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Siamo in presenza, nel Nord Italia, di un’espansione
quantitativa e qualitativamente inedita del lavoro operaio e dipendente,
come mai si è verificato nel passato. E nello stesso tempo, come mai nel
passato nella storia d’Italia-ad eccezione del periodo fascista-, costatiamo
una sostanziale cancellazione delle lavoratrici e dei lavoratori dipendenti
come forza sociale organizzata nel sistema politico, come soggetto politico
libero e autonomo: i dati che ci hanno fornito le comunicazioni di Montanari
e Carra sono al riguardo inconfutabili. Perciò è necessario interrogarsi con
schiettezza sulle ragioni di una divaricazione oggi del tutto evidente
seppure per troppo tempo ignorata, e sui motivi dell’oscuramento di questa
contraddizione di fondo, che investe il sistema politico nell’intero Paese e
in vario modo anche in Europa.
I risultati del voto di aprile -
con la destra largamente maggioritaria tra gli operai, l’astensionismo molto
forte nel lavoro dipendente, il Pd che fa asse sull’impresa ma non sfonda al
centro, e
la Sinistra
Arcobaleno espulsa dal
Parlamento - sono l’espressione elettoralmente dirompente di uno stato delle
cose che non è nuovo dopo l’89, giacché ormai da tempo la destra è
maggioritaria tra gli operai del Nord. Ma ciò vuol dire, come dimostra anche
l’elevatissimo consenso di PdL e Lega tra i giovani lavoratori in tutto il
Paese, che siamo in presenza non solo degli effetti negativi di
un’esperienza di governo che pure ha pesato, bensì di una tendenza profonda
che viene da lontano, e di processi non effimeri che hanno messo radici
nella società.
La verità è che il ciclo del
movimento operaio novecentesco si è effettivamente concluso. Ed è stato
arrestato - e rovesciato nel suo contrario - il percorso difficile e
tormentato che nelle regioni decisive dell’Italia e dell’Europa è avanzato
risalendo dalle leghe operaie e contadine alle società di mutuo soccorso su
su fino al sindacato e poi al partito politico, realizzando fondamentali
conquiste di civiltà sul terreno dei diritti di libertà, sociali e civili,
con la Costituzione
antifascista fondata sul lavoro, e ancora oltre.
Un rovesciamento che proprio qui, nella parte più
dinamica del Paese, ha dato luogo a una convergenza e a un blocco sociale di
capitale e lavoro, di padroni e dipendenti, che a sua volta genera una
maggioranza politica non a vantaggio di un partito interclassista, come era
la vecchia Dc, ma di uno schieramento di destra, il cui scopo ultimo, al di
là dei contrasti pur evidenti e delle contraddizioni interne, è
l’instaurazione di un totale controllo del capitale sul lavoro ricondotto al
suo stato “naturale” di merce: con effetti negativi a cascata sul sistema
del welfare e sull’intero impianto dei diritti.
Non che la classe dei lavoratori salariati sia stata
cancellata nel passaggio di secolo, come dimostra peraltro l’offensiva
sistematica contro i diritti del lavoro. Piuttosto, investita da
straordinarie trasformazioni, è stata sepolta viva da una sofisticata
ideologia, che mentre ne ha decretato la fine come classe, cioè come
soggetto politico autonomo e libero, la sottopone poi al massimo
sfruttamento fisico e psichico, di cui la vergogna degli “omicidi bianchi” è
l’espressione più estrema.
L’inchiesta Fiom, che credo per dimensioni non abbia
uguali in Italia ed Europa avendo avuto risposte da quasi centomila operai,
mette bene in evidenza i diversi aspetti dello sfruttamento capitalistico
nell’età della globalizzazione. Nello stesso tempo però, sebbene
pesantemente sfruttati ma messi sul trono come consumatori e blanditi come
risparmiatori, nonché felicemente impoveriti e indebitati, e poi cinicamente
truffati come azionisti, i lavoratori salariati sono indotti a perdere la
consapevolezza di sé e dei propri diritti, dissolvendosi nella società
mucillagine di cui parla il Censis.
