fa operazioni di cui non conosce la
ratio a ritmi sempre più intensi determinati dalle
macchine robotizzate. Il sindacato e la Rsu fanno fatica,
come emerge dall’incontro con Miria, Carmine, Lino, Afro e
altri insieme a Valerio Bondi della Fiom. In questa
condizione, osserva Tiziano Rinaldini, “è indispensabile
il recupero di una cultura sull’organizzazione del lavoro
e sul taylorismo, che il sindacato non ha più, e che
invece è essenziale per salvaguardare il potere
contrattuale”.
E’ chiaro che molto dipende dai rapporti di forza reali, e
dalla capacità di misurarsi concretamente con
l’organizzazione del lavoro che il grande ritorno del
taylorismo induce nelle nuove forme di produzione e nella
fabbrica moderna. Se il rapporto di lavoro viene
decontrattualizzato, il sindacato perde di peso, ma
soprattutto il lavoratore perde il controllo sui tempi e
sulla remunerazione del suo lavoro, ciò che si ripercuote
sull’intera sua vita e sulla sua posizione nella società.
Per altro verso, l’innalzamento delle tutele sociali e
della qualità della vita nel territorio rafforzano la
posizione del lavoratore rispetto al capitale nel cuore
del processo produttivo. Tra rapporti di produzione e
rapporti sociali i nessi sono sempre più stretti.
Alla Coop Consumatori Nord Est, 4000 dipendenti, radici a
Reggio con ramificazioni in Veneto, Lombardia, Friuli ed
anche in Sicilia e all’estero, l’organizzazione interna
del lavoro provoca effetti sconvolgenti sulla vita dei
dipendenti. Sia per l’orario spezzato, che impedisce di
svolgere altre attività, ma maggiormente perché l’uso
discrezionale del part time e la variazione continua degli
orari condiziona in modo determinante la vita delle
persone, soprattutto delle donne. In pratica la vita umana
diventa una variabile dipendente dal mercato e dalla
discrezionalità dell’impresa. La denuncia delle Rsu e dei
lavoratori che incontro in proposito è forte: “Loro
decidono i tuoi tempi di lavoro e per conseguenza ti devi
organizzare la vita”, “Se due lavorano nella distribuzione
non possono fare figli”, “Con questo tipo di part time
vanno a picco i diritti, e noi non riusciamo a frenarlo ”…
In una realtà come quella emiliana, nella quale
storicamente la contrattazione di tutti gli aspetti del
rapporto di lavoro tendenzialmente ha spinto l’impresa
verso l’innovazione e l’alta qualità, ma ha anche
contribuito alla diffusione di un “welfare territoriale”
che ha contenuto l’egoismo e la disarticolazione sociale,
oggi si ragiona e si sperimenta intorno a modelli
contrattuali che tengano insieme in una nuova
progettualità il luogo di lavoro e il territorio, la
società e l’ambiente, l’individuo e la classe, il ruolo
dell’impresa e la funzione del pubblico. Mi pare una delle
poche cose veramente nuove in giro per l’Italia.
Non si tratta di indebolire il contratto nazionale come
perno della solidarietà e dell’unificazione dei
lavoratori, che al contrario va rafforzato di fronte a un
processo complessivo globale-nazionale qual è la
svalorizzazione del lavoro, ma di arricchirlo di altre
potenzialità. Da questo punto di vista mi pare utile
segnalare che nel contratto della Ducati si formula
l’ipotesi di finanziamenti aziendali al Comune di Bologna
per il potenziamento degli asili nido. E’ una scelta che
sta dentro l’esigenza di costruire un Fondo per le
politiche sociali (l’uno per cento sul valore aggiunto)
alimentato anche con risorse provenienti dalla
contrattazione di secondo livello.
Cesare Melloni, segretario della Camera del Lavoro di
Bologna, me ne dà conferma e precisa: “Nella nostra
elaborazione, abbiamo individuato nella socialità, nel
lavoro e nell’ambiente le determinanti dello sviluppo come
qualità. Perciò le nostre risposte vanno definite a
livello territoriale, ma debbono vivere dentro i processi
contrattuali reali che si svolgono in azienda e nel
territorio. E questo lo puoi fare solo se sei portatore di
un interesse di parte che non si piega agli imperativi
aziendali, ma li condiziona a partire da un punto di vista
non subalterno”. Effettivamente, c’è materia su cui
lavorare. |