Dichiarazione
d’intenti
di
“articolouno”
Il nostro scopo è di
indagare le trasformazioni, le condizioni, le ragioni del “lavoro”
insieme alle motivazioni forti della sua rappresentanza. Oggi, nel mondo
globale e nella transizione italiana, è come se vivessimo in una realtà
dimezzata. Il lavoro accresce nell’interdipendenza la sua presenza sociale
decisiva, ma nella cultura e nella politica è stato reso del tutto
subalterno e invisibile. Il vero tratto distintivo della “seconda
Repubblica” consiste nel fatto che i lavoratori, oggi, non dispongono più
di un’autonoma e libera rappresentanza politica. Qui sta la ragione più
profonda della crisi italiana come svuotamento della democrazia e declino
della nazione, la radice storica e sociale dello spaesamento e della crisi
della sinistra.
Nonostante il logoramento evidente del berlusconismo e dell’impianto
teorico e pratico del liberismo dominante, la sinistra non riesce a
mordere sulla realtà con una proposta credibile, né a conquistare sul
terreno una funzione storico-politica adatta ai nostri tempi. In altre
parole, a costruire un blocco sociale sul quale fondare la propria
funzione dirigente e di governo. Ciò è dovuto al fatto, secondo noi, che
la sinistra ha perso il suo ancoraggio fondamentale con il mondo del
lavoro, inteso come quel vasto complesso di forze anche intellettuali,
tradizionali (il lavoro dipendente) e nuove (il lavoro autonomo
subalterno), che hanno già duramente pagato per evitare nel passato la
bancarotta del paese, e sulle cui spalle sono stati caricati i costi
dell’ingresso dell’Italia in Europa.
Oggi le forze del lavoro sono quelle maggiormente interessate e decise a
fermare il declino del paese, ma l’accettazione del principio secondo cui
il lavoro è una pura merce nella piena disponibilità del capitale ha
distrutto l’idea fondante del movimento operaio, ovvero che i lavoratori
debbano avere una loro autonoma rappresentanza politica, e non solo
sindacale. Il lavoro, come il capitale, è stato coinvolto nelle più
straordinarie trasformazioni, ma la sinistra politica – subalterna alla
cultura d’impresa - ha cessato di rappresentarlo proprio nel momento in
cui il conflitto capitale-lavoro, lungi dall’essere stato cancellato, si
manifesta in forme inedite che richiedono un surplus di analisi critica e
di autonomia culturale.
La
rinuncia a una cultura critica del capitalismo contemporaneo e della
società italiana ha impedito di vedere che l’eliminazione del lavoro
dall’orizzonte politico della sinistra non ha portato né benessere né
sviluppo. Al contrario, la penalizzazione dei salari e dei redditi da
lavoro, che ha prodotto una crescita esponenziale dei profitti negli anni
ottanta e novanta, non si è tramutata in investimenti, bensì in rendita,
dando luogo a manovre speculative, a collocamenti all’estero, a uno
spensierato taglio delle cedole nei paradisi fiscali. Alle generazioni
nuove il dominio del capitale offre precarietà, insicurezza, incertezza
nell’avvenire, impossibilità di realizzare se stesse. Inoltre, la
flessibilità dilagante ci ha reso più poveri e vulnerabili: ostacolando
l’innovazione scientifica e tecnologica, ha giocato lo stesso ruolo
negativo delle svalutazioni competitive.
Nel mondo globale, e nella stessa Unione europea, il lavoro è coinvolto in
un processo di competitività esasperata delle economie capitalistiche,
fondato su una sorta di dumping sociale e sulla cancellazione dei diritti,
che alimenta contrapposizioni e conflitti fra territori, nazioni,
individui. Il perseguimento della riduzione massima dei costi del lavoro,
sia manuale che intellettuale, diventa l’imperativo dell’impresa
planetaria, che inglobando anche la politica come funzione tecnica del
capitale intende liberarsi di ogni regolazione e condizionamento degli
Stati e degli stessi sindacati, posti sotto il ricatto dei licenziamenti e
delle delocalizzazioni
Proprio perciò nella valorizzazione del lavoro sta il nucleo forte di
politiche economiche e sociali alternative, che mettano in grado l’Italia
e l’Europa di affrontare le sfide globali in termini di ricerca e di vera
innovazione, di relazioni più giuste e più eque tra il mondo sviluppato e
quello arretrato, muovendo dalla critica serrata a un modello di sviluppo
consumista e dissipativo delle risorse umane e ambientali .
La
Costituzione rappresenta un punto di riferimento decisivo per la
costruzione di una piattaforma antiliberista che faccia asse sulla moderna
centralità del lavoro (in tutte le sue articolazioni a cominciare
da quella femminile), e che sia rivolta ad aprire una fase di reale
cambiamento e di progresso civile in relazione con il rilancio della
dimensione pubblica su basi diverse dal passato, a costruire un nuovo
protagonismo riformatore nella società e nei territori: non solo perché
dichiara che la Repubblica è fondata sul lavoro, ma perché stabilisce che
“è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e
sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini,
impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva
partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica,
economica e sociale del paese”.
I
diritti assumono in questa luce una dimensione nuova, che va ben oltre i
limiti angusti del liberalismo. E la valorizzazione del lavoro, che
costituisce il profilo programmatico della Costituzione, diventa la base
materiale e culturale per la valorizzazione delle persone, la premessa per
l’affermazione della loro libertà e dignità.
Muovendo da qui, dopo la catastrofe del “socialismo reale” e in presenza
dello sfruttamento senza limiti imposto dal capitalismo neoliberista,
anche attraverso l’invasione degli spazi pubblici globali e locali, e il
tentativo di demolire i fondamenti costituzionali conquistati nel secondo
Novecento, sono possibili una nuova teorizzazione del lavoro e una nuova
pratica della politica, che recuperi l’originalità del modello europeo: il
riconoscimento della dualità lavoro-capitale, rispetto all’unilateralismo
del capitale; il lavoro sindacalmente organizzato e politicamente
rappresentato, su cui poggia un effettivo pluralismo della rappresentanza;
i diritti del lavoro come cardine della cittadinanza; i diritti sociali
come condizione dei diritti di libertà; la politica come riconquista dello
spazio pubblico, garantito dalle istituzioni ai cittadini anche mediante
la sua piena costituzionalizzazione.
C’è un nesso dinamico e creativo tra questa visione del lavoro e il
rinnovamento della sinistra. Se il lavoro non è una merce, ma il
fondamento della moderna cittadinanza, esso dovrebbe stare al centro della
rappresentanza e dell’iniziativa di una sinistra rinnovata, autonoma,
unitaria. In tale direzione noi ci sentiamo impegnati, al di fuori di ogni
separetezza autoreferenziale e autosufficiente, ma in collegamento con
tutti coloro (singole persone, associazioni, movimenti, organizzazioni
sindacali e politiche) che avvertono l’esigenza di una svolta negli
indirizzi programmatici e nella costruzione di un nuovo blocco sociale
della sinistra.
Roma, 7 dicembre 2004