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Una volta si
chiamava tessile-abbigliamento, adesso si chiama “Napoli
filiera moda”. L’esposizione molto accattivante sta alla
Mostra d’Oltremare, il centro propulsore che l’alimenta a
San Giuseppe Vesuviano. Lanterne rosse in via Astalonga, e
occhi a mandorla che ti osservano dalle botteghe cariche
d’ogni sorta di mercanzia: siamo sotto il Vesuvio, e
questa è una singolare China town alla napoletana.
Quanti sono i cinesi a San Giuseppe? Chi dice 3.000, chi
5.000. Difficile accertarlo. “Qui le cifre sono più
ballerine che altrove”, osserva Enzo Barbato, ex operaio
dell’Alfa Romeo di Pomigliano d’Arco dove è stato
segretario della Camera del Lavoro, che da queste parti è
di casa perché alcuni suoi vecchi compagni si sono
trasformati in piccoli imprenditori. Sta di fatto che
l’ultimo censimento segnalava più residenti provenienti
dalla Cina a San Giuseppe – un Comune di 27.000 abitanti –
che nell’intera città di Napoli, e oggi i cinesi
costituiscono qui uno dei perni su cui ruota l’intero
sistema moda.
Da lavoranti si sono trasformati in commercianti e
terzisti, ossia in concorrenti, mi fa notare Enzo
Speranza, presidente del Consorzio AssoCampania. Da una
parte, riforniscono gli ambulanti che “fanno mercato”
nella regione e nel Mezzogiorno con prodotti di qualità
medio-bassa a prezzi stracciati. Dall’altra, come scrive
Maurizia Sacchetti dell’ “Orientale” di Napoli in un
documentato saggio, proprio i laboratori gestiti dai
cinesi consentono alle ditte italiane committenti di
abbassare i costi: “un’attività produttiva della quale si
servono, tramite intermediari, anche le grandi firme
italiane”, “uno strano outsourcing locale che non ha
bisogno di trasporto né di dogane”.
Il capoluogo del distretto della moda è una sorta di
colata di cemento che ha sepolto gli antichi noccioleti e
si torce lungo le falde del Vesuvio in una sequenza
impressionante di palazzoni e palazzine, in cui si
mescolano e si confondono abitazioni laboratori magazzini
negozi rivendite. L’abusivismo è la regola: non c’è
un’area industriale né piano regolatore in uno dei
territori più popolati d’Italia, in cui sono insediate
8.000 imprese con 10.000 addetti, di cui solo 2.000
considerati regolari secondo dati dell’Ires Cgil. Qui
convivono in un intreccio inestricabile tre tipi
d’impresa: quelle che hanno un marchio e vanno
direttamente sul mercato, le terziste che lavorano per un
capocommessa, e le “nere” con diverse gradazioni fino al
nero totale (vale a dire quelle che sono ufficialmente
inesistenti perché non hanno partita Iva, con la
conseguenza che non esistono neanche i lavoratori).
Il paragone con il mitico Nord Est, che qualcuno pure ha
azzardato, mi sembra improprio: sebbene illustri firme del
Nord Est abbiano abbondantemente pescato in questo mare. E
poi è difficile che in quella parte d’Italia un Comune
venga commissariato per infiltrazioni camorristiche, o che
un distretto comprenda Ottaviano, la roccaforte di don
Raffaele Cutolo. Del resto, dopo un periodo di relativa
calma, qui la criminalità è tornata a farsi sentire.
Fare impresa in queste condizioni è indubbiamente
difficile. Ma qui c’è una diffusa capacità imprenditoriale
da sostenere, mi dice Luigi Giamundo, presidente della
sezione tessile e abbigliamento dell’Unione industriali di
Napoli, che incontro nella sua azienda. E noi, aggiunge,
“vogliamo fare un salto di qualità puntando su
innovazione, formazione e internazionalizzazione. Ciò
comporta l’intervento della politica, l’approvazione di un
piano regolatore, la fissazione di regole da rispettare
per tutti”.
Una contestazione del neoliberismo per far crescere il
“libero mercato”? Lui chiarisce che qui si è riusciti ad
approdare all’agognata sponda del mercato quando hanno
contestato qualcuno (“diciamo Benetton”) che voleva
imporre ai terzisti napoletani un prezzo irrisorio per un
stock di camicie: o è così, o vado in Turchia.
Giamundo è tra quelli che hanno conquistato lo sbocco sul
mercato, e qui alla “baco moda” tutto è tirato a lucido
nel segno della modernità. Solo 18 dipendenti, che
provvedono all’ideazione, preparano le collezioni e i
modelli impiegando il Cad e le più sofisticate tecnologie.
Predisposta la collezione, si raccolgono gli ordini presso
la rete di vendita, quindi si affida la confezione ai
terzisti, infine - rientrato il prodotto finito – si
procede alla distribuzione. Dunque, la manifattura è tutta
all’esterno, nel distretto o all’estero, comunque fuori
dalle mura dell’azienda.
