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il socialismo e il capitalismo

 

I nuovi schiavi del mercato globale

di Eugenio Scalfari - 24 settembre 2006 da La Repubblica

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HO SEGUITO con molto interesse il dibattito sul socialismo in corso su "Repubblica" da parecchie settimane; in particolare gli articoli di Giorgio Ruffolo e di Alfredo Reichlin che partendo da quel tema pongono sotto esame il concetto stesso di democrazia e di capitalismo alle prese con i processi di produzione, di modernizzazione e di globalizzazione. Fa spicco in questo dibattito l'intervento di Fausto Bertinotti pubblicato il 13 settembre con il titolo: "Il ruolo del socialismo nella società ingiusta" ed è delle sue tesi che voglio oggi occuparmi perché pongono con chiarezza alcuni temi di fondo.

Sono: le disuguaglianze indotte dalla modernizzazione della società, la precarietà del lavoro come connotato non episodico ma permanente del nuovo capitalismo, il monopolio oligarchico della conoscenza tecnologica, l'impresa come mito totalizzante della cultura economica. Infine le forme attuali di una vera e propria schiavitù che si stanno manifestando in molte parti del pianeta, sia in paesi emergenti sia in paesi declinanti sia perfino in paesi opulenti che appartengono al "primo mondo", l'Occidente europeo e nord americano.

Bertinotti si trova molto a suo agio nell'analisi dei nessi tra le varie forze operanti nella società. Naturalmente la sua non è mai un'analisi neutrale; parte da una tesi: quella dei danni che il capitalismo arreca alla società e agli individui che la compongono, e quindi dalla necessità di "uscire dal capitalismo". La tesi dell'"uscita" è ormai da anni (da più di un secolo) un'espressione ricorrente del pensiero socialista nelle sue varie declinazioni; talmente ricorrente da esser diventata una frase fatta, un luogo comune. Peraltro regolarmente frustrato dalla realtà storica. Probabilmente all'origine di quel luogo comune c'è una definizione inesatta di ciò che la parola capitalismo esprime.

Il capitale è uno dei fattori della produzione, come il lavoro. Fin tanto che ci sarà bisogno di produrre beni e servizi, cioè fin tanto che le risorse saranno scarse e non saremo rientrati nei giardini dell'Eden, non potremo fare a meno né del capitale né del lavoro. Perciò la parola "uscita dal" è fuorviante sia per l'uno sia per l'altro di quei fattori. Si usa per indicare una scelta politica e così fa anche Bertinotti che si colloca, tra le varie versioni socialistiche, nella più radicale e antagonista. Ma tutto ciò è legittimo politicamente e intellettualmente, anche se non necessariamente condivisibile. Personalmente condivido alcune delle riflessioni di Bertinotti. Altre mi sembrano sbagliate. Dirò quali.

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Non c'è dubbio che siamo in presenza di forme intollerabili di schiavitù. In realtà la schiavitù è sempre stata un fenomeno diffuso in tutte le aree del pianeta a dispetto delle grandi conquiste di diritti civili che da duecento anni in qua in vaste aree del mondo hanno reso tutti gli individui uguali di fronte alla legge. Se oggi si acutizza - o sembra acutizzarsi - la fenomenologia della schiavitù, ciò dipende da due cause: una più intensa sensibilità rispetto a quel fenomeno e una più immediata percezione e informazione delle soperchierie che vengono perpetrate sui bambini, sulle donne, sugli affamati, in tutti i settori deboli della società.

Non c'è dubbio che la precarietà del lavoro stia diventando una modalità permanente del processo produttivo, come la parcellizzazione lo fu nella fase "fordista" di un secolo fa. Non c'è dubbio che le disuguaglianze sono il motore di questa fase di transizione della società globale. Infine non c'è dubbio che i cultori dell'impresa considerino il lavoro come una variabile dipendente.

L'analisi bertinottiana coglie dunque esattamente, secondo il mio modo di vedere, alcune patologie della società. Nella sua rassegna manca semmai un altro aspetto non secondario che Reichlin ha indicato lucidamente: l'inadeguatezza degli Stati nazionali a dominare o almeno contenere i processi che sono invece sempre più nelle mani di oligarchie trasnazionali democraticamente irresponsabili.

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Tuttavia l'analisi di Bertinotti dimentica (volutamente?) alcuni presupposti che ne modificano radicalmente le conclusioni. Le disuguaglianze e il principio stesso di disuguaglianza fanno parte della natura della nostra specie. Vorrei dire di tutte le specie viventi e all'interno di ciascuna di esse. In sé non è un principio negativo, al contrario, è inerente alla vita stessa poiché non c'è albero del bosco che sia uguale all'altro né foglia dello stesso albero che sia esatta copia di un'altra.

Le società socialistiche o presunte tali hanno pagato duramente il tentativo di realizzare l'uguaglianza economica con la perdita della libertà. Da allora anche i comunisti nostalgici di un paradiso che ben presto si era trasformato in una sorta d'inferno hanno scoperto che non ci può essere giustizia senza libertà né libertà che prescinda dalla giustizia. Il frutto della scoperta ha reso inevitabile la convivenza tra la giustizia e la libertà e quindi l'uguaglianza con la disuguaglianza. La prima come permanente tensione, la seconda come necessità.

Al concreto: la globalizzazione ha messo a contatto ravvicinato le disuguaglianze rendendole comunicanti tra loro. è accaduto così che diversi livelli di salario e diverso godimento dei diritti provocassero trasferimenti imponenti di persone da un luogo all'altro del pianeta e altrettanto imponenti de-localizzazioni di imprese in cerca di situazioni meno protette e più competitive. Si tratta per l'appunto dell'azione livellatrice del principio dei vasi comunicanti e non c'è forza al mondo che possa impedirlo, né economica né politica né militare. Bertinotti constata che la disuguaglianza è diventata inerente ai processi produttivi, ma essa lo è stata sempre.

