Si può anche subire una sconfitta storica, di natura
culturale prima che politica e sociale, senza farsi prendere dalla
tentazione di gettare la spugna. Non è la prima volta che succede alla
sinistra italiana, altre crisi profonde l'hanno ferita, costringendola a
interrogarsi sul suo radicamento sociale e sulla sua capacità di
ricostruire un punto di vista alternativo a quello egemonico
dell'avversario di classe. Il fatto è che oggi «la classe» sembra essere
scomparsa dai pensieri e dai programmi della politica, di quella
politica che in passato cercò, e a volte trovò, la sua legittimazione in
una parte definita di una società segnata dal conflitto capitale-lavoro.
Semplificando al massimo, si può dire che il superamento delle classi, e
non in senso marxiano, nella cultura di quel guazzabuglio nato in più
tappe dalla dissoluzione della vecchia sinistra terremotata dall'89,
renda oggi più difficile persino interrogarsi su quel che si è e si
vuole essere, sul perché della sconfitta, non essendo chiaro dove e con
chi ricostruire un radicamento sociale. E dire che oggi sarebbe persino
più agevole che mezzo secolo fa formulare un'autocritica. Se non la si
fa, non è certo per il «tradimento» dei gruppi dirigenti, ma proprio
perché si sono liquefatte le categorie di lettura e analisi della
realtà. La domanda è se si tratti di una liquefazione di quelle
categorie, oppure del pensiero della sinistra - meglio dire degli eredi
della sinistra novecentesca.
C'è ancora, per fortuna, chi ha la voglia (e persino
la professionalità) di interrogarsi sulle categorie antiche delle
classi, sulla struttura e le metamorfosi del capitalismo e sulla
soggettività dei lavoratori, che ha più d'un nesso con quelle
metaforfosi e con le risposte della politica alle loro domande.
Verificare la validità della vecchia cassetta degli attrezzi e delle
categorie, agli albori del terzo millennio, non è compito da delegare
agli scenziati della politica ma oggetto di una grande inchiesta sul
campo, sostenendo il protagonismo e l'esperienza dei soggetti che sono
in campo, «la nostra parte», certo con l'ausilio degli scenziati. A
Brescia, città levatrice di ricerche ed esperienze coraggiose a sinistra
da alcuni decenni, è nato l'embrione di un collettivo di lavoro forte
della memoria dell'inchiesta operaia, uno strumento che nasce con
Panzieri e i Quaderni rossi. Questa volta, l'isolamento e la sconfitta
dei lavoratori possono essere scandagliati con l'ausilio di mezzi più
sofisticati, partendo dai numeri di una pesante sconfitta per
decodificarli e cercare il senso, le ragioni delle scelte soggettive,
fino a individuare gli errori della politica. L'Ars (Associazione per la
rinascita della sinistra) e il Crs (Centro per la riforma dello stato)
hanno iniziato questo cammino d'inchiesta coinvolgendo chi, anche in
anni destrutturati, ha continuato ad ascoltare e a dar voce ai
lavoratori - da Vittorio Rieser a Francesco Garibaldo, a giovani
ricercatori -, chi a quelle voci e alle bocche che le emettono ha
tentato di dare una rappresentanza - da Gianni Rinaldini, portatore
insieme a Eliana Como della straordinaria inchiesta della Fiom su 100
mila metalmeccanici, all'insieme della Camera del lavoro di Brescia e a
molti sindacalisti del nord - a economisti di accertata fede come
Giorgio Lunghini, a studiosi del lavoro, della sua intensificazione e
precarietà in un mondo globalizzato, come Luciano Gallino. Con la regia
di chi si interroga ancora sulla natura e il ruolo di una sinistra, come
Aldo Tortorella, e di chi pensa che all'ascolto (dei lavoratori) si
debba intrecciare la parola per costruire l'azione politica, come Mario
Tronti. Se al centro dell'analisi c'è l'operaio, il lavoratore
dipendente lasciato solo davanti al suo padrone e a una politica che
l'ha cancellato dall'agenda, siamo in piena emergenza. Al punto,
suggerisce Paolo Ciofi, che la prima battaglia democrativa è quella in
difesa della Costituzione, proprio mentre crescono le pressioni per il
suo smantellamento. L'articolo 1 è sotto tiro, perché sono sotto tiro i
diritti dei lavoratori.
