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Il lavoro: teorie ed opinioni

Il lavoro secondo Karl Marx

Capitale e lavoro salariato


 

“La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico – osserva Marx in apertura del Capitale – si presenta come una ‘immane raccolta di merci’”. Ma perché sia generata tale ricchezza che si materializza nelle merci, il capitalista detentore dei mezzi di produzione deve trovare nel mercato, tra le tante dell’“immane raccolta”, una merce speciale, la cui peculiarità consista nella capacità di produrre nel corso del processo lavorativo un valore maggiore del suo costo, cioè del valore necessario alla sua riproduzione. Questa merce sul mercato esiste, ed è la forza-lavoro.

Il suo “valore d’uso” (cioè la sua applicazione a un concreto processo di produzione) – precisa Marx – possiede “la peculiare qualità d’esser fonte di valore”, e perciò “il suo consumo reale” si presenta come “oggettivazione di lavoro, e quindi creazione di valore”. D’altra parte, affinché la forza-lavoro possa essere applicata al processo produttivo, è necessario che il possessore la venda come merce, e ciò presuppone che egli possa disporne: in altri termini, il possessore della forza-lavoro “deve essere libero proprietario della propria capacità di lavoro, della propria persona”, e deve collocare sé medesimo sul mercato del lavoro non avendo altri mezzi di sussistenza.

La forza-lavoro (o capacità di lavoro) si presenta quindi come “l’insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente d’un uomo, e che egli mette in movimento ogni volta che produce valori d’uso di qualsiasi genere”, vale a dire ogni volta che l’uomo si applica a un processo lavorativo concreto per la produzione di beni materiali e immateriali. Dunque: forza-lavoro come insieme delle attitudini fisiche e intellettuali della persona, il cui valore è determinato dal valore dei mezzi di sussistenza necessari a conservare “l’individuo che lavora nella sua normale vita”, cioè dal valore delle merci necessarie a soddisfarne i bisogni. Ma questi bisogni variano da Paese a Paese e sono un prodotto della storia, dipendono quindi “in gran parte dal grado di incivilimento di un Paese e, fra l’altro, anche ed essenzialmente (…) dalle abitudini e dalle esigenze fra le quali e con le quali si è formata la classe dei liberi lavoratori”. Perciò – e questa è una notazione non secondaria contro ogni interpretazione economicistica – “la determinazione del valore della forza-lavoro, al contrario che per le altre merci, contiene un elemento storico e morale”.

A differenza di ciò che generalmente si ritiene secondo una terminologia diventata senso comune, oggetto della compravendita tra capitalisti e “liberi lavoratori” non è dunque il lavoro, bensì la forza-lavoro. Distinzione non filologica, ma sostanziale, poiché il lavoro è – in sintesi – “l’uso della forza-lavoro”, il consumo delle energie fisiche, intellettuali e psichiche racchiuse nella forza-lavoro. Diversamente da Adam Smith, che rivoluzionando il pensiero economico aveva messo in campo le categorie di “lavoro” e “lavoro comandato”, e anche da David Ricardo, che pure aveva introdotto il “tempo di lavoro” come categoria fondamentale, proprio la distinzione tra forza-lavoro e lavoro ha consentito a Karl Marx di cogliere la sostanza del modo capitalistico di produzione, portando allo scoperto il meccanismo di sfruttamento dei lavoratori e di valorizzazione del capitale. Ritengo di grande attualità l’osservazione rivolta da Claudio Napoleoni a chi proponeva di tornare al liberalismo di padre Adamo. “La teoria smithiana del capitale, senza i chiarimenti dati da Marx, rimane senza alcun fondamento”.

