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Il socialismo è morto. La data precisa del
decesso è nota - il 1989 - ma già da tempo la sua salute era malferma. Per
tutta la durata della sua storia il termine stesso di "socialismo" è stato
conteso e rivendicato da gruppi politici d'ogni sorta, dai comunisti agli
anticomunisti. La storia della sinistra è costellata di infinite dispute
sul suo significato. In passato, la principale linea di demarcazione
passava tra la sinistra rivoluzionaria e quella riformista.
La prima non credeva nella possibilità di una trasformazione della società
attraverso i metodi parlamentari. In tempi relativamente recenti, il libro
di Ralph Miliband Socialismo parlamentare è stato considerato un testo
chiave, largamente adottato dalle università in molte parti del mondo.
Secondo le tesi di Miliband, una società socialista non avrebbe potuto
nascere attraverso una vittoria elettorale, ma solo per vie
extraparlamentari, dato che i socialisti dovevano trasformare lo Stato in
quanto tale. Altri esponenti della linea rivoluzionaria, di tradizione sia
leninista che trotzkista, mantenevano però un atteggiamento meno categorico
di quello di Ralph Miliband nei confronti della "democrazia borghese".
Per converso, e a partire dall'opera di Eduard Bernstein, il socialismo
riformista si era proposto di conseguire il cambiamento sociale passando
per il parlamento e per la democrazia elettorale. Quasi tutte le attuali
formazioni di centro-sinistra hanno origine da figure fondatrici della
stessa area. Una delle maggiori ironie della storia è il fatto che il
socialismo rivoluzionario, determinato a trasformare profondamente il mondo
e apparentemente impegnato in quest'opera per mezzo secolo, è scomparso
quasi senza lasciare traccia.
Ormai continua ad esistere solo in regimi che hanno dimostrato di non avere
un futuro, come quello cubano, o sopravvive come una flebile eco in paesi
quali la Cina o il Vietnam.
La stessa idea di un superamento del capitalismo attraverso una rivoluzione
politica laica è quasi del tutto scomparsa. La sinistra estrema di oggi si
definisce solo in termini di contrapposizione - a volte "anti-capitalista",
ma più spesso "no global". Se si eccettua l'Islam radicale, i rivoluzionari
in politica ormai non esistono più. Perché l'idea centrale che ha fatto da
propulsore al socialismo rivoluzionario, la nozione alla base della
definizione stessa del socialismo - l'idea cioè che un'economia controllata
e rispondente ai bisogni umani possa sostituirsi ai meccanismi dei prezzi e
del profitto - una volta messa alla prova, è fallita dovunque. Era un'idea
sbagliata.
Il socialismo riformista ha creduto in un'economia mista. Ha ritenuto
possibile imbrigliare le irrazionalità del capitalismo riservando allo
Stato un ruolo parziale nella vita economica. I "settori chiave"
dell'economia - quali i trasporti, le comunicazioni, l'industria
siderurgica, il carbone e l'energia elettrica - dovevano rimanere sotto il
controllo dello Stato. Dopo la seconda guerra mondiale, per vari decenni in
Occidente questo "compromesso" era sembrato in grado di funzionare: non
però grazie ai meriti del socialismo di per sé, bensì per quelli della
teoria economica formulata da un liberale, John Maynard Keynes. Lo Stato ha
potuto così esercitare sull'economia un controllo generale regolando la
domanda, mentre il welfare forniva una rete di sicurezza quando le cose non
andavano per il verso giusto.
Oggi la domanda chiave è se anche questo tipo di socialismo sia morto. La
mia risposta è un chiaro sì: non vi sono eccezioni alla netta, inequivoca
constatazione con cui ho iniziato quest'articolo. Il più delle volte, lo
stato ha dimostrato la sua inadeguatezza nella conduzione diretta delle
imprese. D'altra parte, la gestione della domanda in senso keynesiano ormai
non è più efficace, e può anzi diventare controproducente nel contesto di
un mercato globale.
Cosa rimane dopo la fine del socialismo? O in altri termini, cosa resta
della sinistra? (NdT: in inglese la domanda è un bisticcio: what is left of
the left?) Ricordo le interminabili discussioni su questi temi ai convegni
degli anni '90. Le risposte (almeno a mio modo di vedere) sono oggi più
chiare di allora. La sinistra è sopravvissuta alla fine del socialismo.
