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Come cambia il lavoro. Inchiesta di Paolo Ciofi
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Seconda tappa
del viaggio nel lavoro. Nel cuore siderurgico italiano |
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Brescia
d'acciaio tra Lucchini e i russi - articolo n° 2 |
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del 27 mag 2005 |
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Dalla cabina di comando, sospesa ad alcuni metri dal
suolo, si vedono in trasparenza il forno e i rottami
incandescenti che fondono. Il processo è computerizzato e
l’operatore lo governa attraverso una sorta di consolle in
un ambiente piuttosto confortevole, insonorizzato e
climatizzato. Alberto Cavedo, delegato Fiom da 28 anni,
che mi ha portato fin quassù insieme a Fausto Beltrami
della Cgil, commenta con qualche compiacimento: “Le
condizioni di lavoro sono notevolmente migliorate. Non è
più come prima, quando stavi a pochi metri da una colata
di tre mila gradi con la lancia ossidrica in spalla.
Adesso impieghiamo i robot. D’altra parte, però, sono
aumentati notevolmente i ritmi: una volta colavi ogni tre
ore e colavi 80 tonnellate, adesso ogni 40 minuti e te ne
vengono giù 160”.
Brescia è tante cose, ma è ancora - e molto - siderurgia.
Qui i forni elettrici e le siviere vanno a pieno regime, e
i treni di laminazione scorrono veloci fino a rilasciare
il prodotto finale, soprattutto vergella. Siamo all’Alfa
Acciai, il più grande stabilimento siderurgico della
provincia con 870 dipendenti, considerato leader nella
produzione dell’acciaio per cemento armato. Un’unità
produttiva tra le più rilevanti nel robusto e complesso
tessuto industriale bresciano, innervato su una fitta
trama di imprese piccole e medie.
Nel suo campo, se si guarda al mercato globale, con 950
milioni di euro di fatturato l’Alfa Acciai è un attore
piccolo. Ma fa profitti e non sembra soffrire, al momento,
per una restrizione degli ordini. Nella siderurgia
bresciana, e in aziende come questa, ci sono stati
investimenti significativi negli ultimi 10-15 anni. Ma mi
fanno notare che sono stati rivolti principalmente ad
alzare i ritmi e a incrementare la produttività. Anche
nell’ambiente di lavoro e nell’emissione degli inquinanti
vi sono state migliorie. Il deficit sta nella qualità e
nell’innovazione del prodotto.
“Dopo un’evoluzione continua nei processi e dopo il
passaggio dal tondo per cemento armato al profilato e agli
acciai speciali, oggi siamo piuttosto fermi”. E Cavedo
precisa: “I Paesi nuovi ci incalzano non tanto per il
basso costo del lavoro, che nel nostro settore incide poco
a differenza dell’energia, della materia prima e dei
trasporti, quanto perché ormai loro sono in grado di fare
gli stessi prodotti che facciamo noi con la stessa
qualità. Ma noi, con un’esperienza di mezzo secolo,
potevamo (e possiamo) fare un prodotto diverso”.
Per i miei interlocutori, cui si sono aggiunti nella sede
della Camera del Lavoro Renzo Bertolini e Piero Galeotti
della Fiom insieme a Giuseppe Zucchini della Stefana
Siderurgica, non ci sono dubbi: è Luigi Lucchini, l’ex “re
del tondino” caduto dal trono, il prototipo del cattivo
imprenditore, che non crea nulla di nuovo e acquisisce il
frutto del lavoro altrui, che beneficia di graziose
elargizioni dallo Stato, e che soprattutto considera i
lavoratori e il sindacato come nemici da combattere e
sottomettere.
Se per l’Alfa Acciai e in generale per la siderurgia
bresciana, pur in un contesto economico irto di
difficoltà, il 2004 è stato d’oro, per il boss che si è
fatto da sé e diventato negli anni 80 presidente della
Confindustria, l’anno è stato quello dello della resa.
Schiacciato dai debiti, Lucchini ha ceduto le armi e
soprattutto il 62 per cento del capitale al colosso russo
Severstal, che ha ingoiato il secondo gruppo siderurgico
italiano. Così, dopo lo smontaggio senza ritorno di
Bagnoli, e dopo Terni acquisito da Thyssen Krupp, pure lo
stabilimento fondamentale di Piombino è finito all’estero.
Rimane Taranto nelle mani del gruppo Riva: per il resto,
anche quel che resta della grande siderurgia italiana
assomiglia molto a uno “spezzatino”.
Bertolini mi fa notare che a Brescia Lucchini ha lasciato
solo una sede amministrativa perché già nel 1999 gli
stabilimenti di Casto (“l’unico da lui realizzato”) e
quello di Sarezzo sono stati venduti a un gruppo veneto,
nel tentativo di fronteggiare un indebitamento vicino ai
due miliardi di euro, ormai pari al fatturato. Uomo di
finanza più che vero imprenditore, con le mani in pasta
nel sistema bancario e in Mediobanca (da cui è uscito
sconfitto), e con le giuste entrature politiche, Lucchini
è stato un grande beneficiato dalle Partecipazioni
statali, che in pratica gli hanno regalato un bel pezzo
della siderurgia italiana. Ma di fronte
all’internazionalizzazione dei mercati, pur avendo
acquisito alcuni stabilimenti in Europa, Lucchini non ha
retto e sono arrivati i russi.
