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Caro direttore,
la riflessione aperta da Repubblica sulle prospettive della sinistra e del
"socialismo" investe direttamente il nodo della collocazione europea e
internazionale del futuro Partito Democratico.
Non è questione irrilevante. Per qualsiasi
partito - di sinistra, di centro, di destra - la collocazione
internazionale è un tratto della sua stessa identità.
Ciò è tanto più vero per un partito che vive in Europa, la cui vita è
segnata non solo dalle sue nazioni, ma dall'esistenza di un soggetto
politico e istituzionale sopranazionale - l'Unione Europea - che è e sarà
sempre di più il luogo, la dimensione, lo spazio entro cui ogni Paese deve
pensare e costruire il proprio futuro.
Lo stesso Trattato di Maastricht riconosce formalmente i partiti politici
europei e ne promuove ruolo e funzione perché l'integrazione europea
richiede soggetti che pensino e agiscano su scala continentale.
Dunque il Partito Democratico italiano non può nascere senza definire la
sua collocazione europea.
Lo può fare scegliendo tra due opzioni.
La prima è pensare che si debba costituire una nuova famiglia "democratica"
europea che si affianchi alle attuali famiglie politiche socialista,
popolare, liberale, verde. E' una strada impervia che la Margherita ha già
tentato, costituendo il Partito Democratico Europeo e riscontrando non
poche difficoltà, stante il numero esiguo dei partiti raccolti, la loro
eterogeneità - alcuni di centrodestra, altri di centrosinistra - e il loro
relativo peso elettorale e politico.
Un'altra strada pare a me più credibile. Ed è
agire insieme alle forze riformiste esistenti in Europa per costruire un
più ampio campo progressista, un centrosinistra europeo. Per farlo il primo
e ineludibile passo è stabilire un rapporto con la famiglia socialista: non
per una adesione ideologica alla socialdemocrazia, ma perché è quella oggi
l'unica famiglia riformista presente in tutti i paesi dell'Unione, con
partiti di vasta rappresentatività elettorale e politica e di consolidata
esperienza di governo.
Il che non significa che in Europa non vi
siano partiti riformisti di altra ispirazione culturale, ma un più ampio
campo europeo di centrosinistra non può nascere a prescindere dalla
famiglia socialista. Al contrario ne richiede il suo pieno e attivo
coinvolgimento.
Si rifletta su questo semplice dato: se Prodi viene invitato ad un incontro
di leader progressisti dei 25 paesi dell'Unione Europea si ritrova con 12
primi ministri o vice primi ministri socialisti e 10 leader socialisti a
capo dell'opposizione nei rispettivi paesi.
Dunque un grande partito riformista italiano non può stare in Europa
isolato e non può che collocarsi nel luogo politico in cui si ritrovano le
grandi forze riformiste europee. E questo luogo oggi è innanzitutto la
famiglia socialista.
Dopodiché è evidente che in quel luogo il Partito Democratico ci deve stare
con la sua specifica e peculiare identità di partito che nasce
dall'incontro di storie e culture riformiste diverse. Anzi, proprio in
virtù di questa originalità il PD italiano può offrire un contributo
determinante alla costruzione - insieme ai socialisti - di un campo di
forze progressiste più ampie, che via via configuri sempre di più un
centrosinistra europeo.
D'altra parte liberiamo il dibattito da rappresentazioni caricaturali: i
partiti socialisti e socialdemocratici di oggi non sono quelli della II
Internazionale, ma grandi partiti di centrosinistra.
E' noto come Tony Blair abbia "aperto" il
Labour a valori liberaldemocratici.
Gonzales prima e Zapatero poi rappresentano un socialismo spagnolo segnato
dai valori della modernità. L'Spd tedesca, la socialdemocrazia scandinava,
austriaca, olandese, hanno coraggiosamente rinnovato l'esperienza del
welfare facendola incontrare con le nuove sfide della flessibilità del
lavoro, della mobilità sociale, dell'ambiente e della vita.
E si può facilmente constatare che dentro quei partiti si ritrova il
pluralismo di idee che in Italia ha dato vita all'Ulivo.
Non solo, ma lo stesso Pse si pone l'obiettivo di un rapporto strutturato
con i Democratici americani, così come da tempo la famiglia socialista si è
aperta a relazioni con partiti di altri continenti che certo non vengono
dalla esperienza storica della socialdemocrazia.
Un incontro tra il Partito Democratico italiano e il socialismo europeo è,
dunque, oggi proponibile proprio perché sono maturati i processi culturali,
sociali e politici che hanno rotto antichi steccati e avvicinato culture e
idealità.
D'altra parte il Partito Popolare Europeo - nato per unire i partiti
democristiani del continente - si è aperto ai conservatori inglesi, a Forza
Italia, ai popolari spagnoli, senza pretendere la loro adesione al
popolarismo.
Insomma: non si tratta di aspettare che il Pse cambi per aderirvi. Una
forza plurale e innovativa come il Partito Democratico segnerebbe di per sé
una nuova configurazione della famiglia socialista.
Si può discutere pacatamente di tutto questo senza ogni volta rinchiudersi
nelle dichiarazioni di fede ideologica?
Me lo auguro, perché penso che il Partito Democratico è una necessità
storica che tanto meglio eserciterà la sua missione muovendosi in un
orizzonte non solo italiano.
(13 settembre 2006) |
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