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Socialismo è una parola confusa, usata
dalle persone più diverse per esprimere le opinioni più varie. Lasciamolo
dunque da parte. In compenso, parlare contro il capitalismo non soltanto è
più che sensato, ma è anche molto più di attualità di quanto la maggior
parte delle persone non creda.
Ciò che definisce il capitalismo è l'eliminazione dei controlli sociali,
politici o di altro genere che limitano gli attori economici. Quando sono
liberi, vale a dire non controllati, questi attori esercitano un autentico
potere sulle altre istituzioni, che devono sempre, per parte loro, tener
conto degli interessi dei dirigenti dell'economia. Il riferimento a questo
potere fa parte del concetto stesso di capitalismo. Questa libertà, questa
stessa onnipotenza dei dirigenti dell'economia è una componente necessaria
della modernizzazione.
Non ci sono mai stati grandi sviluppi economici senza una fase di
capitalismo che possiamo addirittura definire "selvaggio". La Gran Bretagna
e poi gli Stati Uniti ne sono stati i grandi esempi. Oggi è la Cina a
essere il Paese più capitalistico del mondo.
Ma la modernizzazione esige anche che dopo una fase di libertà estrema
delle forze economiche dominanti arrivi una fase opposta dove compaiono
nuovi interventi pubblici promossi da sindacati e partiti che vogliono
soprattutto una redistribuzione del reddito. Questa alternanza rappresenta
la formula di base dello sviluppo economico.
Non c'è sviluppo senza capitalismo e senza anticapitalismo. Ma molti
preferiscono, alla successione di queste due fasi, un sistema misto
permanente che combini accumulazione e redistribuzione. È questo sovente il
caso degli europei e, in particolare, dei tedeschi, che hanno appena votato
per un'economia aperta e competitiva, ma anche per il mantenimento della
Sozialmarktwirtschaft (economia sociale di mercato), che è una delle forme
principali di quello che Delors ha definito "il modello sociale europeo.
Il problema reale di fronte a cui ci troviamo è di scegliere, non tra
capitalismo e socialismo, ma tra il sistema dell'alternanza e quello della
combinazione permanente di un'economia aperta e di una forte azione di
redistribuzione. Gli avversari dell'alternanza temono che questo sistema
rafforzi le tensioni e i conflitti sociali. I nemici dei sistemi misti
temono che la redistribuzione non vada a beneficio dei poveri ma di
determinati settori delle classi medie, in particolare nel settore
pubblico. I sostenitori del capitalismo, da parte loro, accusano i loro
avversari di entrambi i campi di spingere talmente in là il Welfare State
da strozzare la crescita e creare un deficit di bilancio che può essere
colmato solo facendo crescere il debito pubblico, quindi attraverso un
prelievo anticipato sul reddito della generazione successiva.
Quale posizione bisogna adottare oggi? La risposta deve tener conto della
nostra situazione storica. Noi viviamo, dall'inizio degli anni 70, in una
fase che viene definita neoliberista, e che ha preso il posto dell'economia
"amministrata" che dominava la maggior parte del mondo all'indomani della
Seconda guerra mondiale. Questo successo del capitalismo è stato
amplificato dalla globalizzazione che ha accresciuto la libertà delle
imprese, soprattutto di quelle finanziarie, rispetto agli Stati e
soprattutto ai sindacati, che in molti Paesi stanno perdendo di importanza.
Oggi, l'opinione pubblica tende a chiedere un riequilibrio in favore dei
salariati e delle spese sociali. È sbigottita dalle notizie degli scandali
che sono avvenuti nelle grandi imprese, e dalla pioggia d'oro che ricevono
molti manager. I lavoratori si indignano per il fatto che le loro imprese
vengano delocalizzate anche quando sono in attivo e realizzano profitti. I
movimenti no global, meglio definibili come altermondialisti, organizzano
forum e grandi raduni in tutte le parti del mondo. Ad attenuare questa
pressione gioca il fatto che gli eventi che dominano l'attualità non sono
di natura economica, ma religiosa e militare.
Malgrado questi ostacoli esiste, in particolare in Europa, un'evoluzione
dell'opinione pubblica a favore di nuovi interventi dello Stato, e
soprattutto contro la creazione di un'Europa alla Thatcher. L'opinione
pubblica non vuole che la riforma necessaria del servizio sanitario e delle
pensioni si traduca in una limitazione delle prestazioni.
Formulata in questi termini, la risposta alla domanda che abbiamo posto
appare evidente: l'opinione pubblica si aspetta dai dirigenti che mettano
dei limiti all'onnipotenza dei mercati e delle imprese. Chiede una
"sterzata" a sinistra. Ma una simile risposta non può bastare, perché non
dice come, sotto la pressione di quali forze, si possa ottenere un
cambiamento di direzione. I sistemi di previdenza sociale, creati
all'indomani dell'ultima guerra, sono stati introdotti su iniziativa dei
sindacati, e per proteggere soprattutto i lavoratori contro i rischi che li
minacciano: incidenti, disoccupazione, malattia, vecchiaia.
Chi può interpretare oggi quel ruolo motore che svolsero i sindacati mezzo
secolo fa? Chi può dirigere una lotta per un nuovo sistema di protezione
sociale che non riguardi soltanto i lavoratori, che protegga tutti contro
nuovi rischi e nuove disuguaglianze: dipendenza senile, malattie mentali,
conflitti tra minoranze, conseguenze della delocalizzazione, disuguaglianza
di possibilità alla scuola, ecc.
Una simile pressione, che i partiti e i sindacati sono incapaci di
esercitare, può essere esercitata da movimenti di base, associazioni, ong,
in parole povere da quella che viene definita la società civile. Ma oggi
non assistiamo a un rafforzamento di questo tipo di azioni di base. Stanno
anzi perdendo forza in certi settori. Quantomeno nel caso italiano, è al
governo che bisogna guardare. Malgrado la sua risicata vittoria elettorale,
gode già di una forte riserva di sostegno nell'opinione pubblica, e questo
sostegno aumenta. È probabilmente una tendenza generale nel mondo attuale,
questa di limitare il sistema neoliberista e di incaricare il potere
politico di difendere meglio la popolazione non privilegiata.
Dopo trent'anni di supremazia nel dopoguerra, l'economia amministrata è
stata sostituita dal neoliberismo. Trent'anni sono passati. Ma non è il
momento di far pendere la bilancia nell'altra direzione?
(Traduzione di Fabio Galimberti)
(31 agosto 2006) |
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