In una giornata di intenso lavoro, venerdì scorso, si
sono scoperchiate molte pentole. Il manifesto ha già avviato questa
riflessione con i contributi di Mario Tronti, Piero Di Siena e Paolo
Ciofi e nei prossimi giorni ne pubblicherà di nuovi. Dunque, a noi non
resta che raccogliere qualche stimolo dal convegno, senza la pretesa di
restituirne al lettore l'articolazione e la complessità. Dopo l'apertura
del segretario della Cdl di Brescia, Marco Fenaroli e l'introduzione di
Mario Tronti, si sono susseguite le comunicazioni di Elio Montanari («Le
trasformazioni del voto operaio e dipendente»), Aldo Carra («Il voto
operaio, tendenze e flussi», Dino Greco («Autonomia e democrazia nella
rappresentanza e nella contrattazione»), Paolo Ciofi («Il lavoro nel
sistema politico». Le conclusioni sono state affidate ad Aldo
Tortorella. Qualche spunto, allora, per indagare nella solitudine
operaia e nei tentativi della soggettività di dare parziali risposte,
creare strategie di sopravvivenza (Garibaldo). Persino nella diffusione
di cocaina in fabbrica, ci dice Rieser, va individuata una risposta di
chi è abbandonato a se stesso. Sfatato l'imbroglio della «fine del
lavoro» dai numeri globali, che segnalano la crescita della produzione
merceologica e da un modello che ha esteso il perimetro della classe
operaia, anche le conseguenze della globalizzazione e il tentativo
tutt'altro che peregrino di trasformare la lotta di classe in lotta
nella classe, sostituendo la solidarietà con la competitività nei
confronti di altri operai più in basso nella scala sociale perché meno
protetti, vanno lette con occhiali marxisti: l'esercito di riserva è
stato creato prima, qui, per impedire ai lavoratori di farsi soggetto
collettivo, non è un portato della globalizzazione (Michela Cerimele).
Sfogliando le analisi del voto operaio alle ultime
elezioni, si scopre che, con l'eccezione delle regioni rosse, esso
premia la destra nel nord-ovest (31% contro 38%), nel nord-est (19% a
50%), nel centrosud (23% a 42%). Nel 2006, il voto operaio era andato al
41% al centrosinistra e al 40% al centrodestra, mentre nel 2008 la
situazione si è capovolta: 31% al centrosinistra e centrodestra al 39%.
E soprattutto, si scopre il non voto operaio, un voto polititico e non
«religioso», che priva il Pd e la Sinistra arcobaleno di oltre un
milione e mezzo di voti. Non servono molte interviste per scoprire la
delusione per le promesse da mercante del governo Prodi, in tutte le sue
componenti. Dunque, la solitudine. E' o non è questo un punto di
partenza? Lo è, ma non più dell'avvio di un'inchiesta a tappeto sulle
condizioni di lavoro e di vita degli operai. Che vanno ascoltati con
umiltà (termine usato da Mario Sai, in qualche modo corretto in senso
«laico» da Tortorella).
Scandagliare, ascoltare le domande, tutelare chi non
ha rappresentanza e capire se le sue risposte - il voto non ideologico a
destra, o la difesa degli straordinari, cioè dell'aumento di
sfruttamento come unica risposta all'assenza di una politica salariale,
o persino il consumo di droghe - cercano un'interlocuzione, e quale, con
il sindacato e con la sinistra; prendere la parola, costruire politiche
tenendo a mente il disvelamento delle bugie sulla globalizzazione
capitalistica suggerito da Luciano Gallino. E' un buon inizio. Verrebbe
da dire che un soggetto politico è indispensabile per ridare dignità e
centralità al lavoro. Ma sono all'altezza di questo compito, le sinistre
esistenti? E il sindacato, potrà affrontare seriamente il problema della
rappresentanza, senza rimettere in discussione se stesso?
Loris Campetti