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"Fattori e componenti della svalorizzazione del lavoro"

 
 

Tre uccisi in un giorno, la media è costante. Alla fine di giugno erano 10 i morti nell’edilizia solo nel Lazio. Ma i numeri rischiano di essere sempre e solo numeri. Ogni tragedia ha nome e cognome ed interrompe non solo una vita ma sicuramente una storia che riguarda più persone. Dobbiamo imparare a parlarne perchè non sia una semplice statistica, ma un fatto gravissimo che chi legge non deve poter dimenticare. Soprattutto dobbiamo imparare a capire il perchè.

Ancora un dato dell'attualità del "Lavoro" e del dibattito intorno ad esso.

L'esito delle ispezioni all'Atesia è un atto d’accusa contro la precarietà. Interessa ai lavoratori ed a tutta la società il suo significato reale e individuarne il superamento.

E' quanto mai necessario estendere l'informazione ed il movimento contro la precarietà indicando che cosa non deve essere consentito.

Non possiamo attendere la soluzione generale del problema della precarietà dall'ispettorato del lavoro, pur restando sacrosanta l'ispezione all'Atesia ed inappuntabili gli esiti cui è giunta. Quella ispezione e quegli ispettori meritano un grazie e tanto rispetto. Ad essa deve seguire un'urgente iniziativa legislativa da parte del governo e delle forze di maggioranza ed un movimento contro la precarietà esteso da Aosta a Palermo.

Ci sembra utile, per cogliere appieno i significati di queste tristi manifestazioni, riproporre ai nostri visitatori "Incidenti. Fattori e componenti della svalorizzazione del lavoro" tratto da "Il lavoro senza rappresentanza" di Paolo Ciofi (Manifesto libri editore - 2004).


La modernizzazione capitalistica, fondata sullo sfruttamento intensivo della forza-lavoro, è riuscita nel miracolo di riportare in vita vecchi fantasmi ottocenteschi che ritenevamo – questi sì - definitivamente scomparsi, messi in fuga dalle lotte sindacali e politiche, e perciò inghiottiti nella notte dei tempi. Ricompaiono, invece, e si diffondono fenomeni come il lavoro minorile; lo sfruttamento al di fuori di ogni regola dei più deboli, degli immigrati e dei bambini; la forte penalizzazione del lavoro femminile; il reclutamento della manodopera senza tutele e garanzie, e direttamente sulla piazza (caporalato). Dell’intensificazione dello sfruttamento è indice allarmante il numero elevato di infortuni e di incidenti mortali sul lavoro. Insomma, siamo in presenza di un generale processo di svalorizzazione del lavoro. E la svalorizzazione del lavoro è l’altra faccia della valorizzazione del capitale, del libero dispiegarsi del suo dominio.

Un’approfondita inchiesta della Cgil sul lavoro minorile in Italia pubblicata nel 2000 getta un fascio di luce in una zona d’ombra mai illuminata della nostra società, e ci costringe a fare i conti con forme particolarmente odiose di sfruttamento, negatrici in radice dei diritti della persona. “Troppo spesso – osserva Cofferati – si continua ad associare il lavoro minorile con le forme estreme di sfruttamento presenti nei Paesi in via di sviluppo. Bisogna invece comprendere che il problema della negazione dei diritti dei minori non riguarda soltanto Paesi lontani, ma tocca anche noi”.

Escludendo le attività stagionali e agricole, come pure tutte quelle che in qualche modo hanno a che fare con la criminalità, risulta che i bambini italiani con meno di 15 anni che lavorano illegalmente sono circa 400 mila (12,85 per cento della popolazione in età). Una quantità impressionante, che tuttavia costituisce solo un segmento della più vasta area del lavoro, del disagio e dello sfruttamento, cui a diverso titolo sono sottoposti bambini e adolescenti in uno dei Paesi più ricchi ed evoluti del mondo. Di questi 400 mila, circa la metà è occupata per otto e più ore al giorno, mentre il 40 per cento dichiara di lavorare prima delle sette del mattino e dopo le 20 di sera, e di questi oltre il 60 per cento conclude la giornata lavorativa tra le 21 e le 23. Il salario mensile varia da meno di 100 mila lire (14 per cento) a più di un milione (quattro per cento), ma il 70 per cento dei bambini lavoratori riceve una retribuzione non superiore alle 600 mila lire mensili.

In altre parole, abbiamo a che fare con uno sfruttamento particolarmente pesante e con condizioni di vita spesso al limite della sopportabilità, le cui conseguenze sulla salute, lo sviluppo, l’educazione e la formazione di questi bambini sono facilmente immaginabili: come mette in luce l’inchiesta della Cgil, “l’esistenza del lavoro minorile rappresenta il sismografo, l'indicatore di una nuova questione sociale”. E non è solo il peggior cascame della micro-impresa che non riesce a crescere, bensì l’espressione del dominio della grande impresa che usa largamente il lavoro minorile in forma indiretta. Basta pensare – per restare a un esempio di casa nostra senza chiamare in causa i casi classici della Nike e dell’Adidas - al sistema-moda e all’economia dei vicoli napoletani, dove industria del lusso e sfruttamento illegale costituiscono un unico inestricabile intreccio.