Ragioniamo su questo capitalismo italiano, che alla prova
dei fatti risulta inabile e perdente: “querulo”, ha
scritto Scalfari, e tale che “di solito si vendica con i
deboli e si piega dinanzi ai più forti”. Le coordinate che
ne hanno guidato il cammino soprattutto a partire dagli
anni 80 (i favolosi anni 80 della “Milano da bere” e di
Bettino Craxi), la finanza uber alles - vale a dire il
pronto incasso senza strategie – e l’aggressione al
salario e ai diritti dei lavoratori, lo hanno portato in
un vicolo cieco. Certo è, come mi fanno notare qui a
Brescia, che con la privatizzazione di interi comparti
dell’industria il capitalismo di casa nostra ha avuto una
grande opportunità per dimostrare quanto vale. Non è stato
in grado di sfruttarla e ha reso di pubblico dominio che
sicuramente vale poco, spingendo verso il declino
l’economia e la società.
La sfida, dunque, non è di poco conto. Anche perché il
capitalismo italiano ha avuto sempre bisogno della mano
pubblica nei passaggi decisivi: l’unificazione nazionale,
la prima guerra mondiale, la crisi del 29-33, la ripresa
del secondo dopoguerra. L’intreccio di pubblico e privato
è stato assai stretto nella nostra storia. E oggi che il
dogma della superiorità del privato sta andando in pezzi,
non sarebbe il caso di pensare a forme nuove e inedite di
presenza del pubblico nell’economia e nella società, per
far avanzare una diversa qualità dello sviluppo?
Il nodo è politico, non c’è dubbio. Vedi - mi fanno notare
sia Galeotti che Zucchini – noi siderurgici sul salario
riusciamo ancora a tenere grazie all’alto livello della
contrattazione aziendale. Rispetto a un metalmeccanico che
porta a casa intorno ai mille euro (all’Iveco ancora
meno), il nostro salario è buono, circa 1500 euro al
quinto livello, più i premi. Ma lavoriamo il sabato e la
domenica, il giorno e la notte. Riusciamo anche a far
assumere gli interinali, a abbiamo ottimi rapporti con gli
extracomunitari (pakistani, marocchini, egiziani), che
seguono molto, partecipano e si tengono informati.
Politicamente però pesiamo poco. Per dirla in breve, il
sindacato è forte la politica debole.
Aggiunge Cavedo: “Dagli anni 80 in poi gli operai e i
lavoratori non si sentono più tutelati. Anzi, si sono
sentiti sempre penalizzati. L’effetto è il rigetto della
politica, il qualunquismo, il leghismo. Sul terreno
sindacale vedono i risultati. La politica invece la
sentono lontana, non interessa…Del resto, qui l’unica
fonte d’informazione per i lavoratori è il sindacato. E
poi - lasciamelo dire – avere due partiti comunisti in
Italia, prima che complicato è ridicolo”.
Se Lucchini è stato un precursore, sia come “tagliatore di
teste” che come assertore del potere assoluto dell’impresa
sui lavoratori, sostenendo che gli investimenti li faceva
in scioperi e innescando vertenze clamorose su diritti
elementari con lo scopo dichiarato di distruggere la Fiom,
alla fine si deve constatare che lui è nella polvere e il
sindacato in piedi. Una vicenda istruttiva, su cui è
opportuno che molti riflettano anche nel centro-sinistra,
e un punto di forza da cui muovere.
Qui si rendono conto che non basta difendere tenacemente
trincea per trincea, fabbrica per fabbrica, categoria per
categoria le conquiste ottenute di fronte a sconvolgimenti
globali che scalzano la democrazia, alimentando al tempo
stesso degenerazioni devoluzioniste e chiusure
corporative. Il territorio, in questa visione, diventa il
punto focale dell’azione e la Camera del Lavoro l’attore
che tiene sì il terreno contrattuale, ma anche quello
sociale e culturale.
“Noi ci stiamo provando”, mi dice Dino Greco. “E questo è
anche un modo per riempire di contenuti la politica”. Ecco
allora le piattaforme che rivendicano per i nuovi assunti
il tempo indeterminato, e il rapporto organico con i
lavoratori stranieri sostenuti nelle battaglie per la
regolarizzazione e per la piena cittadinanza. Ecco, su un
altro terreno, il viaggio della memoria ad Auschwitz con
700 studenti e insegnanti, e il convegno su “La Rsi la
repubblica voluta da Hitler”.
Ma - aggiunge il segretario della Camera del Lavoro - per
dare organicità al nostro discorso è necessario
soprattutto costruire nel territorio vere e proprie
piattaforme sociali, che chiamino in causa imprese e
istituzioni su precisi obiettivi, riqualificando la
funzione del pubblico. E’ lo strumento che il sindacato ha
per far avanzare “un’idea forte di bene comune, capace di
aggregare non solo gli operai e le innumerevoli figure del
lavoro dipendente, ma anche masse estese di cittadini e di
forze intellettuali oggi demotivate e rinchiuse in se
stesse”. |
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