George il vecchio e la società senza classi
Le classi sociali sono state dichiarate inesistenti negli Stati Uniti. Con un gesto volontaristico tipicamente americano, George il vecchio ha asserito: “Non intendiamo venir suddivisi in classi”, essendo queste ai suoi occhi molto più perniciose di qualsiasi altro fattore o evento tendente a limitare il potere delle corporations. In ogni caso, ha aggiunto, le classi “sono prerogativa delle democrazie europee e di qualche altro Paese, non degli Stati Uniti d’America”. E sebbene sia in linea con tale imperativo categorico, la scienza economica è costretta a compiere sforzi inauditi per imprigionare entro questo schema ideologico pre-stabilito una realtà sociale e di classe inedita, che sfugge da tutti i lati revocando in dubbio vecchie certezze e nuovi dogmi. Anche John Kenneth Galbraith, che pure è un penetrante osservatore della realtà e uno spirito indipendente, analizzando la società americana degli anni novanta muove dall’assunto che si tratta di una “società senza classi”, come del resto conferma “il pensiero sociologico americano, il più accreditato e diffuso. Ma la forza dei fatti è talmente dirompente, e i processi reali talmente cocciuti, che nell’analisi dell’illustre economista a un certo punto, con un vero coupe de théatre, entra in scena la “sottoclasse funzionale”. Sono i subalterni, che si dedicano alle occupazioni “ripetitive, noiose, fisicamente faticose, poco stimolanti intellettualmente e socialmente degradanti”, dalla cui presenza “dipendono totalmente” “gli individui economicamente privilegiati” (compresi quelli che “di tale classe” parlano “con enorme sconcerto”), e senza la quale “il progresso economico risulterebbe incerto e sicuramente molto meno rapido”. Un modo per dire, sia pure confusamente, che la ricchezza non si autoriproduce e non cresce in forza della semplice presenza dei ricchi, e che l’opulenza degli uni sta in rapporto con la povertà degli altri. Tuttavia Galbraith non dice che la ricchezza sociale è il prodotto del lavoro sociale: a lui è estraneo il concetto di sfruttamento, cosicché alla fine dei conti, nella società che si divide tra ricchi e “meno fortunati”, i poveri sono quelli colpiti dalla “cattiva sorte”. La ricchezza non ha una spiegazione razionale, se non nell’abilità e nella fortuna personali; come pure la povertà, se non nel contrario dell’abilità e della fortuna. Che l’argomentazione sia debole Galbraith stesso se ne rende conto, ma su questa strada per necessità deve ricorrere, del tutto contraddittoriamente con la realtà, al deus ex machina, a un fattore che sta fuori delle relazioni sociali tra gli uomini, cioè alla fortuna e alla sorte, se non al destino “cinico e baro”. Assistiamo al paradosso per cui, nel centro della modernità e nel pensiero di intellettuali laici e progressisti del calibro di Galbarith, compaiono elementi di irrazionalità dogmatica e di superstizione ideologica quando entra in gioco la natura del capitale e il rapporto tra il capitale e il lavoro. Nella critica liberal e liberalsocialista al capitalismo dell’era della globalizzazione l’accento viene posto sulle disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza. Al centro dell’attenzione c’è il processo distributivo, ma l’efficacia di questa critica (e delle politiche conseguenti) si riduce di molto fino a perdere consistenza se si accetta il pre-giudizio della società senza classi, che si presenta (à la Thatcher) come pura somma di individui nella quale ciascuno è libero di scegliere. Quando per esempio Giorgio Ruffolo, andando oltre Galbraith, sostiene che ormai “abbiamo una società di individui”, avendo la sinistra raggiunto il suo scopo - vale a dire esattamente “la società senza classi”-, è evidente che con ciò dichiara del tutto inefficaci e addirittura inutili la teoria e la politica delle socialdemocrazie, il cui scopo consisteva fondamentalmente nel ridistribuire la ricchezza tra il lavoro e il capitale. Se infatti capitalisti e lavoratori sono individui allo stato puro, spogliati di qualsiasi qualità sociale e della loro consistenza economica, una simile impostazione è semplicemente priva di senso. Nella migliore delle ipotesi, si tratterà di assistere gli individui “meno fortunati”, di intervenire nelle situazioni di estrema miseria a titolo di benevolenza e di carità, di amore fraterno per chi chiede aiuto. La filantropia prende il posto del