Si tratta, dunque, non di un arcaico sedimento del passato, ma di un fenomeno della modernità, poiché la diffusione dello sfruttamento minorile e dei fenomeni ad esso connessi sta in rapporto diretto con l’accresciuto dominio del capitale, che si muove in tutte le direzioni nel mondo alla ricerca del profitto, e con la contestuale subordinazione del lavoro su scala globale. Ma, d’altra parte, la diffusione del lavoro minorile è un’ulteriore riprova che il capitale non può essere lasciato al libero dispiegarsi dei suoi “spiriti animali”, giacché produce danni irreversibili alle persone oltre che all’ambiente.

In Italia non esiste una ricerca complessiva sulla condizione del lavoro femminile, a riprova di una “disattenzione” evidente delle forze politiche e sociali. Tuttavia, se si intendesse costruire un sistema di indici adatto a misurare la svalorizzazione del lavoro nell’età della globalizzazione (e bisognerebbe farlo), non c’è dubbio che la condizione del lavoro femminile sarebbe tra di essi uno dei più rilevanti e significativi. Infatti, nonostante le conquiste delle donne nel secolo passato in concomitanza con il generale avanzamento dei diritti del lavoro, alcuni segnali sono oggi del tutto negativi: nettamente più elevata è la disoccupazione femminile (lo scarto tra lavoro femminile e lavoro maschile è del 33,9 per cento in Italia contro una media Ocse del 18,6 per cento, e nel nostro Paese è occupata solo una donna su due contro una media Ocse del 69 per cento), persiste (e si aggrava) il differenziale retributivo in contrasto con il dettato della Costituzione, massiccia e spesso preponderante è la presenza delle donne nei lavori atipici e precari.

In questo quadro, alcuni diritti storici della donna che lavora vengono attaccati e distrutti senza apprezzabili reazioni, spesso nel silenzio degli stessi movimenti femminili e femministi. Così, il divieto al lavoro notturno, introdotto in Italia nel 1997 e presente in Francia fino dall’Ottocento, è stato cancellato in entrambi i Paesi in omaggio a un malinteso “principio di uguaglianza”, sancito dalla Commissione europea: come se fosse normale per gli esseri umani, donne e uomini, lavorare di notte. Se si può convenire con le critiche mosse da una parte del pensiero femminista al movimento operaio per avere sottovalutato l’importanza delle relazioni interpersonali e di sesso, dando luogo a una visione ipertrofica del sociale, questo non giustifica oggi il vuoto di ricerca e d’iniziativa intorno ai diritti delle donne che lavorano. Perché, muovendo da una conquista di valore universale, non si è posto il problema di proibire il lavoro notturno anche per gli uomini? Affrontare il problema in questi termini non sarebbe un paradosso, o addirittura una provocazione, in un assetto socio-politico in cui i diritti delle persone vengano prima degli interessi del capitale. Resta il fatto che aver applicato quel “principio di uguaglianza” come un dogma ha portato a un’indubbia regressione.

Ma la svalorizzazione del lavoro si manifesta nella forma estrema del degrado, come patologia dello sfruttamento, soprattutto attraverso gli infortuni e gli incidenti mortali. Invece di un diritto, di un mezzo per la realizzazione e l’affermazione della persona, il lavoro diventa un rischio, addirittura un pericolo di morte. Le cronache dei giornali, se si leggono con attenzione, danno conto del dramma quotidiano degli incidenti e delle morti sul lavoro, che si susseguono abitudinariamente giorno dopo giorno come i grani di un rosario. “Toscana sotto shock. 181 uccisi sul lavoro in due anni”, titolava Il Tirreno il quattro marzo del 2000. A Roma, l’autista che è precipitato dal viadotto della Magliana alla guida di un mezzo pubblico faceva gli straordinari dalle quattro del mattino. Aveva 35 anni, prestava la sua opera in affitto, e lavorava in quelle condizioni perché aveva bisogno dei soldi per sposarsi.

Uscendo dalla routine, l’Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, il 10 luglio 2002 strillava di spalla in prima pagina: “Muore a 19 anni sul lavoro. Era il primo giorno”. Aveva cominciato a lavorare alle otto del mattino Michele Gandolfi, ed è stato soffocato da tre tonnellate di sabbia mentre costruiva una porcilaia alle porte di Cremona. Diplomato da qualche giorno, era “un ottimo ragazzo di Orzinuovi, nel bresciano, attivo in parrocchia, buona media a scuola, tanta voglia di non pesare sulla famiglia”. E’ successo al Nord, “dove si pensa che tutto sia moderno, attrezzato, garantito”, proprio nello stesso giorno in cui le statistiche dell’Ocse ci dicevano che l’Italia, con il 29,5 per cento, ha di gran lunga il più alto tasso di disoccupazione giovanile della Ue, battuta soltanto dalla Polonia tra i Paesi industrializzati. Ma non è una casualità, perché l’Italia detiene anche un altro triste record.