La globalizzazione ha messo in moto la tendenza verso il livellamento con le conseguenze che ne derivano: di abbassamento del tenore di vita per chi si trova ai livelli più elevati e di innalzamento per chi soffre la penuria dei livelli più bassi. Movimento incomprimibile che può tutt'al più essere rallentato e gradualizzato ma non certo impedito.

* * *

È vero che la cultura d'impresa è diventata dominante riducendo il lavoro a variabile dipendente. Rendendo la precarietà un elemento del sistema e la conoscenza appannaggio di pochi e quindi puntello del potere. Anche questi, come la disuguaglianza, sono fenomeni esistenti da sempre ma resi intollerabili dalla globalizzazione. La loro causa sta nella necessità di accumulazione del capitale, che non è un fenomeno del capitalismo ma della scarsità di risorse. Essa impone che vi sia una differenza tra ricchezza prodotta e ricchezza consumata. Impone che una parte sia risparmiata, accumulata e investita per accrescere la base produttiva. Lo schiavismo è servito a questo così come il risparmio forzato e il risparmio spontaneo incoraggiato da appropriati livelli del tasso di interesse.

Certo in teoria è possibile scegliere una variabile dipendente diversa dal lavoro. Per esempio modificando la struttura del potere d'acquisto. Se anziché disuguale il potere d'acquisto fosse il medesimo per ogni soggetto, la struttura dei prezzi e della domanda di beni e servizi registrerebbe mutamenti radicali; di conseguenza anche l'offerta dovrebbe modificarsi e avremmo una società profondamente diversa in termini economici.

Questo tentativo è stato fatto nei paesi del socialismo cosiddetto reale. In parte è stato fatto anche in paesi opulenti in tempo di guerra, con la limitazione forzosa del consumo di beni scarsi, razionati in modo equanime ed uguale per tutti. Meccanismi siffatti comportano la limitazione della libertà, accettabile in periodi di transitoria emergenza ma non accettabili come situazioni permanenti e definitive.

* * *

Dove portano queste constatazioni? Esattamente all'accettazione del riformismo, cioè alla gradualità da usare per temperare l'avverarsi di processi comunque inevitabili. L'uscita dal capitalismo è una bubbola - mi spiace dirlo a Bertinotti - come sarebbe una bubbola predicare l'uscita dal lavoro, la promessa del paradiso in terra che la chiesa comunista ha prospettato e mai mantenuto. Non già e non soltanto per la cattiveria o l'insipienza di Stalin e di Lenin, ma perché il paradiso in terra è un sogno di salvezza terrena e di quiete che non si accorda con il flusso della vita, così come il paradiso nei cieli si può vagheggiare solo come quiete e beatitudine riservata alle anime una volta che siano uscite dai corpi trasmigrando in luoghi che non sono luoghi e in tempi che non hanno più la funzione del tempo.

Se le domande di Bertinotti e i problemi da lui posti hanno l'intento di mantenere e anche di accrescere la tensione verso l'uguaglianza, la cittadinanza, la diffusione della conoscenza, essi sono stimoli utili. Con l'avvertenza che il pulpito dal quale provengono si trova, oggettivamente, in uno dei paesi opulenti che maggiormente ha da perdere nel moto egualitario in atto nel pianeta.

Bertinotti queste cose le sa tant'è che ha di fatto annacquato il suo vino di antagonista. Capisco che debba di tanto in tanto riproporlo con la sua gradazione alcolica originaria, che risulta tuttavia non compatibile con la scelta fatta dal suo partito di partecipare ad un governo che deve governare l'immediato nelle condizioni e nel contesto che l'immediato comporta. E con la scelta fatta e perseguita con imprevista tenacia da lui personalmente di ascendere ad un'alta carica istituzionale.

Se posso esprimere il mio avviso su quest'ultimo punto, debbo dire che spesso - e sempre di più negli ultimi tempi - il presidente della Camera prende pubblica posizione su temi che sono o saranno sottoposti alla sua personale gestione arbitrale. Questa prassi non è appropriata. Così come i magistrati non possono parlare dei processi affidati alle loro cure, così chi riveste ruoli di garanzia istituzionale non dovrebbe - non deve - dichiararsi a favore o contro specifiche misure che spetta alle forze politiche e al governo di decidere e di sottoporre al Parlamento.

Il presidente della Camera può ovviamente trattare temi di grande rilievo intellettuale, come quelli esaminati nell'articolo oggetto di queste mie note. Può aggirarsi ancor più liberamente nella prospettazione del futuro e nel paese dell'Utopia. Ma deve astenersi dal prender posizione sui temi del giorno, così come si astiene dal voto nell'assemblea da lui presieduta.
Abbiamo protestato con la debita asprezza con i suoi predecessori tutte le volte che dimenticarono di rispettare il ruolo che rivestivano. Così ci sentiamo tenuti a protestare oggi tutte le volte che i presidenti del Parlamento venissero meno al loro ruolo di garanti. In questo senso hanno voto di castità. Nessuno gliel'ha chiesto e tanto meno imposto. L'hanno desiderato e ottenuto. Perciò sono tenuti ad osservarlo e noi, nell'esercizio dei nostri diritti attivi di cittadinanza, a ricordarglielo costantemente.


(24 settembre 2006)

 
 

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Ultimo aggiornamento: 06-11-06.