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Un programma riformista ma
non moderato
CARO direttore, la grandezza della sinistra,
nel corso della storia, è stata sempre quella di saper cambiare, di trovare
un senso alla società in cui viveva, di definire la sua dimensione etica, i
suoi valori, le sue politiche, per poter "star dentro" il proprio tempo e
perseguire i suoi obiettivi di fondo. Fu così nel XIX secolo per la
sinistra liberale e repubblicana figlia della rivoluzione francese. Fu così
in quella svolta epocale che gradualmente, negli ultimi decenni di quello
stesso secolo e agli inizi del successivo, vide
nascere le organizzazioni del movimento operaio e il sostituirsi, nel cuore
della sinistra, dei partiti socialisti e laburisti a quelli
liberal-democratici e radicali.
La sinistra cambiò perché era cambiato il mondo, perché si erano
profondamente modificate le condizioni economiche e sociali.
L'industrializzazione di massa, la fatica e lo sfruttamento di milioni di
persone, la spinsero a cercare nuove teorie, a porsi nuovi obiettivi - dai
diritti civili e politici a quelli sociali, "materiali", per restare nel
campo del riformismo - e a dar vita a nuove organizzazioni.
Le stesse grandi esperienze riformiste del Novecento sono state quelle che
hanno saputo interpretare il mondo che cambiava, dal New Deal di Roosevelt
alla nuova frontiera di pace e di prosperità indicata da Kennedy alla sua
generazione fino al multilateralismo, alla crescita economica e agli
investimenti pubblici nell'istruzione e nelle alte tecnologie di Clinton;
da Willy Brandt a Olof Palme, al loro aggiornamento dei modelli di welfare
state, all'Ostpolitik, all'impegno per il disarmo nucleare. Obiettivi da
raggiungere attraverso il governo e le riforme, ma obiettivi radicali, nati
dalla capacità di
condividere aspettative di popolo.
Oggi siamo chiamati a compiti altrettanto grandi, perché altrettanto grandi
sono i cambiamenti che ci coinvolgono. E' il momento, non contingente, ma
storico, di dar vita in Italia al Partito democratico. Che non è affatto la
fine della storia della sinistra, ma al contrario la sua nuova dimensione.
Che non è il venir meno di una visione, di un'idea di società, del
perseguimento di grandi obiettivi, ma è la ricerca di strumenti nuovi e
concreti per rispondere ai compiti che sono della sinistra: accompagnare
alla crescita economica coesione e giustizia sociale, ridurre le
disuguaglianze, creare le condizioni perché vi siano le stesse chances per
ognuno, sostenere chi da solo non ce la fa e offrire opportunità a chi ha
talento e vuole riuscire, far sì che la libertà sia di tutti e non di
pochi.
La sinistra è questo, non qualcosa di astratto, non un luogo geografico, e
nemmeno può essere l'angelo di Paul Klee che sa procedere solo volgendo lo
sguardo indietro.
Quasi dieci anni fa, nell'introduzione a un mio libro pubblicato nel pieno
dell'esperienza del primo governo dell'Ulivo, scrissi che "il
centrosinistra è la nuova sinistra del Duemila". Oggi non ho meno motivi
per pensare sia così.
Ne ho semmai di più. La storia del socialismo, del socialismo democratico,
è segnata da grandi conquiste, da un cammino che ha migliorato le
condizioni dell'uomo in rapporto alla produzione e ha diffuso possibilità
di partecipazione prima inesistenti.
Ma la tavola dei valori del Partito democratico, il suo inedito "alfabeto",
non potranno venire solo da quella storia, e nemmeno semplicemente dal suo
aggiornamento. Ha ragione Lloyd: la visione da dare a chi ancora chiede
valori in cui credere è necessariamente pluralista, perché plurali sono le
nostre società, le società delle nuove tecnologie, dell'economia globale,
degli individui e non più delle classi, dei "consumatori" e non solo dei
"produttori".
La visione del Partito democratico potrà venire solo dalla fusione, e non
dal semplice accostamento, del pensiero della sinistra democratica e
liberale, del personalismo cristiano, del comunitarismo, dell'ambientalismo,
di una parte di quella critica radicale della società che non è più
ideologica e che si può ritrovare in un contenitore ampio e aperto, dei
nuovi apporti culturali che il nostro tempo così veloce produce, dei
linguaggi e dalle forme di partecipazione che arrivano dalla Rete.