Il meccanismo di sfruttamento emerge con tutta evidenza quando Marx, al capitolo ottavo del primo libro del Capitale, prende in esame la giornata lavorativa. Raffigurando questa come una linea a – b – c, e ponendo che a - b rappresenti il tempo di lavoro necessario alla produzione della forza-lavoro, ossia del valore dei mezzi indispensabili a conservare “l’individuo che lavora nella sua normale vita”, allora b - c rappresenterà un pluslavoro, il cui valore sarà incamerato dal capitalista. Se la giornata lavorativa non è una grandezza data (cioè regolamentata nella sua lunghezza), il capitalista cercherà di ottenere una quota crescente di pluslavoro prolungandone la durata (produzione di plusvalore assoluto). Se invece la giornata di lavoro è predeterminata contrattualmente o per legge, il capitalista o il suo mandatario cercherà di spostare a proprio vantaggio all’interno di essa il rapporto tra pluslavoro e lavoro necessario (produzione di plusvalore relativo, che si ottiene attraverso l’incremento di produttività). Esattamente il contrario cercherà di fare il lavoratore, che aspira a una remunerazione della propria forza-lavoro al di sopra del puro livello di sussistenza.

In ogni caso, “la proporzione tempo di pluslavoro/tempo di lavoro necessario determina il saggio del plusvalore”, indicatore principe del livello di sfruttamento delle persone che vendono la propria forza-lavoro: “il saggio del plusvalore è l’espressione esatta del grado di sfruttamento della forza-lavoro da parte del capitale”. Con ciò Marx dimostra che lo sfruttamento degli uomini da parte di altri uomini non si manifesta come distorsione (o degenerazione) del capitalismo, non è una fuoriuscita dalle sue regole, né un’inclinazione perversa insita nella natura degli esseri umani, bensì il normale stato delle cose nel modo capitalistico di produzione. Entro questo modo di produzione, è in discussione non la presenza del rapporto di sfruttamento, bensì solo il livello e il carattere di tale presenza. In realtà, come nota Luigi Cavallaro, Marx vede ciò che i “classici”, ponendosi dalla parte del capitale, non potevano vedere, e cioè che dietro profitti, interessi e rendite si nasconde “lavoro non pagato”, il pluslavoro che prende forma di plusvalore derivante dal processo produttivo.

Nella produzione delle merci si manifesta “il duplice carattere del lavoro”, che nel procedimento analitico di Marx assume un rilievo discriminante. In quanto “lavoro concreto”, il lavoro si materializza nel “valore d’uso” della merce (ossia nella sua capacità di soddisfare un bisogno); come “lavoro astratto” si rappresenta nel “valore” della merce medesima (ossia nella quantità di lavoro in essa incorporato). Per un verso, “ogni lavoro è dispendio di forza-lavoro umano in forma specifica e definita nel suo scopo, e in tale qualità di lavoro concreto utile esso produce valori d’uso”. Per altro verso, “ogni lavoro è dispendio di forza-lavoro umana in senso fisiologico, e in tale qualità di lavoro eguale o astrattamente umano esso costituisce il valore delle merci”.

Per il capitalista detentore dei mezzi di produzione ha importanza il lavoro “astrattamente umano”, il “lavoro astratto” che genera valore, quindi plusvalore e infine profitto. Seppure fossero illuminati dalla luce della carità e animati dagli spiriti del buonismo, McDonald non fabbricherebbe hamburger per dar da mangiare agli affamati, Coca Cola non riempirebbe lattine e bottigliette per dar da bere agli assetati, Giorgio Armani non produrrebbe mutande griffate per vestire gli ignudi, ma semplicemente per realizzare un profitto. In altri termini, nel modo capitalistico di produzione il valore d’uso non è il fine, è solo il mezzo per realizzare il valore delle merci e incamerare il pluslavoro in esso incorporato. Perciò, se il fine che muove il capitale è il profitto e non già il soddisfacimento di un bisogno, per il capitale e la sua valorizzazione rilevante non è la forma specifica del lavoro bensì la sua capacità di produrre valore. Questa è la logica del capitale.

Ciò significa che le forme concrete di applicazione della forza-lavoro possono essere le più diverse e articolate, ovvero che l’ampiezza e la varietà del lavoro concreto in perenne trasformazione si possono manifestare in forme del tutto inedite, all’unica condizione che si produca la valorizzazione del capitale, cioè che l’uso della forza-lavoro in quanto tale generi un sovrappiù rispetto al capitale inizialmente investito. Ai fini di realizzare un profitto dalla produzione di beni o servizi, materiali o immateriali, che immessi sul mercato indossano l’abito conforme della merce, il moderno detentore dei mezzi di produzione della nostra epoca, rampante, competitivo, sofisticato e ipertecnologico, può dunque sfruttare lavoro concreto nelle forme più varie.

