Una nuova fase della lotta di classe
Nella storia del capitalismo e dei capitalismi cambiano e si trasformano gli strumenti di produzione e le forze produttive; si trasformano e si diversificano, al pari delle forme del capitale, le forme del lavoro, ossia i concreti modi di applicazione della forza-lavoro, delle capacità intellettuali e fisiche della persona che a loro volta evolvono: ma non cessa di persistere per questo il rapporto di dipendenza del lavoro dal capitale, che anzi si articola e si estende globalmente. Il salariato della manifattura tessile di fine Ottocento, l’operaio-massa della fabbrica fordista, la lavoratrice a chiamata nei processi computerizzati di oggi sono tutte forme storicamente determinate e specifiche del lavoro salariato e dipendente, che non scompare in conseguenza dell’evoluzione e transitorietà di queste forme. Al contrario, “il lavoro subordinato si espande, innanzitutto su scala mondiale. E continuerà a espandersi, insieme alla sua contraddizione col capitale, che diventa più radicale, non meno”. In sintesi: non è pensabile il capitale senza il lavoro salariato e dipendente, che al capitale dà il soffio della vita. Ed è interessante notare come nella lingua tedesca, in cui è stato scritto Il capitale, da Arbeit – lavoro- deriva Arbeiter, un’unica parola per dire lavoratore e operaio, che corrisponde a un’identificazione che si è verificata nella storia. In ogni caso, se la quintessenza del capitale sta nella contrapposizione al lavoro, la presenza di lavoro e capitale inevitabilmente si materializza in concreti esseri viventi, i capitalisti e i lavoratori, che a differenza della Madonna di Loreto non sono una pura creazione dello spirito. Per conseguenza, la presenza della classe dei capitalisti e della classe dei lavoratori salariati non è un dogma del passato, o un ideologismo vecchio stile, e tanto meno un optional di cui si possa fare volentieri a meno, ma la condizione imprescindibile della valorizzazione del capitale. Al contrario, per dimostrare l’inesistenza delle due classi sociali contrapposte, bisognerebbe dimostrare l’inesistenza del capitale nella fase della “dittatura del capitale”. Impresa a dir la verità piuttosto complessa, anche perché l’attacco sistematico ai diritti del lavoro, in nome della modernità contro i cascami di un vecchio passato, serve in realtà ad abbattere i vincoli che limitano lo sfruttamento del lavoro salariato nel presente, e perciò a potenziare il capitale. Un tipico esempio di lotta di classe, rubricato sotto il titolo “modernizzazione”. La verità è non che si sono dileguate le classi sociali nella modernità, ma che la classe dei lavoratori salariati e dipendenti è stata espropriata della politica: cioè della possibilità di incidere nella realtà effettuale dei rapporti sociali per trasformarli. Come sottolinea Marx, “ogni lotta di classe è lotta politica”, nella quale i subalterni si costituiscono “in partito politico” al fine di rappresentare i propri interessi e di conquistare diritti, come fu “per la legge delle dieci ore di lavoro in Inghilterra”. In altri termini, la classe non esiste semplicemente a livello dei rapporti di produzione, anzi non può costituirsi, manifestarsi e agire come tale se non unificandosi politicamente: una visione antimeccanicistica e antifatalistica, che ha trovato in Gramsci un punto d’approdo significativo fissato esattamente nella politica e nella creatività del soggetto umano, cioè nella portanza della sovrastruttura e della politica come egemonia, come “direzione intellettuale e morale”. In conclusione, la classe non è una categoria sociologica, e non basta il radicamento nelle condizioni economiche e materiali – osserva Cesare Leporini - perché “sia compiuta, formata, organizzata come tale”. Perché ciò accada è necessario che intervenga il fattore della politica, cioè la capacità di agire in modo autonomo sul terreno politico. Quando i lavoratori perdono la loro rappresentanza politica, la loro capacità e possibilità di autorappresentarsi sul terreno politico, cessano di esistere come classe autonoma e libera. Vengono frantumati e dispersi come identità, come diritti, come interessi; riportati allo stato prepolitico e corporativo; incatenati al capitale in una condizione di totale subordinazione. Non per caso Galbraith parla della “sottoclasse funzionale” come di una classe “immobilizzata”, cioè messa nella condizione di non poter agire, e quindi di non esistere come tale. Ciò si verifica quando i lavoratori e i subalterni sono espropriati della politica come azione collettiva, e la politica viene privatizzata: non più bene comune, ma funzione del denaro, di cui diviene al tempo stesso lo scudo e la spada. La politica viene trasformata in monopolio di una sola classe, quella dei capitalisti (pardon, degli imprenditori), dei proprietari, dei dominanti. I dominati non hanno scampo e sono condannati a restare tali, giacché i singoli vengono espropriati della possibilità di incidere sul proprio destino al di fuori di un comune legame che li coinvolga, li organizzi e li rappresenti. In tal modo si realizza “un totale, indiscriminato controllo del capitale sul lavoro e, attraverso il lavoro, sulla società intera”. Questa è oggi la tendenza globale. Questa è anche la forma che ha assunto – tramite la privatizzazione della politica - una gigantesca lotta di classe scatenata su scala planetaria, volta a cancellare i diritti del lavoro, e a distruggere o impedire ovunque l’autonoma e libera rappresentanza dei lavoratori. Nel momento in cui si nega l’esistenza stessa delle classi, in realtà si promuove la più ampia e totale lotta di classe che si sia mai vista contro il lavoro, non solo al livello sociale e politico, ma anche al livello culturale e mediatico. Siamo entrati effettivamente “in una nuova, inedita fase della lotta di classe” nella quale, a differenza del Novecento, quando erano i lavoratori che lottavano per strappare salari e tutele, diritti e democrazia, è oggi il capitale a promuovere un’offensiva a tutto campo per demolire queste storiche conquiste. E così, il teorema che dovrebbe provare l’insussistenza delle classi costituisce la premessa culturale di tale offensiva, perché paralizza e rende sterile la classe subalterna nel momento stesso in cui dichiara la sua inesistenza. E’ ovvio che se scompare il lavoro salariato, scompare con ciò la necessità di doverlo rappresentare sul terreno politico: il mascheramento ideologico della realtà raggiunge il suo apice. La negazione dell’esistenza delle classi equivale al riconoscimento di una sola classe, sulla quale si dovrebbe conformare l’intera società. Con queste premesse, la corsa al centro della sinistra italiana ed europea, che abbandona il lavoro salariato alla ricerca di un approdo nella mitica “terra di mezzo”, cioè nella middle class in via di estinzione, non è solo un clamoroso errore di fatto dovuto all’oscuramento ideologico della realtà. E’ anche un mezzo, al di là della consapevolezza che i protagonisti di tale ricerca affannosa di un non-luogo possono avere, per sterilizzare e infine cancellare qualsiasi espressione politicamente autonoma dei lavoratori dipendenti e delle classi subalterne, che vengono spinte ai margini e rese afone. Ma poiché, seguendo Krugman, la “gloriosa classe media” nella realtà si sta decomponendo, alla resa dei conti la corsa al centro si traduce in politiche a vantaggio dei ricchi, e la politica diventa essa stessa proiezione della ricchezza. Come scrive Manuel Vazquez Montalban, “si abbandona il marxismo e si finisce per credere agli oroscopi, senza sapere distinguere il bene dal male”. Dal volume di Paolo Ciofi Il lavoro senza rappresentanza, manifestolibri 2004, pp. 207-217 |