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IL PARTITO dei socialisti europei ha un motto:
"Socialisti e fieri d'esserlo!".
Può anche essere che ne siano fieri, ma definirsi socialisti è fare un
torto
alla lingua. Se "socialista" vuol dire qualcosa, infatti, il Pse non può
continuare a definirsi tale. Si tratta di altra cosa, di qualcosa di
ragionevolmente diverso da un partito di destra, ma non socialista. Sarebbe
auspicabile che la politica europea lo capisse.
Si prendano in considerazione le situazioni dei principali partiti della
sinistra in Europa. Al potere da più tempo di qualunque altro è il Partito Laburista
britannico, e nessuno dei suoi leader - tanto meno Tony Blair - lo
definirebbe socialista; di tanto in tanto egli arriva a parlare di
socialdemocrazia. I Socialdemocratici tedeschi, facenti parte della
coalizione
guidata dalla cristiano-democratica Angela Merkel, non sono in grado di
concludere molto di per sé, tranne - come al momento - determinare un
impasse nel processo politico interno. Perfino i socialisti spagnoli - la
vittoria
dei quali l'anno scorso è sopraggiunta del tutto imprevista, ma che da
allora
sono stati in grado di consolidare il loro potere in modo sbalorditivo
sotto la
leadership di Josè Zapatero - più che in una riforma economica in senso
socialista, sono impegnati nella liberalizzazione della società. In Svezia
i
socialdemocratici sono un partito quasi permanentemente al governo, e
sono in quella condizione perché hanno assunto una posizione sempre più
centrista. Nei Paesi Bassi un partito laburista non al potere è alla
ricerca di
nuove posizioni principalmente in tema di immigrazione in un Paese nel
quale
si è andata gradualmente rafforzando l'opposizione all'arrivo di altri
immigrati
e nel quale si sta assumendo un atteggiamento molto più rigido nei
confronti
dell'Islam radicale. In Francia i socialisti subiscono ancora le
conseguenze
della loro drammatica sconfitta del 2002 e della loro profonda spaccatura
in
relazione all'Europa, mentre la candidata favorita alla presidenza, la
popolare
Segolene Royale, sta a poco a poco virando verso posizioni sempre più
centriste - si potrebbe quasi chiamarle di destra - e proprio queste la
rendono così popolare.
In Italia, dopo un periodo turbolento - che per molti aspetti potremmo
definire vergognoso - di governo della destra, è andata al potere la
sinistra
e l'Unione delle sinistre ha già iniziato a fare quello che il governo di
destra
non ha fatto: liberalizzare l'economia. Si tratta di qualcosa di
necessario,
che non si può dire appartenga alla politica della sinistra. Al tempo
stesso,
la sinistra si è presa l'arduo compito di unire i principali partiti che la
compongono e questo deve alimentare un dibattito su ciò che la sinistra
incarna. Tale operazione assomiglierà al dibattito che ha dato vita al New
Labour all'inizio degli anni Novanta, anche se avrà luogo in circostanze
ancora più complesse.
Tutti i partiti della sinistra europea, di tradizioni quanto mai diverse e
che
devono far fronte a problemi nazionali quanto mai disparati, sono simili
per
taluni aspetti fondamentali. Non credono più - o almeno non agiscono più in
base alla convinzione - che provvedimenti socialisti in campo economico
sosterranno la crescita e nemmeno, su un periodo più lungo, l'impiego. Sono
alle prese con una reazione violenta, comune a tutta Europa, nei confronti
dell'immigrazione, e con la paura per l'Islam radicale, per contrastare le
quali
devono mettere a punto precise metodologie politiche. Infine, vedono il
loro
elettorato tradizionale, la classe lavoratrice organizzata in sindacati,
continuare a ridursi sempre più. Negli ex stati comunisti, la vita dopo il
comunismo si è rivelata assai dura per i partiti democratici di sinistra
che
hanno dovuto combattere per conquistare potere politico.
In Europa tra i partiti di sinistra e quelli di destra esiste - o può
esistere -
una differenza di pratiche e di principi: il Pse si esprime al meglio nel
perseguire un modello sociale europeo, che conterà su un'alta imposizione
fiscale per supportare un welfare state relativamente generoso, buoni
servizi sanitari, un'educazione pubblica e un'alta spesa per le
infrastrutture
pubbliche. Questa è la socialdemocrazia, ma è stata, più o meno, altresì la
prassi seguita da molti dei partiti di centrodestra in Europa (ma non nel
Regno Unito dagli anni Settanta in poi). Un accordo de facto tra
centrosinistra e centrodestra sulla conservazione di un welfare state
generoso e interventista non è sparito, anzi è così forte che un governo
guidato da Silvio Berlusconi - che si definiva uno che avrebbe affrancato
l'economia italiana dalle sue catene corporative - ha fatto davvero poco
per
cambiarne la compagine di fondo.
Che cosa attenderci, di conseguenza, allorché eleggiamo un governo di
sinistra? Non più una trasformazione economica; non più un automatico
approccio liberale alle questioni sociali e a quelle correlate
all'immigrazione;
non più, neppure, un sostegno ai lavoratori. Ci aspettiamo piuttosto un
approccio maggiormente sociale; un atteggiamento maggiormente liberale
nei confronti delle questioni sociali e individuali; un'enfasi maggiore
sull'integrità; una maggiore volontà di promulgare leggi rispettose dei
diritti
delle donne. Tutte queste differenze sono importanti: possono voler dire un
cambiamento in meglio nei diritti e nelle vite delle persone. Ma si tratta,
nondimeno, di differenze relative, perché dai governi di destra non ci
aspettiamo che siano contrari a queste cose, quanto meno non in modo
esagerato e drastico.
