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INTERROGARSI su cosa sia il socialismo è stato
il tormento dei socialisti fin dalla loro apparizione, nel XIX secolo. La
questione comporta essenzialmente tre dimensioni. La prima, di natura
teorica, ha suscitato una gigantesca letteratura sul significato da
attribuire a questo termine, resa anche più abbondante dal fatto che il
socialismo si è costantemente adattato alla realtà.
La seconda è politica: il socialismo orienta
la strategia dei partiti che vi fanno riferimento, ne determina il
programma e l'azione di governo. Ed è anche oggetto di controversie, sia
tra loro che all'interno di ciascun partito socialista, sul piano
ideologico ma anche per rivalità di potere. C'è infine una dimensione di
tipo identitario: il socialismo è per i suoi adepti un'intelligibilità del
mondo, conferisce un significato alla loro esistenza e li definisce
collettivamente.
Ancora una volta, la discussione si riaccende
nella sinistra europea. E in particolare in Italia, nella prospettiva della
creazione del partito democratico. Ma anziché sforzarsi di stabilire se la
sinistra sia ciò che sostiene di essere, di ragionare sulla sua natura, di
postularne l'omogeneità o di enunciare le cose da fare, è senza dubbio più
razionale esaminare la sua evoluzione a partire dagli anni 80.
In effetti, da quel momento in poi è
subentrata una profonda destabilizzazione di quelle che erano state le sue
principali componenti durante il XX secolo. Nel 1989 il comunismo -
ortodosso o riformatore - già indebolito nel periodo precedente, subisce
una clamorosa sconfitta che segna il suo fallimento storico. Ed entra in
crisi, sia pure per ragioni diverse, anche il socialismo, che nell'Europa
occidentale aveva assunto forme diverse, con andamenti cronologici e
procedimenti variabili da un paese all'altro.
I principali partiti socialdemocratici, una
volta riveduto il loro progetto originario, rinunciando alla rivoluzione,
alla socializzazione dei mezzi di produzione e alla centralità della classe
operaia, contribuiscono in modo decisivo (ma non esclusivo) al
rafforzamento della democrazia, e soprattutto alla costruzione di un
potente stato sociale che cambia la
fisionomia dell'Europa e degli europei dopo la seconda guerra mondiale.
Quelle formidabili realizzazioni sono allora
contrassegnate da un processo contraddittorio. Da un lato, il successo
presso l'opinione pubblica - non esclusa una parte importante della destra
- devitalizza il socialismo.
Dall'altro, i pilastri del welfare sono scossi dalla globalizzazione, da
un'Unione europea sempre più incline alla deregulation, dall'affermarsi del
pensiero liberista e dalle trasformazioni subentrate nelle società
post-industriali, sempre più individualiste.
Trasformazioni che danno vita a rivendicazioni
antinomiche non solo da parte degli attori classici - lavoratori
dipendenti, confederazioni sindacali, professioni autonome - ma anche di
nuovi soggetti approdati alla sfera pubblica: le donne, gli ecologisti, i
disoccupati, i precari, gli immigrati: al tempo stesso più protezione e
meno stato, più politica sociale e meno tasse, uguaglianza e libertà,
riconoscimento di diritti collettivi inediti e rispetto delle scelte
individuali, accettazione delle differenze e impennate autoritarie,
apertura al vasto mondo e ripiegamento xenofobo, tolleranza verso l'altro e
paura davanti all'insicurezza.
Ne risulta che il welfare non è più
appannaggio dei socialisti, e neppure può rimanere immutato. Da un lato
queste trasformazioni hanno rafforzato l'unità della sinistra in Europa, ma
al tempo stesso ne hanno accentuato le fratture. La sua unità è consolidata
ad esempio grazie al fatto che l'opposizione frontale tra rivoluzionari e
riformisti si è notevolmente attenuata, sebbene non si sia scomparsa.
D'altra parte, le sue divisioni si sono
approfondite con l'emergere di quattro grandi orientamenti, espressione di
diverse sensibilità per rispondere alle nuove sfide e affrontare la destra,
compresa quella estrema e populista.
