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"E' sulla Finanziaria
che Prodi può cadere", "Bene la manovra e le liberalizzazioni, ma con le
fibrillazioni della maggioranza l'autunno che sta arrivando è a rischio
di ROBERTO MANIA
ROMA
- "C'è il rischio che il governo Prodi scivoli sulla Finanziaria". Guglielmo
Epifani, segretario generale della Cgil, non si nasconde dietro confortevoli
ottimismi. Sa bene che il futuro della maggioranza di centrosinistra si
gioca tutto in autunno, su quei 35 miliardi di euro necessari per il
risanamento dei conti pubblici e per rilanciare lo sviluppo. Perché è lì che
le divisioni tra i partiti eterogenei della coalizione affioreranno di nuovo
con prepotenza di fronte agli interessi che ciascuno rappresenta, molto più
che sull'indulto o sulla missione militare in Afghanistan. Né - aggiunge - è
possibile immaginare che dal sindacato, e in particolare dalla Cgil, arrivi
la ciambella di salvataggio: "Il nostro sì non è scontato. Dipende dalle
decisioni che saranno prese. Ci vuole equità. E, ribadisco: il sentiero è
strettissimo".
Come giudica l'azione del governo fino ad ora?
"Ci sono luci ed ombre. Le luci sono il carattere della manovrina di
aggiustamento con cui si sono colpite l'elusione e l'evasione fiscale. Bene
anche le liberalizzazioni e le misure per gli immigrati. Luci, ancora, nel
cambiamento di politica estera che con la conferenza di Roma ha riportato il
nostro Paese a giocare un ruolo di primo piano sullo scacchiere
internazionale".
E le ombre quali sono?
"Mi aspetto che si faccia di più nella lotta alla precarietà del lavoro. E
poi, ci sono le grandi difficoltà interne alla maggioranza. Le rivalità, gli
scavalcamenti, le continue fibrillazioni. Un quadro esaltato dal fatto che
al Senato l'Unione prevale per pochi voti".
Come pensa che una maggioranza così esile possa affrontare una prova dura
come quella della Finanziaria?
"Sarà il vero banco di prova per la maggioranza: o si unirà e troverà nuovo
slancio per proseguire, oppure entrerà in sofferenza".
Sta dicendo che in autunno Prodi si gioca il suo futuro?
"Sì, secondo me è così".
Fino al rischio di una crisi?
"Certo. Vedo il rischio di una crisi sulla Finanziaria perché con gli
interessi che tocca è il terreno sul quale prevalgono le logiche di parte
più che quelle di coalizione".
Non crede che molto dipenderà dalla leadership che Prodi sarà in grado di
esercitare sugli alleati?
"Dipenderà da tutti. Anche dal modo con il quale si svolgerà il dialogo tra
governo, parti sociali ed enti locali. Per questo è importante che sia stata
prevista a Palazzo Chigi una "cabina di regia" molto forte".
Il segretario della Cisl Bonanni sostiene che la Cgil sia prigioniera
della logica del "governo amico" e che con Prodi eviterà qualsiasi scontro
dopo aver fatto sei scioperi contro Berlusconi. Come risponde?
"Che è un giudizio ingeneroso e che non corrisponde al vero. Tant'è che con
la Cisl e la Uil stiamo lavorando unitariamente. La Cgil non soffre di
alcuna sindrome del governo amico. Negli anni abbiamo maturato un'idea di
autonomia che ci pone al riparo da simili rischi. Per noi conta il merito e
se il governo non fa le cose bene, seguendo il programma e il mandato degli
elettori, il sì della Cgil non è scontato".
La Cgil dice di condividere l'analisi e le preoccupazioni del ministro
Padoa-Schioppa. Però sulle terapie alza le barricate: nessun taglio a
pensioni, sanità, pubblico impiego. Non è una contraddizione?
"Intanto la parola "tagli" andrebbe cancellata dal linguaggio del governo.
Il processo di risanamento passa attraverso una politica fiscale nel segno
dell'equità che restituisca il drenaggio fiscale ai lavoratori e ai
pensionati, che faccia pagare a chi elude o evade, che ripristini la
progressività nell'imposizione e la tassa di successione sui grandi
patrimoni, che alzi il prelievo sulle rendite finanziarie. Poi i risparmi
vanno collegati a politiche di riforme che affrontino tutti i problemi
aperti nella sanità, nell'istruzione, nella previdenza, valorizzando il
lavoro pubblico. Solo così si possono dare risposte alle attese di quella
grande parte del mondo del lavoro che ha votato il programma del nuovo
governo".
