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I 14 milioni di
pensionati dell'Inps (massa evocata sempre come un peso sulla schiena dei
giovani) possono essere così suddivisi:
- oltre 7 milioni
ricevono mediamente 337,7 euro mensili, nessuno arriva ai 500.
- Altri 3 milioni
ricevono una media di 587,3 euro (nessuno arrivando comunque ai 750).
- Seguono altri 3 milioni
che ne ricevono una media di 1.037,6 euro (nessuno dei quali arriva a
1.500).
- Il poco meno di un
milione di pensionati che resta, si spartisce una somma per scaglioni che
vanno dai 1.712 euro mensili ai 3.912, gruzzoletto rispettabile.
- Queste ultime sono
55.000 persone, poche, una piccola città, un grosso borgo; qualche centinaio
delle quali va su somme a cinque cifre.
Che c'è da tagliare?
Perchè tanta insistenza nel richiedere i tagli? E' utile rileggere "Diritti
o costi d'impresa" un brano de "Il lavoro senza rappresentanza" di Paolo
Ciofi (Manifestolibri editore - 2004), che segue, per avere un quadro un pò
più charo della questione.
Diritti, o costi d’impresa?
In realtà, la svalorizzazione del lavoro, i
processi in atto che lo rendono sempre più subalterno e precario, producono
effetti negativi a cascata nell’economia e nella società, sulla tenuta
stessa dell’Italia come nazione ed entità statale unitaria. Infatti la
svalorizzazione del lavoro non attiene esclusivamente alla base economica e
non si identifica perciò con le categorie dello sfruttamento, della
precarietà e deregolazione dei rapporti di lavoro (o della disoccupazione),
sebbene le ricomprenda, ma riguarda anche le condizioni in cui storicamente
vive e agisce il movimento dei lavoratori. Essa si situa in quel territorio
in cui s’intersecano e si condizionano reciprocamente la struttura e la
sovrastruttura, e coinvolge perciò l’economia e la società, la cultura e la
politica. E’ un processo di ampia portata, che incorpora in sé un elemento
di primaria importanza, vale a dire la percezione che hanno di sé i
salariati e i subordinati, come singoli e come espressione collettiva.
Perciò l’analisi di quel
processo complesso che definisco svalorizzazione del lavoro non può fermarsi
al momento produttivo e al rapporto diretto che si instaura tra capitale e
lavoro, da cui derivano il profitto e il salario con gli effetti
distributivi che ne conseguono, ma deve prendere in considerazione anche le
condizioni nelle quali, fuori dal ciclo della produzione dei beni materiali
e immateriali, storicamente avviene la riproduzione della forza-lavoro. Il
tema riguarda la formazione e l’acculturazione delle forze di lavoro prima e
durante il percorso lavorativo (scuola, formazione), la tutela della loro
salute (sanità), la loro cura e il loro mantenimento durante le interruzioni
del lavoro e a conclusione del percorso lavorativo (previdenza e pensioni),
in un contesto che dovrebbe tendere alla piena occupazione. Siamo nel cuore
dello Stato sociale: da come trovano soluzione tali questioni dipende in
larga misura il benessere dei singoli e dell’intera nazione.
Si hanno due opposte visioni del welfare, a
seconda che lo Stato sociale sia considerato un investimento volto a
valorizzare il lavoro, o viceversa un mero costo d’impresa, da contenere e
ridurre ai minimi termini allo scopo d’incrementare i profitti. Nel primo
caso, i diritti sociali delle persone che lavorano assumono la generale
dimensione di diritti universali, come largamente è avvenuto in Europa nel
Novecento sotto la spinta del movimento operaio. Nel secondo caso,
l’imperativo categorico è tagliare la spesa: di conseguenza le tutele, come
oggi avviene, vengono ridimensionate e ridotte al minimo, e chi vuole un
servizio di qualità (se ha i soldi) lo paga. Una buona scuola, come pure
un’adeguata tutela della salute e della vecchiaia, torna ad essere un
privilegio dei ricchi.
Socialmente, al di là di raffinate – e
interessate – distinzioni, l’obiettivo è nella sostanza quello di passare da
un sistema di diritti (da aggiornare e riformare) all’assistenza ai
bisognosi: un ritorno al passato e una vera controriforma, pomposamente (e
ipocritamente) definiti “riforma dello Stato sociale”. Economicamente, è una
visione ispirata dalla più classica teoria del free market,
che nella concreta applicazione di cui si parla considera lo Stato sociale
un ostacolo allo sviluppo e un fattore che danneggia l’impresa: sia per il
drenaggio della spesa pubblica in direzione di finalità sociali, che sottrae
potenziali risorse all’impresa medesima; sia per la necessità di mantenere
un certo standard d’imposizione fiscale sui ricavi, che riduce il livello
dei profitti.
Il dogma dell’onnipotenza dell’impresa si
manifesta poi, per altro verso, nell’idea che il problema dell’efficienza
del sistema pubblico si risolve semplicemente smantellando il sistema
medesimo attraverso le privatizzazioni, ovvero introducendo nella scuola,
nella sanità e nella previdenza forti elementi mercantili e di competitività
fra le unità e gli enti di servizio. Ottenendo con ciò il duplice effetto di
rompere il criterio della solidarietà (tra gruppi sociali, tra generazioni,
tra individui) che in alcuni campi come la previdenza - ma non solo - appare
decisivo, e di allargare al business privato servizi che per loro
natura hanno finalità pubbliche e sociali, e dunque non appaiono compatibili
con l’obiettivo del massimo profitto.