Verrà, questa visione, se queste culture, e le forze che ad esse si
richiamano, comprenderanno che per andare avanti dovranno superare alla
radice la loro parzialità, la loro separatezza, la loro insufficienza,
scegliendo quel "libero scambio delle idee" che per Giddens è condizione
indispensabile di ogni innovazione politica. Quello delle differenze
interne al nuovo Partito è un falso problema. La cosa peggiore da fare,
ora, è evocare tutti i possibili elementi di divisione, dalle questioni
etiche alla futura collocazione nelle organizzazioni sovranazionali.
"I nostri passi inventano il sentiero a mano a mano che si va avanti", ha
scritto Tahar Ben Jelloun. Una saggezza che dovremo far nostra, anche
perché a ben vedere le differenze non sarebbero così grandi sui temi
economico-sociali e sul piano internazionale, mentre quelle sulle questioni
"eticamente sensibili" sarebbero non solo normali, ma rappresenterebbero un
arricchimento, un esercizio paziente di sintesi da portare nella vita
pubblica, contro ogni rischio di bipolarismo etico.
"Sintesi" è forse la parola chiave che dovrà guidare, in senso più ampio,
il cammino del Partito democratico. Quando sarà nato, perché dovrà
funzionare e assumere decisioni rispettando peso della maggioranza e
diritti della minoranza. E già nei primi passi, quelli che faranno
incontrare fino a "confondersi", come ha scritto Giuliano Amato, le diverse
identità e le culture del centrosinistra, che saranno giustamente
orgogliose di ciò che sono state, ma che dovranno avere la saggezza di
cercare la loro unità più che in un percorso condiviso del passato, in una
visione comune del futuro.
L'esigenza storica del Partito democratico non nasce da astrattezze
politologiche. Non è una questione di etichette e formule politiche. Se le
lasciamo da parte, ci accorgiamo che il Partito democratico già c'è. E'
formato da milioni di persone, da chi spende il suo impegno civile nei
partiti, dal popolo delle primarie, da una coscienza diffusa, da tutti quei
cittadini che in ogni occasione hanno detto di preferire un campo largo e
vario rispetto alle dimensioni più limitate di un partito, come ogni
elezione dal '96 ad oggi ha dimostrato.
E' questo che i Ds, la Margherita e spero tutte le forze riformiste
sembrano aver capito. Il Partito democratico non può nascere né solo
dall'incontro di ciò che esiste né senza ciò che esiste. E', oggi, la sfida
più alta per la capacità di innovazione, il coraggio, la generosità di
tutti. Fare il nuovo, non cercare le mille ragioni per non farlo. Si può
dar vita al primo partito italiano, per voti e per unità e coerenza
programmatica. Condizione è che nasca con un programma riformista ma non
moderato, realista ma in grado di immaginare programmi e valori carichi di
"radicalità" del cambiamento. Una forza di popolo, non un'assemblea di
stati maggiori.
Il nuovo Partito nascerà davvero se risponderà alle esigenze del Paese in
questo determinato momento della nostra vicenda nazionale, se interpreterà
le domande, i bisogni e le aspettative degli italiani, assumendo le
tensioni della società e offrendo una sintesi, una prospettiva. Nascerà, e
si consoliderà, se avrà e indicherà una visione, un sistema di valori. Se
saprà cambiare atteggiamento culturale di fronte alle nuove tecnologie, se
farà fino in fondo propria l'idea che il mercato regolato è il terreno su
cui si
possono esprimere le energie e le potenzialità che l'Italia possiede, se
renderà sempre più concreta l'idea di welfare community che muove dalla
convinzione che lo stato sociale è una grande conquista, che nessuna
concessione va fatta al darwinismo sociale, che la chiave è rafforzare la
rete di tutela e promozione formata da volontari e associazioni, dalle
stesse famiglie.
Nascerà, il Partito democratico, se trasmetterà passione, emozione,
sentimenti. Fiducia nel futuro. Per tutti quei ragazzi che possono entrare
nel mondo del lavoro grazie a contratti meno rigidi di una volta, ma che
resteranno prigionieri della precarietà se non troveranno diritti e tutele
sul piano della formazione nel passaggio da un posto all'altro, della
solidità delle indennità di disoccupazione, della continuità previdenziale.
Fiducia e futuro per i tre milioni di immigrati regolari che sono una
risorsa economica e sociale, e che meritano di essere integrati pienamente,
di partecipare attivamente alla vita pubblica. Per i nostri giovani
ricercatori, che devono avere a disposizione strumenti e risorse per non
essere costretti o a lasciare l'Italia o a restare tra mille difficoltà.
Riuscire a fare tutto questo, farlo inserendo il concreto governo delle
cose dentro una visione più ampia, anche con la necessaria radicalità di
principi e ideali, è il modo non per abdicare, ma per scrivere pagine nuove
nella storia della sinistra.
(2 settembre 2006) |
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