Può impiegare scienziati ben pagati per produrre la sequenza del genoma, tecnici specializzati per costruire architetture del software, tute blu nell’industria motoristica e delle automobili, operai generici nell’edilizia, giovani laureati nei call centers, donne e uomini in affitto per distribuire avvisi e pubblicità nelle aree metropolitane, e così via. Può sottoscrivere ricchi contratti ad personam, rispettare i contratti nazionali, la contrattazione territoriale e integrativa, o evadere ogni norma contrattuale. Può impiegare lavoratrici e lavoratori a tempo indeterminato, a termine o a part-time. Può reclutare consulenti, Cococo, lavoratori autonomi di “seconda e terza generazione”, atipici e parasubordinati, italiani e stranieri, legali, clandestini e così via. Questo, e altro, si può permettere oggi il moderno imprenditore (che per essere moderno rifiuta persino la sua denominazione doc di capitalista) perché tutte queste forme di lavoro, pur così diverse e contraddittorie, dal punto di vista della valorizzazione del capitale hanno tuttavia una caratteristica comune che le unifica: l’essere cioè lavoro subordinato che nella sua forma astratta produce plusvalore.

Come non è decisiva nel processo di valorizzazione la forma della proprietà del capitale, cioè l’aspetto con cui il capitale si presenta di fronte al lavoro (capitalista individuale o collettivo, Srl, Spa, Fondo comune, ecc.), perché discriminante resta la separazione dei produttori diretti dagli strumenti della produzione, altrettanto si può dire per le modalità di sfruttamento del lavoro. Significative da questo punto di vista non sono le diversificazioni nell’applicazione della forza-lavoro, i diversi regimi contrattuali (o la loro assenza), le forme giuridiche che dietro il lavoro autonomo nascondono una reale dipendenza, o i rapporti di lavoro concepiti come pure “tecnicalità” volte al raggiungimento della “missione” dell’impresa, ma il fatto che persiste – e si intensifica - lo sfruttamento delle persone che lavorano.

Decisivo per il capitale non è il lavoro concreto che fa l’operaio Rossi o il dottor Bianchi, ma il fatto che Bianchi e Rossi eroghino forza-lavoro, non dispongano della proprietà sui prodotti del loro lavoro, non abbiano voce in capitolo sugli scopi e le finalità del processo lavorativo: insomma, che Rossi e Bianchi siano lavoratori salariati alle dipendenze del capitale con lo scopo della sua valorizzazione. Giorgio Lunghini dà una definizione del lavoro salariato, che mi sembra cogliere, nelle novità rappresentate dal capitalismo del Ventunesimo secolo, la sostanza dello sfruttamento: “Lavoro salariato è oggi qualsiasi lavoro che in qualsiasi modo, direttamente o indirettamente, nella fabbrica o nella società, sia lavoro la cui quantità, qualità e remunerazione dipende dalle decisioni del capitale circa le modalità economiche e politiche di riproduzione, e in particolare circa la scelta delle merci da produrre, delle tecniche di riproduzione e delle forme di organizzazione del lavoro”.

In altri termini, il capitale si presenta oggi – ancor più che nel passato - come “una potenza sociale”, che non può essere messa in moto “se non dall’attività comune di molti membri della società”, i moderni lavoratori salariati, denominati da Marx – come abbiamo visto – “liberi lavoratori”, perché dispongono liberamente della propria capacità di lavoro che vendono sul mercato. Sto parlando, naturalmente, del capitale in quanto categoria economico-sociale, e della sua “logica” interna messa a nudo dall’analisi di Marx medesimo, non delle sue forme fenomeniche che in diverse epoche storiche e in diversi Paesi si sono manifestate in modi diversi, con connotazioni più o meno marcate e specifiche, con storie e percorsi più o meno uniformi e differenziati. Il focus è puntato sul capitale e sulla sua struttura funzionale, non sui capitalismi e sulle loro “storie”; e dunque sul lavoro, che “regge” il capitale in quanto categoria economico-sociale, non sui “lavori”, che producono diversi beni e servizi.

Dal volume di Paolo Ciofi Il lavoro senza rappresentanza, manifestolibri 2004, pp. 207-217

 

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Ultimo aggiornamento: 06-11-06.