Nella sinistra radicale, le correnti neocomuniste si intrecciano con una
galassia di movimenti protestatari che aborriscono la globalizzazione, il
nazionalismo, la sinistra "di gestione del sistema", l'Europa; sostengono i
lavoratori e gli esclusi, e credono nella rottura, nell'alternativa,
nell'utopia.
La sinistra conservatrice, molto diffidente
verso il mercato e sempre più critica verso l'Europa, afferma la necessità
di tornare ad erigere le tavole della legge socialista: in particolare il
"tutto Stato" e le nazionalizzazioni, posizione questa che però conduce
spesso a una deriva social-nazionalista.
La sinistra del rinnovamento cerca di aggiornarsi nel portare avanti la
tradizione socialdemocratica, ad esempio con la tendenza a preconizzare
livelli di tassazione elevati, partner sociali vigorosi, l'Europa sociale,
uno stato modernizzato e l'introduzione di procedure di regolamentazione
della globalizzazione e del mercato.
Infine, la sinistra social-liberale si propone
di superare i confini classici del socialismo. Nell'intento di sfruttare le
potenzialità del mercato, limita gli interventi dello Stato, ridefinisce
l'uguaglianza in quanto concetto chiave per la sinistra, sottolinea il
ruolo essenziale della libertà e dell'individuo, accentua l'importanza del
problema della sicurezza, ma anche quella di organizzare la solidarietà e
il sostegno ai più indigenti, ecc.
Tutte le combinazioni - convergenze e
divergenze, alleanze e scontri - si producono tra queste sensibilità spesso
divise anche al loro interno (ad esempio sull'Europa), che si rivolgono a
fasce di popolazione diverse. E nel loro insieme compongono il quadro di
una sinistra estremamente frammentata. In Francia, ad esempio, i trotzkisti
si collocano nell'area della sinistra radicale; il partito comunista è a
metà strada tra quest'ultima e la
sinistra conservatrice, mentre il Ps comprende nei suoi ranghi le quattro
correnti sopra descritte, tra le quali quella social-liberale è
ultraminoritaria.
Sempre in Francia, un recente sondaggio
dimostra che tra i simpatizzanti di sinistra si cristallizzano famiglie ben
distinte, con aspirazioni e valori differenziati, tanto da essere quasi
incompatibili. In Italia, Rifondazione oscilla tra la posizione della
sinistra radicale e di quella conservatrice, mentre i Ds tendono a esitare
tra il rinnovamento nella continuità e il social-liberalismo - il che
spiega le loro lacerazioni interne in merito al partito democratico.
Per i Ds, impegnarsi in quest'operazione
risponde a una preoccupazione strategica nazionale - quella di consolidare
l'alleanza con i centristi - ma anche alla grande ambizione di dar vita a
un nuovo partito che sintetizzi diversi riformismi, e possa servire da
esempio altrove. Al di là dell'importante problema di decidere se
affiliarsi o meno al Pse, dovranno indubbiamente indicare più chiaramente
di quanto abbiano fatto finora i capisaldi che accomunano le sinistre
rinnovatrice e social-liberale, e le differenziano dalla
destra. Ad esempio, se accettare pienamente il mercato e la globalizzazione
per favorire la crescita, perseguendo però al tempo stesso lo sviluppo
sostenibile e la tutela dell'ambiente; essere l'espressione del grido di
dolore dei più indigenti in funzione di una critica sociale del
capitalismo; ridurre le disuguaglianze e le discriminazioni - sociali,
sessuali, culturali, etniche - ma senza sconfinare nell'egualitarismo
livellatore, in uno statalismo soffocante o in un serafico buonismo;
consolidare e ampliare l'insieme dei diritti civili, sociali e culturali,
facendosi carico al tempo stesso della sicurezza pubblica; consentire la
piena realizzazione dell'individuo attraverso la parità delle opportunità,
e favorire al tempo stesso l'associazionismo per l'azione collettiva;
approfondire la democrazia e inventare nuove prassi democratiche. Un
matrimonio non comporta obbligatoriamente la dissoluzione dell'identità
originaria dei coniugi, né il ripudio del passato di ciascuno di essi.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)
(22 settembre 2006) |
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