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Con i nuovi assetti societari
orientati alla costruzione dell’impresa globale si compie
una lunga parabola del gruppo Marzotto, che giunge al
punto esattamente opposto dal quale era partito. Dalla
territorialità come componente organica della produzione
alla deterritorializzazione, dall’impresa produttiva, che
ingloba nella sua logica anche la vita dei dipendenti,
alla finanza del manager che rifiuta ogni responsabilità
sociale. Il percorso ha inizio nel 1836, quando a Valdagno,
piccolo borgo veneto sotto la dominazione degli Asburgo,
nasce il Lanificio Luigi Marzotto e figli.
Il primo passaggio cruciale si compie un secolo dopo,
negli anni 20-30 del Novecento, quando Gaetano Marzotto,
in concomitanza con una pesante ristrutturazione, dà vita
alla “Città sociale”, o “Valdagno Nuova”, o “Città
dell’Armonia”. Un modello produttivo-sociale-urbanistico
dettato dal capitalista padre-padrone, dentro il quale
l’operaio e la sua famiglia devono compiere il ciclo
intero della vita. Una modalità sociale della
cancellazione del conflitto e della dominazione del
capitale. Fino al ’68, quando l’abbattimento della statua
del conte Gaetano da parte degli operai simboleggia il
recupero della dignità e dell’autonomia del lavoro.
Poi, con l’avvento di Pietro, la fase
dell’internazionalizzazione e delle acquisizioni a partire
dagli anni 80: Bassetti con il Linificio e Canapificio
Nazionale, Lanerossi, Gabello, Hugo Boss, Lanificio Nova
Moselana di Brno, Fabbrica lituana di Kaunas, infine
Valentino SpA nel 2002. Quindi ristrutturazioni e
delocalizzazioni, che cominciano ben prima della
liberalizzazione del commercio con la Cina,. Dopo la
chiusura dello stabilimento di Manerbio (Brescia), che
avviene senza un’efficace mobilitazione dei lavoratori
dell’intero gruppo, nel 2003 vengono espulsi dagli
stabilimenti Marzotto altri 800 lavoratori a Valdagno,
Mortara, Schio, Piovene, Praia a Mare.
Se la “missione”è “creare valore per gli azionisti” i
lavoratori e il territorio non contano, sono solo un
fardello. E se l’Italia pesa sempre meno nel fatturato del
gruppo, Valdagno ormai è solo un punto nella mappa del
mondo Marzotto. Un ciclo si chiude. Il nuovo assetto, dice
il presidente Favrin, “rende l’azienda più libera”. Dalla
città dell’armonia all’irresponsabilità sociale.
(a cura dell'Associazione articolouno)
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