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“Il Veneto
ricco e prospero - mi dice Luciano Righi, studioso del
territorio, che è stato parlamentare Dc e assessore al
lavoro della Regione - nasce da chi si è messo in proprio
lavorando duramente, sacrificandosi e anche copiando ciò
che facevano gli altri. Eravamo una regione agricola
povera, con tassi altissimi di emigrazione, e siamo
diventati ricchi”. Mi vengono in mente i cinesi, e anche i
marchigiani, come i veneti poveri e grandi lavoratori, che
nel dopoguerra hanno popolato intere borgate di Roma.
Adesso anche le Marche sono un’altra regione. Ma dietro la
luccicante vetrina del benessere c’era, e c’è, una dura
realtà di sfruttamento, persino di sé medesimi.
Qui alcune grandi imprese, come la vecchia Pellizzari e
anche la Marzotto, hanno fatto da incubatrici di
competenze e di cultura industriale per operai e tecnici
che hanno tentato l’avventura, per necessità o anche per
vocazione: molti nuovi imprenditori provengono proprio
dall’industria “storica”, che ha inseminato l’impresa
diffusa, sospinta anche dalla voglia d’intraprendere. Il
problema è l’assenza di una politica per la piccola
impresa, capace di indirizzarne la crescita e lo
spontaneismo vorace, come risultante del culto del fai da
te e dell’antistatalismo sfrenato della Lega.
Assente una politica per la difesa del territorio e la
tutela dell’ambiente, con effetti devastanti sul traffico
e il movimento delle merci, e con elevatissimi costi
economici e sociali: Vicenza nel mese di marzo aveva
battuto tutti i record nazionali d’inquinamento. Assente
una politica per la formazione e per la ricerca. Si sa che
il livello di scolarizzazione nel Veneto è basso, forse
non si sa che la spesa regionale per la ricerca è vicina
allo zero: 0,6% sul Pil, molto al di sotto della già
evanescente spesa nazionale. “Solo il Trentino Alto Adige
e la Calabria-Basilicata fanno peggio del Veneto”, annota
uno studio della Camera di commercio. Il risultato è che
gli addetti alla Ricerca & Sviluppo sono in totale 9.652:
“risalta l’arretratezza del Veneto in cui solo il 33,9%
delle merci esportate presenta un contenuto
tecnologicamente avanzato”, contro il 47,4% nel Nord
Ovest.
Per dirla in breve, al di là dell’immagine accreditata dai
media, questo è un modello culturalmente arretrato e non
innovativo. E ciò spiega la vastità e la profondità della
crisi. Si aggiunga l’assenza di una strategia, non solo
per la piccola impresa. Parlo di una strategia
complessiva, in grado di definire il ruolo di quest’area,
cerniera d’importanza geopolitica fondamentale, nel
rapporto tra Europa occidentale e Paesi ex socialisti.
Nel momento in cui si aprono i mercati, il Nord Est,
avendo puntato tutto sulla compressione del fattore
lavoro, si trova spiazzato e fuori schema. Non è in grado
di competere nell’hig teh con le aree più avanzate
d’Europa, ma non può neanche sostenere l’urto di Cina e
India sul terreno del costo del lavoro. E allora si va
all’estero, a Timisoara o a Samorin: una fuga, un
ripiegamento verso l’arretratezza. Siamo di fronte a una
crisi di fondo, che è anche identitaria e psicologica, e
che non si risolve né con la svalutazione dell’euro né con
l’innalzamento di barriere doganali.
Si chiede innovazione, e nell’ora della crisi tutti si
dichiarano innovatori. Anche il dottor Calearo, presidente
degli industriali vicentini oltre che di Finmeccanica, e
uomo chiave nella Confindustria di Montezemolo. Ma la sua
proposta di “un nuovo patto tra imprese e lavoratori per
andare dal governo a chiedere ciò che serve” non sembra
proprio una grande innovazione. Tanto più che “ciò che
serve”, secondo lui, sono “la flessibilità del lavoro e la
velocità nel dare e trovare risposte ai problemi”. Come
dire che occorre spingere velocemente verso una nuova fase
di flessibilità con dolcezza, cioè con il consenso dei
sindacati dei lavoratori. Pensieri vecchi, e vecchie
strade.
Non c’è l’ombra di un’autocritica, e tanto meno il
tentativo d’impostare una nuova politica industriale per
dare qualità allo sviluppo, nel momento in cui i
principali gruppi veneti scelgono la rendita di posizione,
come Benetton che si sta rimpannucciando al riparo di
Autostrade SpA, o la finanziarizzazione, come Marzotto che
si trasforma in holding transnazionale, abbandonando il
territorio e chi lo abita al loro destino. L’aria pesante
di Valdagno si taglia col coltello quando incontro i
rappresentanti sindacali dello storico marchio vicentino,
che insieme a Graziano Besaggio della Filtea sono reduci
da una trattativa con i dirigenti dell’azienda.