In effetti, se si trasforma ideologicamente lo
sfruttamento in legge di natura, l’ingiustizia in destino, l’arbitrio in
necessità, la classe sociale degli sfruttati è solo un’invenzione, un
equivoco di cui fare a meno, come sosteneva il vecchio Bush. E se la
questione sociale non fa più asse sui diritti di giustizia, uguaglianza e
libertà, ma viene traslata in carità volontaria e assistenza ai poveri, la
classe operaia cessa di esistere. Al massimo è una fascia a basso reddito
identificata dalle statistiche, l’insieme delle famiglie a rischio di
povertà che non arriva alla quarta settimana, gente (o plebe) senza identità
carica di debiti e di bollette da pagare, incalzata dagli immigrati sotto
costo. Non classe, ma individui separati, in concorrenza con gli stranieri e
tra di loro, che si incattiviscono e impauriscono al tempo stesso, e perciò
chiedono protezione, oscillando tra ribellismo e richiesta d’ordine.
Il fenomeno è globale, non solo padano o italiano, e però
ha effetti dirompenti nei diversi territori, dove dopo l’abbattimento del
muro di Berlino si innalzano nuovi muri e muraglie non solo psicologiche: a
Los Angeles e nelle metropoli americane come in Palestina e anche a Padova,
o per migliaia di chilometri in California sul confine con il Messico. In un
mercato del lavoro che assomiglia a uno stato di natura, dove il vicino è un
potenziale nemico, la competizione tra gli sfruttati può diventare feroce.
La conseguenza è duplice: da un lato, la formazione di un blocco che unisce
padroni e dipendenti, dall’altro, il ritorno al vecchio Stato gendarme che
mostra il viso della repressione e delle armi.
Ma quando l’unico modello di riferimento è il denaro e
l’arricchimento facile, perché stupirsi se anche il giovane operaio iscritto
alla Fiom, in mancanza di una speranza di cambiamento e di alternative
concrete e praticabili, vota Lega o PdL? Sul terreno distributivo il suo
rapporto con il padrone è conflittuale, in quanto vuole strappare una parte
della ricchezza che quello trattiene per sé. Ma sul piano ideale finisce per
considerarlo un modello perché “ce l’ha fatta”, e perciò lo vota.
Se poi, come fa la Lega
al di là della demagogia contro i padroni, viene azzerata la dualità
lavoro-capitale, e si sposta il conflitto contro lo Stato ponendo al centro
la questione fiscale, il cerchio si chiude. Si consolida un’alleanza tra
padroni, padroncini e salariati, che rischia di spaccare il Paese spostando
tutte le contraddizioni nel perimetro del lavoro dipendente: tra giovani e
vecchi, tra “garantiti” e precari, tra italiani e stranieri. E si alimenta
l’incertezza e la paura, rafforzando alla fine il dominio del capitale sul
lavoro e sull’intera società. Una vera dittatura del capitale.
Mentre il tessuto sociale si disgrega perché il lavoro è
in frantumi, e il Paese si disunisce, viene meno ogni possibilità di
cambiamento che faccia concretamente avanzare una prospettiva di effettiva
socialità secondo l’interesse pubblico, di nuovo umanesimo e di nuovo
socialismo. Ecco perché il passaggio decisivo di questa fase consiste, a mio
parere, nel riconoscere i caratteri e gli interessi del lavoro del XXI
secolo, distinguendoli e separandoli da quelli del capitale, spostando il
centro di gravità della politica dal capitale verso il lavoro.
In altre parole, si tratta di
costruire, nel pensiero e nella pratica, la dualità lavoro-capitale nelle
condizioni di questo secolo, restituendo al lavoro la sua autonomia e
libertà politica. Destrutturando così il blocco sociale della destra e
incardinando una prospettiva di generale cambiamento su azioni e iniziative
concrete, e su risposte praticabili ai problemi della quotidianità nei
luoghi di lavoro e nei territori. Senza di che la sinistra è solo retorica,
a meno che non si abbia in mente una sinistra della Confindustria.