Quindi non esclude che si possano ritoccare i coefficienti di
trasformazione delle pensioni, come previsto dalla riforma Dini?
"Il dibattito sulle pensioni si è concentrato tutto sui coefficienti e sul
cosiddetto "scalone", ma si ignorano altri aspetti. Per esempio
l'inaccettabile situazione del fondo dei dirigenti d'azienda. Il governo di
centrodestra decise, contro l'opinione dei sindacati, di farlo entrare nell'Inps
per la montagna di deficit che aveva accumulato. Ora quel fondo ha un
passivo di circa 1,5 miliardi. Bene, sa chi paga le pensioni dei dirigenti
di impresa? I lavoratori dipendenti e gli atipici. Questa è un'emergenza e
per questo si deve pensare a nuove forme di solidarietà da parte delle
imprese o dei dirigenti. Nella previdenza la lotta ai privilegi non è ancora
terminata. Per il resto, sappiamo bene che c'è un problema di equilibrio tra
generazioni che va affrontato perché i giovani pagano troppo per le basse
pensioni che sono destinati a ricevere".
Pensa che il governo debba proseguire nelle liberalizzazioni nonostante
la protesta delle categorie?
"La Cgil è totalmente d'accordo con Bersani. Ci sono settori cresciuti con
l'idea di essere intoccabili, dei feudi corporativi senza concorrenza. Così,
mentre i salari non aumentavano i costi per i servizi hanno continuato a
farlo. Il governo deve andare avanti anche perché non si possono accettare
forme di ribellismo, come quella dei tassisti e dei farmacisti, entrambe
strumentalizzate dalla destra. Detto ciò, penso che il governo abbia
sbagliato nel metodo. Bisognava fare alla rovescia: prima il confronto e poi
la decisione. Non vorrei che con il sindacato si adottasse lo stesso
criterio".
A proposito di metodo: non crede che il sistematico ricorso al voto di
fiducia stia esautorando il Parlamento dalla sua funzione legislativa?
"Purtroppo sono i numeri al Senato che impongono il voto di fiducia. Questo
però restringe il confronto democratico. Anche qui, non posso nascondere la
mia preoccupazione per eventuali provvedimenti presi dal governo su
interessi che rappresenta il sindacato e che potrebbero essere approvati
senza discussione".
La via d'uscita potrebbe essere un allargamento della maggioranza. La
Cgil sarebbe favorevole?
"La Cgil è affezionata ad un'idea matura del bipolarismo; crede che ci si
debba confrontare su offerte politiche alternative e che chi vince abbia il
dovere di governare. Insomma, se il governo cade si deve tornare al voto.
Piuttosto è necessario rendere più coeso il profilo della coalizione. Pensi
all'indulto: è legittimo che ciascuno abbia su un tema così delicato la sua
posizione (la Cgil, ad esempio, ha chiesto di derubricare i reati sulla
sicurezza del lavoro), ma anche qui è il metodo che non va bene. Non ci
possono essere ministri che si dicono favorevoli allo sciopero generale e
altri che si tolgono per un giorno la giacca ministeriale per poi
rimettersela".
Le nomine nelle aziende pubbliche: la designazione di Fabiani al vertice
delle Fs è stata bloccata dalla Margherita. Sta tornando la vecchia
lottizzazione o non c'è nulla di nuovo?
"Penso che aziende come le Ferrovie e l'Alitalia non possano restare
nell'incertezza. Cambiare i dirigenti è condizione necessaria ma non
sufficiente. Penso in particolare all'Alitalia: nemmeno se ci fosse uno come
Marchionne al posto di Cimoli le cose andrebbero subito a posto. L'Alitalia
si sta spegnendo, tra sei mesi rischia di non avere più risorse. Ci vuole
una soluzione transitoria che le permetta, dopo essere stata rilanciata sul
piano industriale, di negoziare alla pari un'alleanza internazionale".
Ha parlato di Marchionne. Anche lei come Bertinotti ne auspica uno nella
politica?
"No, ha fatto molto bene alla Fiat ma in politica non si può affidare tutto
ad un uomo solo. Forse ci vorrebbero tanti Marchionne in tutta la classe
dirigente".
30 luglio 2006 da il Manifesto |
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