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HO SEGUITO con molto interesse il dibattito
sul socialismo in corso su "Repubblica" da parecchie settimane; in
particolare gli articoli di Giorgio Ruffolo e di Alfredo Reichlin che
partendo da quel tema pongono sotto esame il concetto stesso di democrazia
e di capitalismo alle prese con i processi di produzione, di
modernizzazione e di globalizzazione. Fa spicco in questo dibattito
l'intervento di Fausto Bertinotti pubblicato il 13 settembre con il titolo:
"Il ruolo del socialismo nella società ingiusta" ed è delle sue tesi che
voglio oggi occuparmi perché pongono con chiarezza alcuni temi di fondo.
Sono: le disuguaglianze indotte dalla modernizzazione della società, la
precarietà del lavoro come connotato non episodico ma permanente del nuovo
capitalismo, il monopolio oligarchico della conoscenza tecnologica,
l'impresa come mito totalizzante della cultura economica. Infine le forme
attuali di una vera e propria schiavitù che si stanno manifestando in molte
parti del pianeta, sia in paesi emergenti sia in paesi declinanti sia
perfino in paesi opulenti che appartengono al "primo mondo", l'Occidente
europeo e nord americano.
Bertinotti si trova molto a suo agio nell'analisi dei nessi tra le varie
forze operanti nella società. Naturalmente la sua non è mai un'analisi
neutrale; parte da una tesi: quella dei danni che il capitalismo arreca
alla società e agli individui che la compongono, e quindi dalla necessità
di "uscire dal capitalismo". La tesi dell'"uscita" è ormai da anni (da più
di un secolo) un'espressione ricorrente del pensiero socialista nelle sue
varie declinazioni; talmente ricorrente da esser diventata una frase fatta,
un luogo comune. Peraltro regolarmente frustrato dalla realtà storica.
Probabilmente all'origine di quel luogo comune c'è una definizione inesatta
di ciò che la parola capitalismo esprime.
Il capitale è uno dei fattori della produzione, come il lavoro. Fin tanto
che ci sarà bisogno di produrre beni e servizi, cioè fin tanto che le
risorse saranno scarse e non saremo rientrati nei giardini dell'Eden, non
potremo fare a meno né del capitale né del lavoro. Perciò la parola "uscita
dal" è fuorviante sia per l'uno sia per l'altro di quei fattori. Si usa per
indicare una scelta politica e così fa anche Bertinotti che si colloca, tra
le varie versioni socialistiche, nella più radicale e antagonista. Ma tutto
ciò è legittimo politicamente e intellettualmente, anche se non
necessariamente condivisibile. Personalmente condivido alcune delle
riflessioni di Bertinotti. Altre mi sembrano sbagliate. Dirò quali.
* * *
Non c'è dubbio che siamo in presenza di forme intollerabili di schiavitù.
In realtà la schiavitù è sempre stata un fenomeno diffuso in tutte le aree
del pianeta a dispetto delle grandi conquiste di diritti civili che da
duecento anni in qua in vaste aree del mondo hanno reso tutti gli individui
uguali di fronte alla legge. Se oggi si acutizza - o sembra acutizzarsi -
la fenomenologia della schiavitù, ciò dipende da due cause: una più intensa
sensibilità rispetto a quel fenomeno e una più immediata percezione e
informazione delle soperchierie che vengono perpetrate sui bambini, sulle
donne, sugli affamati, in tutti i settori deboli della società.
Non c'è dubbio che la precarietà del lavoro stia diventando una modalità
permanente del processo produttivo, come la parcellizzazione lo fu nella
fase "fordista" di un secolo fa. Non c'è dubbio che le disuguaglianze sono
il motore di questa fase di transizione della società globale. Infine non
c'è dubbio che i cultori dell'impresa considerino il lavoro come una
variabile dipendente.
L'analisi bertinottiana coglie dunque esattamente, secondo il mio modo di
vedere, alcune patologie della società. Nella sua rassegna manca semmai un
altro aspetto non secondario che Reichlin ha indicato lucidamente:
l'inadeguatezza degli Stati nazionali a dominare o almeno contenere i
processi che sono invece sempre più nelle mani di oligarchie trasnazionali
democraticamente irresponsabili.
* * *
Tuttavia l'analisi di Bertinotti dimentica (volutamente?) alcuni
presupposti che ne modificano radicalmente le conclusioni. Le
disuguaglianze e il principio stesso di disuguaglianza fanno parte della
natura della nostra specie. Vorrei dire di tutte le specie viventi e
all'interno di ciascuna di esse. In sé non è un principio negativo, al
contrario, è inerente alla vita stessa poiché non c'è albero del bosco che
sia uguale all'altro né foglia dello stesso albero che sia esatta copia di
un'altra.
Le società socialistiche o presunte tali hanno pagato duramente il
tentativo di realizzare l'uguaglianza economica con la perdita della
libertà. Da allora anche i comunisti nostalgici di un paradiso che ben
presto si era trasformato in una sorta d'inferno hanno scoperto che non ci
può essere giustizia senza libertà né libertà che prescinda dalla
giustizia. Il frutto della scoperta ha reso inevitabile la convivenza tra
la giustizia e la libertà e quindi l'uguaglianza con la disuguaglianza. La
prima come permanente tensione, la seconda come necessità.
Al concreto: la globalizzazione ha messo a contatto ravvicinato le
disuguaglianze rendendole comunicanti tra loro. è accaduto così che diversi
livelli di salario e diverso godimento dei diritti provocassero
trasferimenti imponenti di persone da un luogo all'altro del pianeta e
altrettanto imponenti de-localizzazioni di imprese in cerca di situazioni
meno protette e più competitive. Si tratta per l'appunto dell'azione
livellatrice del principio dei vasi comunicanti e non c'è forza al mondo
che possa impedirlo, né economica né politica né militare. Bertinotti
constata che la disuguaglianza è diventata inerente ai processi produttivi,
ma essa lo è stata sempre.