Esistono, è ovvio, ragioni precise per le quali i partiti non possono
repentinamente cambiare i concetti nei quali credono, anche se non
agiscono in base ad essi già da tempo. C'è la tradizione - spesso una
tradizione di lotta, talvolta di oppressione, che non può essere
accantonata
alla leggera. Forse è perché il Labour Party britannico non è mai stato
oggetto di repressione da parte delle forze di una destra totalitaria -
come
in Germania, Italia e Spagna - che esso è stato capace di cambiare così
radicalmente e apertamente come ha fatto. Ci sono i membri di partito,
molti dei quali restano aggrappati all'idea che il socialismo può
prevalere. E
c'è infine l'opposizione della destra che tende - come del resto tutte le
opposizioni - a costringerli a caratterizzarsi come rivali della destra,
obbligandoli di conseguenza a rimanere attaccati al nome di socialisti.
Una delle ragioni migliori è che il socialismo - il socialismo democratico
- ha
ottenuto tanti buoni risultati nel secolo o poco più dacché esiste. Le sue
due degenerazioni totalitarie - il nazionalsocialismo e il comunismo - non
possono di per sé inficiare la forza grazie alla quale il socialismo
progressista, di importanza secondaria prima della seconda guerra mondiale,
da allora è di importanza primaria. Le pressioni popolari per una società
più
equa sono state espresse dai partiti democratici socialisti e sostenute al
governo. Laddove nella seconda metà del secolo scorso sono rimasti in
carica regimi autoritari - come in Spagna, Grecia e Portogallo - i
socialisti vi
si sono opposti e dopo la loro caduta, una volta al governo, hanno fatto
molto per porre rimedio ai danni inferti alle rispettive società. Hanno
contribuito a dare dignità e sicurezza ai lavoratori; hanno dato voce ai
valori della tolleranza e del liberalismo nelle questioni sociali; e a
livello
internazionale si sarebbero ritrovati schierati per la pace e la
riconciliazione.
In effetti, il fatto stesso che il centrodestra non possa più mettere
seriamente in discussione questi risultati, è un riconoscimento al loro
successo.
Per questo successo, però, si sono trasformati di continuo. L'essenza del
centrosinistra è la sua flessibilità, che i suoi oppositori chiamano
opportunismo, ma che di fatto è una ponderata agnizione dei cambiamenti
socio-economici. In questa fase della storia europea, il socialismo - se
con
questa parola si indica un insieme di misure economiche e sociali, più che
una memoria storica - non ha più significato: se fa appello ai militanti
più
anziani, non da più la carica ai giovani; se evoca la visione di un grande
passato, ipoteca il futuro. Tuttavia esiste ancora un ambito di politica progressista del quale è erede
la sinistra. È la politica che ricorre a una varietà di mezzi, compresi i
meccanismi di mercato, per far sì che i servizi forniti alla società - come
la
sanità, l'educazione, le pensioni - siano efficienti e al contempo
adeguatamente finanziati. La liberalizzazione dell'economia, del genere di
quella che sta al momento perseguendo l'Unione di sinistra, scatenerà
sempre la collera delle categorie che hanno ricavato beneficio dal regime
di
monopolio, ma laddove la liberalizzazione stimola la caduta dei prezzi dei
servizi e dei prodotti, come spesso accade, allora arrecherà beneficio a
una
più vasta fetta dell'elettorato.
La sinistra è stata propensa a essere liberale nelle tematiche sociali e
ancora può esserlo. Come forza laica, essa fornisce spazio all'espressione
artistica e personale che preferisce la partecipazione attiva alla
passività.
Può esprimere un ottimismo sociale che incoraggia l'impegno comune a
migliorare l'ambiente, ad assistere le persone più vulnerabili e a portare
aiuto
a quella vasta parte di mondo tuttora sprofondata nell'indigenza. Può
benissimo esprimere opposizione alla tirannia in altri Paesi e indicare -
anche
adesso che il progetto di liberare l'Iraq si impantana - una strada
migliore
per togliere dall'oppressione i popoli tuttora gravati da un regime
totalitario.
Più di ogni altra cosa, la sinistra ha la capacità di dare una visione a
una
società che ancora esige valori in cui credere. Questa visione deve essere
pluralista, lasciare spazi e possibilità di evoluzione a fedi e principi
che non
sono necessariamente quelli della sinistra. Ma deve anche avere una propria
integrità, quella della solidarietà, dell'apertura a dialogare, della
volontà a
trovare compromessi. Deve continuare la sua lotta per una democrazia in
senso più ampio, non contro la dittatura - come adesso, quanto meno in
Europa - ma contro l'apatia e la frammentazione della società. Tutto ciò fa
parte della sua eredità e potrebbe essere parte del suo futuro.
Creare un nuovo partito a partire da quelli esistenti - come adesso ha
occasione di fare la sinistra italiana - potrebbe voler dire ridefinire e
dare
nuovo vigore a una politica progressista per questo secolo. A livello
europeo, potrebbe offrire ai partiti europei della sinistra una base a
partire
dalla quale proporre la modernizzazione delle loro rispettive società. Se
il
Pse non può più dire "Socialisti e fieri di esserlo!", può essere tuttavia
davvero fiero di quello che potrebbe diventare: una forza a favore della
democrazia, della solidarietà popolare e dell'internazionalizzazione della
libertà.
(Traduzione di Anna Bissanti)
(22 agosto 2006) |
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