diritto, e dunque va stimolata l’opulenza del ricco per poter soddisfare il bisogno del povero. Questo è infatti il vero approdo cui perviene la cultura della “società senza classi”. Su un altro versante, la critica d’ispirazione cattolica al capitalismo moderno non disconosce le prevaricazioni del capitale sul lavoro: "Il lavoro viene prima delle pretese dei capitalisti", ha ammonito in una pubblica udienza Giovanni Paolo II. E il cardinal Martini ha sostenuto che “spesso si richiede una dedizione così totale e monopolizzante del lavoro che si potrebbe catalogare fra le idolatrie deprecate della scrittura”. In questo caso non c’è traccia di una società “senza classi”, e ciò che si chiede è un “retto” rapporto tra le classi, nel quale lo sfruttamento del lavoro sia circoscritto entro determinati limiti etici, derivanti dalla natura e dalla dignità dell’uomo. In un saggio collettivo pubblicato dalla Rivista trimestrale nel 1980, un gruppo di giovani economisti di formazione cattolica e vicini al Pci sosteneva che “probabilmente” il rapporto di sfruttamento intercorrente tra le classi è connesso con la “complessità costitutiva dell'uomo, che gli impedisce di pensarsi simultaneamente come soggetto di lavoro e come soggetto di bisogno”. Tale rapporto di sfruttamento si manifesterebbe comunque quando non c'è libera concorrenza e “i privati produttori assumono comportamenti 'arbitrari', acquisendo un surplus che va ben oltre il profitto 'normale'”. Di conseguenza, compito della sinistra sarebbe quello di riportare il capitalismo alla purezza delle origini, eliminando le distorsioni del mercato e le sue “vendette” secondo i precetti di Adam Smith. “La costante ispirazione della Rivista Trimestrale” - osservava in proposito Claudio Napoleoni - è fondata sul pregiudizio che “nella società capitalistica l'oppressione e lo sfruttamento abbiano la loro sede nel modo del consumo e non nel modo della produzione”. Nel pensiero di Marx ed Engels, che al di là di ogni interpretazione economicistica individua proprio nel modo di produzione il centro dello sfruttamento, il lavoro è fonte di ogni ricchezza, ma in pari tempo assume la dimensione di fattore costitutivo della persona e della società, dentro gli svolgimenti della storia e nel travagliato evolvere della condizione umana. Osserva Engels che il lavoro non è solo, accanto alla natura, “la fonte di ogni ricchezza”. In realtà, “è ancora infinitamente più di ciò. E’ la prima, fondamentale condizione di tutta la vita umana; e lo è invero a tal punto, che noi possiamo dire in un certo senso: il lavoro ha creato lo stesso uomo”. In questa visione la “fine del lavoro”, come processo che mette in relazione gli uomini tra loro e questi con la natura, non è ipotizzabile né sarebbe concretamente possibile, giacché verrebbe meno la vita stessa. Non per caso Marx fa notare che, come “ogni bambino sa”, “sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe”. Osservazione che a noi, cittadini del mondo globalizzato di un secolo e mezzo dopo, può apparire persino banale: sebbene non siamo in grado di trarne le logiche conclusioni circa la centralità del lavoro nell’epoca nostra. Come banale può sembrare il fatto che nella sospensione del lavoro durante gli scioperi generali i lavoratori garantiscono comunque i “servizi essenziali”. Nella società capitalistica globale, la questione del lavoro – sebbene mistificata ed elusa - si ripresenta tuttavia in tutta la sua grandezza e drammaticità. E’ la questione cruciale posta al centro del pensiero critico di Karl Marx, che punta dritto al cuore del modo di produzione capitalistico mettendone a nudo il fondamento, quando analizza il processo di sfruttamento della forza-lavoro. Nella condizione storica presente (che non è affatto un “normale” e immutabile stato di natura), nella quale i produttori dipendenti sono separati (alienati) dai mezzi della produzione, e perciò non posseggono neanche il prodotto del loro lavoro, mentre i detentori dei mezzi della produzione (e della comunicazione) sono in pari tempo proprietari dei risultati del lavoro altrui, si ripropone il problema del ruolo del lavoro nell’economia e nella società, e quindi la necessità di mettere in chiaro il meccanismo di valorizzazione del capitale, che costituisce la vera “legge” “del movimento della società moderna”.
Dal volume di Paolo Ciofi Il lavoro senza rappresentanza, manifestolibri 2004, pp. 207-217 |