La globalizzazione ha messo in moto la tendenza verso il livellamento con
le conseguenze che ne derivano: di abbassamento del tenore di vita per chi
si trova ai livelli più elevati e di innalzamento per chi soffre la penuria
dei livelli più bassi. Movimento incomprimibile che può tutt'al più essere
rallentato e gradualizzato ma non certo impedito.
* * *
È vero che la cultura d'impresa è diventata dominante riducendo il lavoro a
variabile dipendente. Rendendo la precarietà un elemento del sistema e la
conoscenza appannaggio di pochi e quindi puntello del potere. Anche questi,
come la disuguaglianza, sono fenomeni esistenti da sempre ma resi
intollerabili dalla globalizzazione. La loro causa sta nella necessità di
accumulazione del capitale, che non è un fenomeno del capitalismo ma della
scarsità di risorse. Essa impone che vi sia una differenza tra ricchezza
prodotta e ricchezza consumata. Impone che una parte sia risparmiata,
accumulata e investita per accrescere la base produttiva. Lo schiavismo è
servito a questo così come il risparmio forzato e il risparmio spontaneo
incoraggiato da appropriati livelli del tasso di interesse.
Certo in teoria è possibile scegliere una variabile dipendente diversa dal
lavoro. Per esempio modificando la struttura del potere d'acquisto. Se
anziché disuguale il potere d'acquisto fosse il medesimo per ogni soggetto,
la struttura dei prezzi e della domanda di beni e servizi registrerebbe
mutamenti radicali; di conseguenza anche l'offerta dovrebbe modificarsi e
avremmo una società profondamente diversa in termini economici.
Questo tentativo è stato fatto nei paesi del socialismo cosiddetto reale.
In parte è stato fatto anche in paesi opulenti in tempo di guerra, con la
limitazione forzosa del consumo di beni scarsi, razionati in modo equanime
ed uguale per tutti. Meccanismi siffatti comportano la limitazione della
libertà, accettabile in periodi di transitoria emergenza ma non accettabili
come situazioni permanenti e definitive.
* * *
Dove portano queste constatazioni? Esattamente all'accettazione del
riformismo, cioè alla gradualità da usare per temperare l'avverarsi di
processi comunque inevitabili. L'uscita dal capitalismo è una bubbola - mi
spiace dirlo a Bertinotti - come sarebbe una bubbola predicare l'uscita dal
lavoro, la promessa del paradiso in terra che la chiesa comunista ha
prospettato e mai mantenuto. Non già e non soltanto per la cattiveria o
l'insipienza di Stalin e di Lenin, ma perché il paradiso in terra è un
sogno di salvezza terrena e di quiete che non si accorda con il flusso
della vita, così come il paradiso nei cieli si può vagheggiare solo come
quiete e beatitudine riservata alle anime una volta che siano uscite dai
corpi trasmigrando in luoghi che non sono luoghi e in tempi che non hanno
più la funzione del tempo.
Se le domande di Bertinotti e i problemi da lui posti hanno l'intento di
mantenere e anche di accrescere la tensione verso l'uguaglianza, la
cittadinanza, la diffusione della conoscenza, essi sono stimoli utili. Con
l'avvertenza che il pulpito dal quale provengono si trova, oggettivamente,
in uno dei paesi opulenti che maggiormente ha da perdere nel moto
egualitario in atto nel pianeta.
Bertinotti queste cose le sa tant'è che ha di fatto annacquato il suo vino
di antagonista. Capisco che debba di tanto in tanto riproporlo con la sua
gradazione alcolica originaria, che risulta tuttavia non compatibile con la
scelta fatta dal suo partito di partecipare ad un governo che deve
governare l'immediato nelle condizioni e nel contesto che l'immediato
comporta. E con la scelta fatta e perseguita con imprevista tenacia da lui
personalmente di ascendere ad un'alta carica istituzionale.
Se posso esprimere il mio avviso su quest'ultimo punto, debbo dire che
spesso - e sempre di più negli ultimi tempi - il presidente della Camera
prende pubblica posizione su temi che sono o saranno sottoposti alla sua
personale gestione arbitrale. Questa prassi non è appropriata. Così come i
magistrati non possono parlare dei processi affidati alle loro cure, così
chi riveste ruoli di garanzia istituzionale non dovrebbe - non deve -
dichiararsi a favore o contro specifiche misure che spetta alle forze
politiche e al governo di decidere e di sottoporre al Parlamento.
Il presidente della Camera può ovviamente trattare temi di grande rilievo
intellettuale, come quelli esaminati nell'articolo oggetto di queste mie
note. Può aggirarsi ancor più liberamente nella prospettazione del futuro e
nel paese dell'Utopia. Ma deve astenersi dal prender posizione sui temi del
giorno, così come si astiene dal voto nell'assemblea da lui presieduta.
Abbiamo protestato con la debita asprezza con i suoi predecessori tutte le
volte che dimenticarono di rispettare il ruolo che rivestivano. Così ci
sentiamo tenuti a protestare oggi tutte le volte che i presidenti del
Parlamento venissero meno al loro ruolo di garanti. In questo senso hanno
voto di castità. Nessuno gliel'ha chiesto e tanto meno imposto. L'hanno
desiderato e ottenuto. Perciò sono tenuti ad osservarlo e noi,
nell'esercizio dei nostri diritti attivi di cittadinanza, a ricordarglielo
costantemente.
(24 settembre 2006) |
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