Certo, bisogna colpire quelle forme di lavoro nero “che si
concretano in pratiche ignobili”, come lo sfruttamento dei
bambini e l’impiego di dipendenti “in condizioni di
pericolo o di sottomissione”. Però il bello della
microimpresa, su cui si regge l’intero distretto, sta
nella possibilità di gestire la propria attività “con il
nucleo familiare e con poche risorse”, e di “appoggiarsi a
catena ancora ad altri opifici esterni”. Questo consente
una “flessibilità a fisarmonica”, “una flessibilità in
entrata e in uscita”, insomma la flessibilità totale: “un
modello vincente che ormai viene copiato anche dalle
grandi fabbriche”.
Che il capocommessa sia veneto o campano, non fa però
alcuna differenza. Alla fine, il meccanismo del prezzo “scafazzato”,
cioè ridotto all’osso, si scarica sull’ultimo anello: la
persona che lavora, in genere una ragazza china sulla
macchina per cucire, molto spesso straniera, che quando va
bene riceve un salario appena sufficiente per vivere. 800
euro, se è un’ operaia provetta e se lavora tutte le
settimane del mese.
Ma questi sono tempi di crisi nera. Angelo Ercolano, ex
operaio dell’Alfa che ora fa il trapuntista, ha 50 anni e
dice di non avere memoria di una crisi così. La riduzione
del potere d’acquisto è drastica, e d’altra parte la
fisarmonica della flessibilità si contrae. Secondo la Cgia,
nel periodo 2000-2004, i posti di lavoro nel tessile hanno
avuto in Campania un crollo del 50%, mentre le
esportazioni sono diminuite del 30%. Ma bisogna
considerare che, a fronte di oltre un milione e mezzo di
addetti regolari nella regione, si valuta che vi sia -
secondo stime Ires - mezzo milione di irregolari, dei
quali circa la metà totalmente al nero. Si deve quindi
ritenere che le cifre ufficiali sui posti di lavoro
perduti siano notevolmente sottovalutate.
La Campania è la regione italiana più giovane, ma anche
quella con tassi di disoccupazione giovanile da far
spavento: 65% nel 2003 nella fascia di età 15-24 anni, 53%
nella fascia 25-29 anni, che restano comunque
stratosferici anche considerando l’occupazione irregolare.
Il professor Ugo Marani, presidente dell’Ires Cgil
Campania, è convinto che non si possa impostare
correttamente una politica per l’occupazione e il lavoro
muovendo dal mercato del lavoro: “il punto di partenza
dovrebbe essere strutturale”.
E qui emerge un dato preoccupante. La grande impresa
scompare, ma la piccola non cresce, anzi manifesta una
tendenza al nanismo. In Campania è morta la siderurgia, è
in coma l’auto, la motoristica, la costruzione di treni.
Un intero apparato industriale sta scomparendo, mentre
cresce un terziario particolarmente dequalificato. Qual è
l’alternativa? Bisognerebbe definire una strategia, ma una
visione strategica non c’è. Questa è un’opinione che ho
trovato molto diffusa.
Anche il sindacato soffre in questa condizione. Ines
Picardi, segretaria della Filtea, mi aveva messo
sull’avviso: parlare con le operaie e gli operai a San
Giuseppe Vesuviano è pressoché impossibile. I sindacati
confederali non esistono, vi sono qua e là piccole
strutture di servizio, i consulenti del lavoro e
naturalmente gli avvocati. “E’ un mondo molto chiuso, per
noi impenetrabile, in cui l’elemento prevalente è l’arte
di arrangiarsi”. Ma anche in aziende famose come Marinella
e Kjton, in cui il padrone fa di tutto per gestire
direttamente i rapporti con i dipendenti, la Cgil non è
presente. Insomma, c’è un problema di rappresentanza, in
una situazione oggettivamente difficile.
Nella stanza della Nidil, dove sono indaffarati a seguire
l’infinita casistica del lavoro atipico, avverti subito
che questo è il nodo cruciale. Fabrizio Matarazzo è molto
netto: “Non c’è solo la difficoltà di tenere i rapporti
dentro una realtà tanto composita, è che i ragazzi sono
devastati dal primo impatto con l’impresa. Si avvicinano
al lavoro con speranza, e questa diventa subito delusione,
amarezza, disincanto. Si sentono esclusi”. Ma cosa
significa questo, se non che il lavoro, per l’effetto
congiunto della precarietà e dei bassi salari, non dà più
accesso alla cittadinanza, cioè all’esercizio dei diritti
fondamentali? Se è cosi, si tratta di una questione
enorme, che attiene al destino di ognuno e insieme alla
democrazia.
Proprio perciò bisognerebbe concentrare l’attenzione sui
giovani e su questi lavoratori nuovi, cancellati nei
diritti e come persone. Anche perché,
nell’internazionalizzazione della produzione e dei saperi,
di cui il sistema moda è un esempio, il lavoro viene
frantumato localmente, ma diventa sempre più centrale
globalmente. Giovani contro anziani? Outsider contro
insider? Italiani contro cinesi? Padani contro napoletani?
O costruzione di una “filiera del lavoro”? Proviamo a
cambiare paradigma. |