La situazione è difficile. “Chiediamo informazioni su ciò
che vogliono mantenere qui e su ciò che vogliono
delocalizzare, sull’organizzazione del lavoro e sulla
formazione, ma loro non rispondono”, osserva Besaggio. La
parola d’ordine è: fare, collaudare ed eseguire. Cioè,
loro comandano e tu esegui, per il resto non hai alcuna
voce in capitolo. E’ chiaro che impostare una trattativa
in queste condizioni è un controsenso. Infatti, le
relazioni sindacali sono notevolmente peggiorate, sui
lavoratori piovono lettere di contestazione disciplinare.
La colpevolizzazione del subalterno è la regola, e le
donne - il 70% nel tessile e il 90% nell’abbigliamento –
sono le più penalizzate.
Già è dura con un salario di 800-900 euro, ma poi –
aggiunge Monica - “non ci sono più servizi sociali per le
donne che lavorano. Qui siamo quasi tutte sposate, ma non
c’è asilo nido, e in quelli comunali vai in lista, non hai
la precedenza perché lavori”. Si chiede il part-time, ma
di regola viene negato, perché l’azienda fa sapere che non
tratta problemi personali. Insomma, dal paternalismo del
conte Marzotto siamo passati allo stile manageriale del
presidente Favrin.
Anche qui si sente, e si vede, l’incertezza del futuro.
Non si sa quali effetti produrrà la riorganizzazione
finanziaria del gruppo, con la separazione in due distinte
società dell’abbigliamento e del tessile. Sta di fatto che
se nel duemila la Marzotto occupava 3.400 persone nel
distretto vicentino, oggi ne sono rimaste circa la metà
tra Schio, Piovene e Valdagno, dove è concentrato
l’abbigliamento, e dove dovrebbero restare la
progettazione, i prototipi e il controllo. Intanto c’è la
Cassa integrazione in atto, e poi hanno già trasferito il
“cervello” del gruppo a Milano. Dicono che lasceranno qui
la “testa”, cioè alcuni uffici amministrativi. Ma la testa
senza cervello non è un granché.
Il consiglio di amministrazione ha già approvato la
scissione delle attività del settore abbigliamento, con la
concentrazione di Valentino, Marlboro Classics, M Missoni
e Hugo Boss in una nuova società controllata denominata
Valentino Fashion Group e quotata a Piazza Affari. In
sintesi: da una parte l’abbiglimento (85% del fatturato),
trasformato in sistema moda sotto le insegne di Valentino,
dall’altra il tessile (15%), che resta marchiato Marzotto.
E’ la conclusione della trasformazione del gruppo da
manifatturiero in finanziario, con l’uscita del
capofamiglia Pietro e la formazione di un patto tra
diversi azionisti guidato da Antonio Favrin, il cui
appannaggio è di 1.211.000 di euro. Ormai l’Italia pesa
meno del 20% nel fatturato consolidato del gruppo, che nel
2004 è stato di 1.824 milioni di euro. L’80% proviene
dagli stabilimenti dislocati in Germania, Svizzera,
Repubblica Ceca, Lituania, Stati Uniti, Tunisia e Turchia.
Ma bisogna anche considerare che intere linee di Valentino
vengono fabbricate interamente in Cina.
In definitiva, questo è un esempio pessimo di
internazionalizzazione, in cui l’impresa butta via, al
tempo stesso, responsabilità sociale e responsabilità
nazionale. Tuttavia la risposta non sta nell’arroccamento
localistico, che ci fa solo arretrare. Il problema è se
questo tipo di capitalismo è in grado di assicurare una
prospettiva al Paese. In ogni caso, per evitare la
frantumazione globale delle classi lavoratrici e un
conflitto permanente tra poveri, servirebbe davvero una
cosa nuova, vale a dire l’unità transnazionale dei
lavoratori.
Oscar Mancini, segretario della Cgil di Vicenza, osserva
che intanto, per contrastare la fuga delle imprese dalle
loro responsabilità, occorre far avanzare una diversa
qualità dello sviluppo che recuperi la centralità del
valore sociale del lavoro. Certo, la questione ha
un’evidente risvolto politico. Ma anche il sindacato può
fare di più, impegnandosi in un diffuso rapporto di massa
con i lavoratori e costruendo con loro forme più stabili e
penetranti di democrazia.
Condivido. E tirando le somme di queste giornate trascorse
tra il Nord Est e il Nord Ovest, rilevo la presenza di tre
costanti, pur nella grande varietà delle situazioni: la
dissipazione del lavoro, e una difficile condizione
materiale e psicologica dei lavoratori, che genera
insicurezza e infelicità; il respiro corto e l’egoismo del
ceto capitalistico dirigente, vecchio e nuovo, che vede
solo i suoi interessi di classe, e cioè profitti, rendite
e patrimoni esentasse; l’assenza della politica, separata
e distante dal mondo del lavoro.
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