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I CRITICI del socialismo come movimento sia
ideale sia organizzato hanno a mio avviso pienamente ragione a denunciare
il dato evidente che al suo interno regna una forte confusione e a ritenere
che con esso occorra fare i conti. Stando alle voci che hanno trovato eco
su questo giornale, la grande maggioranza pensa che si tratti di chiudere i
conti con un'esperienza che ha avuto un'enorme importanza storica, ma che
ora si presenta definitivamente esaurita. Amato va controcorrente, però
solo in parte, poiché anch'egli non ritiene auspicabile o difendibile la
persistenza della sua autonomia organizzativa. In effetti, nessuno può
chiudere gli occhi di fronte al fatto che sopravvive un'Internazionale
socialista, esiste un Partito socialista europeo, operano nel mondo un
numero assai elevato di partiti socialisti, ma che tutti navigano in un
mare incerto, nella prevalente difficoltà di elaborare strategie, programmi
di governo che diano loro una distinta fisionomia, insomma di presentare un
volto ideale e politico ben definito. Se si tratti di morte come affermano
Lloyd e Giddens o meno, certo la malattia è grave.
Ma l'interrogativo che pongo è il seguente: è solo il socialismo a non
essere in buona salute? Dove e chi sono le correnti, le organizzazioni e i
partiti in grado di lanciare messaggi limpidi, di proporre piattaforme
davvero efficaci in relazione ai problemi sempre più complessi della
governabilità dell'Occidente e più in generale del mondo?
Mi pare di ben comprendere le critiche rivolte allo stato attuale del
socialismo da Lloyd, Giddens e Touraine, ma devo d'altra parte dire di non
poter fare altrettanto per quanto attiene alle loro conclusioni.
Poiché il socialismo è morto o muore se altri è ben vivo, se altre forze
sono in grado di recepirne le istanze di fondo che si ammette abbiano una
loro autentica validità e di incorporale in sé; altrimenti le cose si
complicano.
Oggi si parla della morte del socialismo perché esso è in crisi. Ma quante
volte è parso che il liberalismo fosse defunto e che lo fosse anche la
democrazia? Al solo socialismo bisogna negare la possibilità di una
ripresa?
Chi guardi alla scena che si presenta la vede, a mio giudizio, dominata dai
seguenti fattori. L'ondata neoliberista nell'era della globalizzazione ha
innalzato la bandiera della libertà dei soggetti economici e
dell'espansione del mercato; ma i soggetti protagonisti del mercato globale
sono i grandi potentati finanziari ed industriali, che piegano la società
ai loro prevalenti interessi, esercitano un'influenza decisiva sulle
politiche degli Stati e non esitano quando loro conveniente a difendere
monopoli e a invocare politiche protezionistiche, sono responsabili in
molti paesi di vaste pratiche di corruzione, generano una distribuzione
delle risorse che negli ultimi anni ha portato ad un divario sempre
crescente tra le quote di reddito dei ceti alti e quelli medio-bassi. La
solidarietà sociale viene largamente invocata, ma si attacca come
statalismo il prelievo fiscale che può rendere disponibili le risorse
necessarie ad attuarla.
L'assistenza sanitaria è assicurata ad alti livelli per chi può pagarla e
lo è sempre meno a chi dipende da un settore pubblico impoverito. Mentre i
ricchi godono di mezzi che garantiscono loro una tranquilla continuità di
reddito ed elevati consumi, troppi sono coloro che dispongono di
retribuzioni insufficienti o che lottano in condizioni di precarietà o di
povertà per avere un salario.
Ma vorrei sottolineare un altro elemento di importanza allarmante. La
libertà dei grandi soggetti economici alla ricerca del profitto è
accompagnata dal saccheggio dell'ambiente che non trova gli ostacoli dovuti
in molti paesi da parte degli Stati a partire dalla ricca America per
arrivare, con scenari inquietanti, ai paesi attualmente più rampanti come
la Cina e l'India. Orbene chi se non il potere pubblico, che si vorrebbe
ridotto sempre più ai minimi termini, può dotarsi dei mezzi per affrontare
le questioni sopra indicate?
Il socialismo moderno è sorto per rispondere a tre esigenze: lottare contro
le forme di società che privano gran parte degli individui dei beni
materiali e spirituali per sviluppare in modi "umani" la propria
personalità; organizzare e mobilitare gli strati sociali privati in parte o
in tutto di questi beni; dare alla società indirizzi di governo per
pervenire a una distribuzione delle risorse che impedisca a una parte di
costruire il proprio benessere sul malessere altrui.
Storicamente questi obiettivi sono stati interpretati e applicati nel
Novecento in due maniere diverse: l'una radicale intesa ad agire mediante
la rivoluzione, la dittatura e l'abolizione della proprietà privata;
l'altra con le riforme, la democrazia, il ricorso al potere pubblico per
regolare il mercato, impedire un uso predatorio delle risorse prodotte a
favore degli strati privilegiati, varare istituzioni in grado di proteggere
i più deboli e di
promuoverne il miglioramento non contingente delle loro condizioni. I
critici del socialismo anche democratico fanno carico a questo di aver
perseguito forme accentuate di statalismo economico con il potenziamento
del "sistema misto". Sennonché questo tipo di statalismo - è il caso di
ricordare - è stato il prodotto di una tendenza che ha largamente dominato
il secolo, tanto da essere stato fatto proprio anche da governi
liberaldemocratici e fascisti. I governi socialdemocratici e laburisti ne
hanno rappresentato una variante orientata a scopi umanistici e sociali.
La via comunista è andata incontro ad un fallimento; quella
socialdemocratica ha ottenuto grandi risultati. Ha però anch'essa
irrimediabilmente chiuso il suo ciclo nel 1989? Touraine sostiene che oggi,
dopo la fase neoliberista contrassegnata dalla "onnipotenza" dei dirigenti
dell'economia, dalla "pioggia d'oro" finita nelle tasche dei manager,
dall'acquiescenza degli Stati ai loro interessi particolari, l'opinione
pubblica
chiede "una sterzata a sinistra". Sennonché non la vuole posta sotto il
segno del socialismo. Osservando la debolezza dei partiti socialisti e dei
sindacati ritiene che i soggetti atti a farsene carico possano essere
piuttosto i movimenti di base, le associazioni, le organizzazioni non
governative ovvero "la società civile" (e a opporre al ruolo dei partiti
socialisti quello della società civile sono anche Lloyd e Giddens).
Qui sorge la questione di fondo. E' possibile attuare una sterzata a
sinistra senza farlo dalle sedi del potere politico, senza disporre delle
leve del governo? Chi può mai accedere al potere e al governo se non i
partiti? E quale il contenuto di quella sterzata se non la ripresa e il
rilancio degli obiettivi propri dei partiti socialisti democratici: fare
leva sugli interessi colpiti, offrire loro un referente politico
organizzato, affidare al potere pubblico il compito di regolare con
obiettivi sociali il mercato (anche con le liberalizzazioni quando queste
valgono a colpire rendite di posizione), avendo come stella polare una più
giusta distribuzione delle risorse così da conseguire importanti valori e
un ordine civile più umano?
(5 settembre 2006) |
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