Si dà a intendere che le ingiustizie, le
iniquità e le disuguaglianze della società in cui viviamo nascano non dalla
natura stessa del capitalismo – come sosteneva tra gli altri anche il
liberale Keynes e non solo il comunista Marx -, bensì dalla conformazione
dello Stato sociale. Da cui deriva che il suo ridimensionamento, se non la
sua liquidazione, dovrebbe produrre maggiore uguaglianza, minore ingiustizia
e più equità. Dunque, non la riforma dello Stato sociale per correggerne le
storture insieme alle pesanti iniquità del capitalismo moderno, ma il suo
superamento per consentire alle forze di mercato di espandersi in libertà.
Sosteneva in proposito l’avvocato Gianni
Agnelli che il sistema pensionistico italiano rappresenta un’indebita
concessione di vantaggi alla popolazione adulta. Perciò non c’è da
meravigliarsi se il taglio delle pensioni è sempre stato un chiodo fisso
delle classi dirigenti, a cominciare dal governatore Fazio, sin dagli anni
novanta.
Tutti coloro che lavorano hanno diritto a una
vecchiaia serena. Ma il presupposto perché il sistema funzioni è che gli
incrementi di produttività si trasformino in investimenti, che il lavoro sia
disponibile e si mantenga un equilibrio tra le classi di età della
popolazione. Se la base produttiva si restringe, i giovani non lavorano e la
popolazione invecchia, la catena si spezza e il sistema entra in crisi.
Tuttavia questa non è una ragione per rendere più difficile la vita ai
vecchi allo scopo di concedere qualche sussidio ai giovani. Al contrario,
dovrebbe essere uno stimolo per aprire una riflessione di fondo sulla
società in cui viviamo: che società è mai quella che non garantisce
sicurezza ai vecchi e non dà lavoro ai giovani? Nella quale aumentano i
vecchi, e i giovani non si sposano, rimanendo a lungo nell’ambito della
protezione familiare? Tanto per fare un esempio, alla metà degli anni
novanta, in una metropoli come Roma, il 30 per cento dei giovani non aveva
mai lavorato.
In realtà, i provvedimenti adottati con la
“riforma Dini”, tra i quali il metodo di calcolo contributivo, che lega la
pensione dei singoli ai contributi versati, risolve nel complesso il
problema dei costi del sistema, ovvero della sua sostenibilità finanziaria,
poiché con la riforma a regime, nel momento in cui andranno in pensione i
trentenni di oggi, la curva della spesa scenderà drasticamente rispetto al
Pil. Ma la soluzione del problema dei costi - come ha osservato l’ex
presidente dell’Inps professor Massimo Paci, alla cui analisi faccio
riferimento - apre nel contempo un enorme problema umano e sociale, dal
momento che i trattamenti pensionistici individuali saranno per milioni di
persone molto più bassi rispetto a quelli attuali.
Se si prendono in considerazione i lavoratori
“atipici” con contratti di lavoro a tempo determinato, si calcola che il
loro trattamento pensionistico oscillerà tra il 30 e il 45 per cento del
reddito finale, vale a dire sarà del tutto insufficiente per vivere. Siamo
molto lontani dalla pensione pari all’80 per cento del reddito medio degli
ultimi anni, possibile con il vecchio sistema, e sorge a questo punto la
domanda: come risolveranno il loro problema di sopravvivenza gli anziani di
qui a 30-40 anni? Essendo chiaro che in queste condizioni si creeranno
bacini di nuovi poveri di dimensioni mai viste prima.
Il trattamento di fine rapporto non è per loro
una risorsa di entità rilevante su cui poter fare affidamento. Resta la
strada della beneficenza compassionevole dei privati e dell’estensione
dell’assistenza pubblica, con sovvenzioni, integrazioni, sussidi e così via.
Così la questione della spesa, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra.
Tuttavia c’è da domandarsi: quale sarà il prezzo che la collettività dovrà
pagare per assicurare a questi giovani precari una vecchiaia grama? Non in
termini puramente finanziari, bensì anche in termini di costi sociali, di
identità storico-culturale, di coesione nazionale? Il prolungamento dell’età
pensionabile, come prolungamento di una condizione penosa della vita, non
appare in questo contesto una soluzione.
Se per i pensionati del futuro l’avvenire non è
roseo, la condizione dei pensionati del presente non può certo dirsi
brillante. Su 14.437.325 pensioni erogate dall’Inps all’inizio del 2002,
1.918.098 sono inferiori a 250 euro mensili, 6.018.267 si situano tra i 250
e i 500 euro, 2.929.532 tra i 500 e i 750: in totale, 10.865.897 pensioni
sono al di sotto dei 750 euro mensili. Quindi, oltre il 75 per cento dei
pensionati oggi in Italia fruisce di trattamenti che con un eufemismo
potremmo definire inadeguati.
Dunque, siamo in presenza di un sistema
profondamente iniquo, perché una larga maggioranza di anziani pensionati e
pensionate è situata su livelli d’importo medio mensile insufficienti per
vivere una vita dignitosa. Ma la conclusione che si è tratta da questo stato
di fatto è opposta a quella che si dovrebbe razionalmente ipotizzare: non un
innalzamento del livello medio delle pensioni nel futuro, bensì – al
contrario – una loro riduzione, con in più l’incerta prospettiva dei fondi
pensione integrativi, dipendenti dall’azzardo dei corsi di Borsa.
Paolo Ciofi
(Il lavoro senza rappresentanza pagg 55-60) |
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