Non esiste una
coscienza di classe infusa né una centralità operaia e del lavoro dipendente
ideologicamente presupposta, o - il che è lo stesso - vanamente proclamata.
Sia l’una che l’altra vanno costruite, nel contatto diretto con le continue
trasformazioni del lavoro e in relazione con l’organizzazione della cultura
e dell’intera società: oggi muovendo dall’analisi critica del modo di
produzione, nel quale la forza-lavoro viene frantumata, resa flessibile e
nel suo insieme precaria; attaccando il modello distributivo, che ha
trasferito quote enormi di ricchezza dai salari ai profitti, e perciò ha
compresso il mercato interno, incentivato rendite e speculazione,
penalizzato investimenti e innovazioni, fino all’esplosione di questa crisi;
smontando infine, nell’ideologia e nell’immaginario, il modello di società
fondato sul dominio del denaro e sull’egoismo competitivo dell’individuo
isolato e asociale.
La questione è tanto più stringente nel momento in cui
l’esplosione della crisi di questo capitalismo d’inizio secolo richiederebbe
un’alternativa di sistema, non certo qualche aggiustamento di un sistema che
ha clamorosamente smentito se stesso, certificando con il terremoto globale
partito da Wall Street che il capitale da solo non si autoregola, e che
svalorizzando il lavoro l’intero
pianeta è avviato verso il declino e la catastrofe. Non c’è bisogno di
ulteriori prove per prendere atto che un meccanismo economico orientato alla
ricerca massima del profitto mette a rischio non solo i risparmi, ma i
salari, l’occupazione, l’equilibrio naturale, la vita delle persone,
l’esistenza stessa del pianeta.
Eppure, proprio nel vuoto di un reale contrappeso al
capitale e di una reale alternativa di sinistra, è consentito a un
colbertista-liberista come Tremonti, vero artefice di una macelleria sociale
scientifica e dell’abbattimento del welfare e della scuola pubblica, di
accreditarsi come costruttore di un’alternativa al capitalismo senza regole.
Se obiettivo di governo e Confindustria, come si vede
benissimo dal documento sul nuovo modello contrattuale, è una
modernizzazione tolemaica con al centro la stella fissa dell’impresa, un
sindacato declassato al ruolo di “complice”
e un
sistema bipartitico socialmente unipolare, conchiuso dentro il perimetro
della borghesia, allora non c’è dubbio
che lo spostamento del baricentro della politica diventa essenziale. Proprio
nel momento in cui, nel rispetto pieno dell’autonomia sindacale, la
posizione della Cgil sul modello contrattuale assume un
valore discriminante decisivo. Ma per
quanto tempo potrebbe resistere la Cgil
in condizioni di isolamento politico? E in assenza di un
piattaforma politica alternativa a quella della destra, che dia
respiro, prospettiva, continuità a un movimento di lotta da far crescere nel
Paese?
In quello straordinario documento fondativo del movimento
operaio, il manifesto di Marx e
Engels, che sarebbe bene non lasciare nelle mani di Soros o di Attali, si
rintracciano significativi indizi metodologici su cui meditare. Lì troviamo
non solo l’analisi critica del capitalismo dell’epoca, ma anche un programma
molto concreto (che tra l’altro prevede l’«accentramento nelle mani dello
Stato del credito e dei mezzi di trasporto»), e poi l’indicazione dello
strumento per attuare il programma e rivoluzionare la società, ossia il
partito politico: giacché, osservano Marx e Engels nel 1848, «ogni lotta di
classe è lotta politica». Perciò - aggiungono - gli operai, agevolati dai
mezzi di comunicazione creati dalla grande industria, devono innalzarsi
dalle coalizioni del lavoro alla organizzazione «in classe, e quindi in
partito politico», anche per superare le divisioni e le fratture derivanti
della concorrenza che si fanno tra di loro.