Osserva il presidente dell’Inail Gianni Billia che “la continua ricerca di flessibilità ed efficienza della produzione dà al nostro Paese il primato degli incidenti sul lavoro a livello europeo”. Nel 2001 gli infortuni sul lavoro sono stati 1.029.925 (2.822 al giorno), con un aumento costante negli ultimi anni, e i morti sul lavoro 1.452 (quattro al giorno). L’area più pericolosa, per un lavoratore, è il Nordest: l’incidente nello stabilimento Zanussi di Susegana, dove l’esplosione di una linea di montaggio ha ucciso una giovane donna e provocato diversi feriti, è l’effetto di un modello produttivo che punta tutto sulle quantità e sul risparmio della forza-lavoro . “Un modello che va a Est”, secondo il presidente dell’Inail, senza controlli e senza trasparenza, con alcuni imprenditori che candidamente confessano: “Se ho la flessibilità e uso una persona per due giorni, perché lo devo denunciare?” Un modello usa e getta, dove di flessibilità si muore.

E’ un guerra quotidiana a bassa intensità, combattuta senza armi e provocata dalla ricerca spasmodica del profitto, che passa sopra la vita e la salute di chi lavora. Del resto, le vicende degli impianti petrolchimici di Porto Marghera e di Brindisi, come anche quella dell’Eni di Gela e altre ancora, avevano già abbondantemente dimostrato che nelle finalità del capitale non c’è la salvaguardia dell’ambiente, e neanche la tutela della vita e della salute di chi lavora. Nel 2000 sono stati emessi 68 avvisi di garanzia per i casi di 14 operai vittime del tumore e per altri 83 colpiti da patologie degenerative nell’impianto petrolchimico di Brindisi, ma nell’insieme l’azione della giustizia non è apparsa all’altezza, come pure l’attenzione dell’opinione pubblica.

La deregolazione si fa largo come componente organica della svalorizzazione del lavoro. "Ha assunto dimensioni abnormi il numero di lavoratori irregolari. Il loro livello di remunerazione è nettamente al di sotto della media; la copertura sociale e dai rischi di infortunio è pressoché inesistente", dichiara il governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio. Un altro modo per dire che si amplia l'area del lavoro sottopagato, che cresce la deregolazione dei rapporti contrattuali e normativi, e si diffonde il lavoro nero e illegale. In breve, il mercato del lavoro è di fatto un mercato sempre più deregolato, con un tasso di illegalità in aumento.

L'area di maggiore sofferenza riguarda i lavoratori stranieri ed extracomunitari, tra i quali sono diffuse forme estreme di sfruttamento e di illegalità. Ma la precarietà e la deregolazione, il passaggio al lavoro nero e non tutelato si sono estesi anche tra i lavoratori italiani, soprattutto nell'edilizia e nelle grandi aree metropolitane. Analisi svolte a Roma alla metà degli anni novanta avevano messo in luce che il 60 per cento degli addetti all’edilizia nell’intera provincia non aveva rapporti di lavoro regolari. Di questo 60 per cento, il 40 per cento era in condizione completamente illegale, essendo privo di contratto, di copertura previdenziale e di iscrizione alle Casse edili, mentre la quota restante si trovava in condizione di parziale illegalità. Non nelle campagne profonde del Mezzogiorno, ma nella capitale del Paese – in quartieri e borgate come Tor di Quinto e Tiburtino, Casilino, Prenestino, Infernetto – è ricomparso il "mercato delle braccia", organizzato da caporali spesso collegati con la camorra, che reclutano lavoratori provenienti soprattutto dal Sud e anche dall’Est, dalla Russia, dalla Polonia, dalla Romania. Per 10 ore lavorative in media, la paga oscillava tra le 60.000 le 80.000 lire giornaliere sul finire degli anni novanta.

La deregolazione del mercato del lavoro e la diffusione dell'illegalità in questo campo costituiscono un potente fattore di espansione dell'economia abusiva e sommersa, e ne rafforzano la tendenza a organizzarsi come sistema. Infatti, l'evasione contrattuale e normativa, quella contributiva e fiscale si intrecciano e si alimentano a vicenda in una spirale di illegalità, in cui l'abuso edilizio - a differenza del passato - diventa l'ultimo anello di una catena. I costi per i lavoratori e per la collettività, sebbene difficilmente quantificabili, sono comunque molto elevati: in termini non solo di svalorizzazione del lavoro in sé, di degrado ambientale e di perdita di coesione del corpo sociale; ma anche di minori entrate fiscali e di maggiori spese per opere di risanamento e di bonifica. L’idea stessa che si possa far emergere il lavoro nero e sanare l’economia illegale penalizzando i lavoratori dipendenti e subordinati, riducendone diritti e tutele, è un controsenso, un qui pro quo senza sbocco.

 

Paolo Ciofi (Il lavoro senza rappresentanza pagg 51 - 54)

 
 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 06-11-06.