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La cultura d'impresa nel nostro Paese è vaso
di coccio fra eredità storico-culturali, spinte corporative e resistenze
sindacali.
Ha più nemici che amici, più sospetti che
apprezzamenti. Altrove la si insegna a scuola, da noi è confinata in angoli
residui del dibattito pubblico. Competizione e attitudine al rischio, nei
Paesi con una democrazia di mercato più evoluta, sono componenti
irrinunciabili del progresso, da noi conservano inspiegabili valenze
negative. La tradizione giuridica italiana ha seminato l'idea che la tutela
dell'interesse pubblico e dei diritti soggettivi si ottenga più facilmente
limitando l'attività delle imprese anziché favorendola. Il valore
immateriale dell'imprenditorialità è ancora percepito come modesto o
secondario: si guardi soltanto alla tormentata storia della legislazione
fallimentare. Il non fare finisce per avere uno spessore giuridico ed etico
superiore al fare.
Qualche esempio. L'opporsi alla realizzazione
di un'opera necessaria è di frequente valutato come espressione di
un'idealità positiva (ambientale); il promuovere un'autostrada, un ponte o
una galleria è, al contrario, il sintomo della prevalenza di interessi ed
egoismi, generalmente percepiti come negativi. Una comunità scopre il
valore sociale di un'impresa quando questa lascia il territorio o
ristruttura, ma è raro che si ponga il problema di come attrarla, con le
infrastrutture per esempio. Un posto di lavoro è prezioso specie nel
momento in cui si rischia di perderlo, ma nessuno manifesta per i tanti
posti di lavoro che non si creano per colpa delle rigidità normative. Se
non è blasfemo il parallelo, si può dire che l'embrione del lavoro non ha
alcuna dignità. Se muore non importa nulla a nessuno.
Nel vissuto quotidiano poi, è ancora radicata
la convinzione che si possa avere lo stesso livello di benessere senza la
vista di un capannone, di una centrale elettrica o di una via di
comunicazione. Amiamo la modernità che non ha costi, nemmeno estetici, e
riteniamo che l'energia elettrica esista in natura al pari dell'acqua.
Se tutto questo accade, al netto di una voluta drammatizzazione, la
spiegazione è una sola, desolante: l'impresa non è al centro delle
preoccupazioni del Paese e non è vissuta come tale nel linguaggio della
quotidianità.
La parola impresa ha sempre bisogno di un
avversativo (sociale, aperta, solidale) come se non esprimesse in sé alcun
valore assoluto. Sia la cultura marxista sia, in parte, quella cattolica
hanno a lungo scambiato uffici e fabbriche come luoghi di contraddizioni
sociali, se non di sfruttamento. Assai raramente i centri produzione,
materiale e non, sono stati descritti come cellule sociali insostituibili,
nelle quali non solo si crea il benessere, ma si impara ad essere
cittadini.
In un mondo globale un Paese senza una cultura
d'impresa condivisa è destinato a un ruolo subalterno, al di là della
propria produttività. L'Italia dimostra di avere consapevolezza della
centralità dell'impresa nei suoi distretti, salvo poi perderla nei (troppi)
livelli della sua rappresentanza politica. È forte a Pordenone o a Varese,
debole in qualsiasi commissione parlamentare o tavolo concertativo romano.
Forse, è venuto il tempo di scrivere un
manifesto dell'impresa, e cominciare dalle piccole unità che sono il 90 per
cento del totale. Un manifesto della piccola impresa per promuovere
imprenditorialità e attitudine al rischio. La piccola è giovane: l'età
media dei microimprenditori è intorno ai 35 anni. E uno su cinque è una
donna. Una nuova azienda ogni tre, in città come Milano, ha come titolare
un immigrato. Le Pmi non sono soltanto la spina dorsale dell'economia, ma
anche i laboratori all'interno dei quali si sperimenta la società
multietnica che verrà (Elogio civile della piccola impresa, Il Sole-24 Ore,
11 marzo 2005). Lì si formano identità e cittadinanza. Dal successo delle
Pmi, e dal loro sentirsi parte integrante di una società che li rispetta e
li valorizza, dipende in gran parte la qualità della nostra futura
convivenza civile. Non solo il nostro benessere.
La piccola impresa è sempre di più luogo di
integrazione e costruzione delle appartenenze: svolge un compito civile che
in altri momenti storici non le era richiesto. E soltanto per questa
ragione dovrebbe ricevere più attenzione e cure. La piccola non chiede
sussidi, ma attenzione e rispetto. Se la società la metterà al centro delle
proprie attenzioni, ogni posto di lavoro sarà anche la molecola di una
identità nazionale più forte e l'invisibile mattone di una cultura di
mercato e dell'impresa più diffusa e condivisa. Con la piccola, i
lavoratori spesso diventano imprenditori. Nelle microaziende, specialmente
nelle fasi di start up, si apprezza di più quanto sia irrilevante e
anacronistico il conflitto fra capitale e lavoro. L'innovazione è esigenza
quotidiana, vitale. Il rischio è congenito. E fuori c'è il mercato, il
mondo con le sue insidie e le sue opportunità, non le relazioni, le
protezioni o le amicizie come avviene a volte per gruppi più grandi e non
solo a controllo pubblico.
Un Paese che avesse a cuore di più le proprie
piccole imprese non le aggredirebbe con il fisco, la burocrazia, il
difficile accesso al credito, i costi indiretti degli straordinari. Non
richiederebbe loro un insieme di adempimenti di varia natura che sfiorano i
dieci milioni di giornate l'anno. Non le costringerebbe a dedicare quattro
giornate l'anno di un addetto per rispettare la sola normativa della
privacy. Un Paese più moderno ed evoluto limiterebbe adempimenti e
autorizzazioni, semplificherebbe i controlli almeno sulle aziende
certificate. E soprattutto non lascerebbe nulla di intentato nel creare un
ambiente favorevole alla libera iniziativa imprenditoriale.
Un manifesto per le piccole imprese dovrebbe
essere sottoscritto e fatto proprio dalla politica e dalla classe dirigente
italiana per dimostrare, a se stessi e agli altri, di avere un'affinità per
valori come competizione e mercato almeno pari a quella che storicamente
hanno per equità e solidarietà. Il cammino non è facile né breve, certo è
necessario. |
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