Oggi, nel XXI secolo, una nuova
centralità del lavoro si può costruire se allarghiamo lo sguardo oltre i
confini del lavoro manifatturiero classico, che pur rimanendo insostituibile
si interseca sempre più con la comunicazione, la formazione, la ricerca e la
scienza, e con diversi tipi di lavoro che nel segno della precarietà
coinvolgono simultaneamente l’industria, l’agricoltura, i servizi. E ciò
mentre la scienza è diventata una forza produttiva fondamentale, e un peso
crescente tende ad assumere la soggettività e la creatività degli operatori.
In altre parole,
i confini stessi del lavoro salariato si
estendono, se per lavoro salariato s’intende - secondo la definizione di
Giorgio Lunghini - «quel lavoro che in qualsiasi modo, direttamente o
indirettamente, nella fabbrica o nella società, sia lavoro la cui quantità,
qualità e remunerazione dipende dalle decisioni del capitale».
Servono allora una visione e una pratica politica
orientate alla composizione e costruzione unitaria del soggetto lavoro,
ovunque esso sia impiegato, e indipendentemente dalle forme concrete della
sua applicazione. Parlo del lavoro al femminile e al maschile, di quello
stabile e precario, autoctono e migrante, industriale e agrario, del
terziario e dei servizi, del lavoro privato e pubblico, della tecnica e
della scienza, della formazione e dell’informazione.
Un’operazione certamente complessa e non di breve
periodo, che richiede il coinvolgimento e la partecipazione diretta delle
persone che lavorano, a partire dalle fabbriche e dai territori. C’è bisogno
di una svolta della politica in questa direzione, non c’è dubbio. Ma
intanto, per quello che noi possiamo fare, vogliamo mettere in campo
l’inchiesta di cui parlerà Vittorio Rieser, vista non come semplice raccolta
di dati da commentare, ma come strumento mirato e interattivo volto a
produrre – questo è l’intento – pensiero e azione.
C’è bisogno di molta inventiva e grande concretezza, individuando strada
facendo un itinerario e nello stesso tempo i mezzi per percorrerlo. Non è
un’operazione facile. Credo però che noi abbiamo il vantaggio di disporre di
una bussola, che se impariamo ad usarla ci può far compiere significativi
passi in avanti. Parlo della Costituzione fondata sul lavoro, la
conquista più alta che il movimento operaio ha ottenuto in Italia e in
Europa.
Questa Costituzione, che non è la codificazione di uno
stato di fatto ma un progetto di cambiamento straordinariamente moderno,
dovrebbe essere impugnata - tale è la mia convinzione - come bandiera di una
soggettività politica delle lavoratrici e dei lavoratori che si riconosca
nei principi fondanti della Carta repubblicana, e li assuma come base di un
programma fondamentale: di un
progetto riformatore e di un nuovo modello di società, diverso da tutti
quelli conosciuti nel Novecento, che attraverso la regolazione del mercato e
della proprietà a fini sociali, metta davvero al centro il lavoro, assicuri
l’effettiva libertà e uguaglianza dei cittadini, garantisca il libero
sviluppo della persona, consenta alle lavoratrici e ai lavoratori di
partecipare alla direzione del Paese. Questo sta scritto nella Costituzione.
Mi sembra un bel programma, sul quale forse è venuto il tempo di cominciare
non solo a riflettere ma anche a operare.
* Sintesi della comunicazione
presentata il 3 ottobre 2008 a
Brescia alla giornata di discussione promossa dall’Associazione per il
rinnovamento della sinistra (Ars) e dal Centro per la riforma dello Stato (Crs)
con la collaborazione de il manifesto sul tema: «Operai e operaie, lavoratrici e lavoratori
del Nord Italia tra globalizzazione e territorialità. Condizione materiale,
culture di riferimento, rappresentanza nella crisi dell’identità nazionale e
della democrazia
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