Esiste una chiara linea di discendenza dal socialismo riformista agli
attuali partiti di centro-sinistra, ma in termini di valori assai più che
politici. La sinistra sostiene una serie di valori quali l'egualitarismo,
la solidarietà, la tutela dei più vulnerabili, così come la convinzione che
l'azione collettiva sia necessaria all'efficace perseguimento di questi
obiettivi. Il concetto di "azione collettiva" è riferito non solo al ruolo
dello Stato, ma anche a quello di altri organismi della società civile.
Tuttavia oggi la sinistra non può più definirsi semplicemente negli stessi
termini del socialismo d'un tempo, come la via per limitare i danni
inflitti dai mercati alla vita sociale. Se è vero che il capitalismo ha
tuttora bisogno di regole, oggi il compito dei governi è quello di favorire
un miglior funzionamento dei mercati, di espandere il loro ruolo, piuttosto
che ridurlo. Non ha senso contestare come antioperaia la politica di
liberalizzazione del mercato del lavoro, che con ogni ragione il nuovo
governo italiano sta tentando di portare avanti. L'attuale
compartimentazione del mercato del lavoro in Italia non contribuisce
minimamente a promuovere la causa della giustizia sociale, ma rappresenta
al contrario uno dei fattori di aumento della disoccupazione, oltre ad
aggravare l'insicurezza di chi lavora nei settori informali e non protetti.
Nei paesi scandinavi, che in Europa hanno raggiunto il grado più elevato di
giustizia sociale, il mercato del lavoro è stato oggetto di riforme
radicali.
La sinistra non può più definirsi in contrapposizione alle riforme del
welfare. Come ho già ricordato, lo stato sociale è nato come rete di
sicurezza, che subentra quando si perde il posto di lavoro, si divorzia, ci
si ammala o si invecchia. Alcune di queste funzioni permangono, ma oggi il
welfare deve assumere sempre più le caratteristiche di un meccanismo di
investimento sociale. In un'era di libertà individuali e di aspirazioni
sempre maggiori, dobbiamo investire nelle persone per aiutarle ad aiutarsi
da sé. Il sistema scolastico dev'essere riqualificato in maniera radicale
per consentirci di affrontare un mondo sempre più competitivo; e occorre
inoltre facilitare l'accesso a un'istruzione superiore di alta qualità, e
aprire percorsi formativi anche alle fasce di età più avanzata.
La sinistra non può più definirsi nei termini di una concezione classica
delle libertà civili. Non è di destra ammettere che la criminalità e il
disordine sociale rappresentano un grave problema per molti cittadini. Non
è di destra sostenere che l'immigrazione dovrebbe essere controllata, o
chiedere agli immigrati di farsi carico di una serie di responsabilità
civili, ivi compreso l'obbligo di apprendere la lingua nazionale.
Non è di destra cercare di dare risposte efficaci al terrorismo. Le nuove
minacce terroristiche cui le società occidentali devono far fronte non sono
paragonabili a quelle dei tempi delle Brigate rosse, o al terrorismo
"locale" dell'IRA o dell'ETA. Il terrorismo di tipo nuovo è più globale, e
potenzialmente di gran lunga più letale. Il diritto di sentirsi al sicuro
dalla violenza terroristica è di per sé una libertà importante, che va
ponderata rispetto alle altre. Infine, la sinistra ovviamente non può più
definirsi in contrapposizione alla democrazia parlamentare. Il
multipartitismo ha i suoi difetti, ma l'alternativa non può essere il
cosiddetto "Stato del popolo". La rappresentanza popolare di stampo
sovietico si è dimostrata tutt'altro che democratica. Oggi la sinistra deve
dare la sua piena adesione al pluralismo, sia in campo politico che nel più
ampio contesto sociale.
Sono favorevole all'idea della creazione di un partito unificato della
sinistra in Italia. Non se so in pratica ciò sarà possibile: dopo tutto, in
passato la sinistra è stata ripetutamente affondata dalle scissioni e
divisioni al suo interno. Ma credo che la sinistra post-socialista possa e
debba essere più ecumenica di quanto tendesse a esserlo la sinistra
radicale. E' necessario continuare a innovare in politica, per poter essere
in grado di portare avanti i valori della sinistra in un mondo di massicce
trasformazioni sociali. Ma l'innovazione politica può nascere solo dal
libero scambio delle idee, non certo da un chiuso dogmatismo.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)
(29 agosto 2006) |
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