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Una riscoperta di classe

 

di Loris Campetti 8 ottobre 2008 da ilmanifesto.it

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 Da Brescia parte un viaggio nella condizione materiale dei lavoratori per ascoltarne le domande. E riportare il lavoro nell'agenda della politica.

Si può anche subire una sconfitta storica, di natura culturale prima che politica e sociale, senza farsi prendere dalla tentazione di gettare la spugna. Non è la prima volta che succede alla sinistra italiana, altre crisi profonde l'hanno ferita, costringendola a interrogarsi sul suo radicamento sociale e sulla sua capacità di ricostruire un punto di vista alternativo a quello egemonico dell'avversario di classe. Il fatto è che oggi «la classe» sembra essere scomparsa dai pensieri e dai programmi della politica, di quella politica che in passato cercò, e a volte trovò, la sua legittimazione in una parte definita di una società segnata dal conflitto capitale-lavoro. Semplificando al massimo, si può dire che il superamento delle classi, e non in senso marxiano, nella cultura di quel guazzabuglio nato in più tappe dalla dissoluzione della vecchia sinistra terremotata dall'89, renda oggi più difficile persino interrogarsi su quel che si è e si vuole essere, sul perché della sconfitta, non essendo chiaro dove e con chi ricostruire un radicamento sociale. E dire che oggi sarebbe persino più agevole che mezzo secolo fa formulare un'autocritica. Se non la si fa, non è certo per il «tradimento» dei gruppi dirigenti, ma proprio perché si sono liquefatte le categorie di lettura e analisi della realtà. La domanda è se si tratti di una liquefazione di quelle categorie, oppure del pensiero della sinistra - meglio dire degli eredi della sinistra novecentesca.

C'è ancora, per fortuna, chi ha la voglia (e persino la professionalità) di interrogarsi sulle categorie antiche delle classi, sulla struttura e le metamorfosi del capitalismo e sulla soggettività dei lavoratori, che ha più d'un nesso con quelle metaforfosi e con le risposte della politica alle loro domande. Verificare la validità della vecchia cassetta degli attrezzi e delle categorie, agli albori del terzo millennio, non è compito da delegare agli scenziati della politica ma oggetto di una grande inchiesta sul campo, sostenendo il protagonismo e l'esperienza dei soggetti che sono in campo, «la nostra parte», certo con l'ausilio degli scenziati. A Brescia, città levatrice di ricerche ed esperienze coraggiose a sinistra da alcuni decenni, è nato l'embrione di un collettivo di lavoro forte della memoria dell'inchiesta operaia, uno strumento che nasce con Panzieri e i Quaderni rossi. Questa volta, l'isolamento e la sconfitta dei lavoratori possono essere scandagliati con l'ausilio di mezzi più sofisticati, partendo dai numeri di una pesante sconfitta per decodificarli e cercare il senso, le ragioni delle scelte soggettive, fino a individuare gli errori della politica. L'Ars (Associazione per la rinascita della sinistra) e il Crs (Centro per la riforma dello stato) hanno iniziato questo cammino d'inchiesta coinvolgendo chi, anche in anni destrutturati, ha continuato ad ascoltare e a dar voce ai lavoratori - da Vittorio Rieser a Francesco Garibaldo, a giovani ricercatori -, chi a quelle voci e alle bocche che le emettono ha tentato di dare una rappresentanza - da Gianni Rinaldini, portatore insieme a Eliana Como della straordinaria inchiesta della Fiom su 100 mila metalmeccanici, all'insieme della Camera del lavoro di Brescia e a molti sindacalisti del nord - a economisti di accertata fede come Giorgio Lunghini, a studiosi del lavoro, della sua intensificazione e precarietà in un mondo globalizzato, come Luciano Gallino. Con la regia di chi si interroga ancora sulla natura e il ruolo di una sinistra, come Aldo Tortorella, e di chi pensa che all'ascolto (dei lavoratori) si debba intrecciare la parola per costruire l'azione politica, come Mario Tronti. Se al centro dell'analisi c'è l'operaio, il lavoratore dipendente lasciato solo davanti al suo padrone e a una politica che l'ha cancellato dall'agenda, siamo in piena emergenza. Al punto, suggerisce Paolo Ciofi, che la prima battaglia democrativa è quella in difesa della Costituzione, proprio mentre crescono le pressioni per il suo smantellamento. L'articolo 1 è sotto tiro, perché sono sotto tiro i diritti dei lavoratori. 

In una giornata di intenso lavoro, venerdì scorso, si sono scoperchiate molte pentole. Il manifesto ha già avviato questa riflessione con i contributi di Mario Tronti, Piero Di Siena e Paolo Ciofi e nei prossimi giorni ne pubblicherà di nuovi. Dunque, a noi non resta che raccogliere qualche stimolo dal convegno, senza la pretesa di restituirne al lettore l'articolazione e la complessità. Dopo l'apertura del segretario della Cdl di Brescia, Marco Fenaroli e l'introduzione di Mario Tronti, si sono susseguite le comunicazioni di Elio Montanari («Le trasformazioni del voto operaio e dipendente»), Aldo Carra («Il voto operaio, tendenze e flussi», Dino Greco («Autonomia e democrazia nella rappresentanza e nella contrattazione»), Paolo Ciofi («Il lavoro nel sistema politico». Le conclusioni sono state affidate ad Aldo Tortorella. Qualche spunto, allora, per indagare nella solitudine operaia e nei tentativi della soggettività di dare parziali risposte, creare strategie di sopravvivenza (Garibaldo). Persino nella diffusione di cocaina in fabbrica, ci dice Rieser, va individuata una risposta di chi è abbandonato a se stesso. Sfatato l'imbroglio della «fine del lavoro» dai numeri globali, che segnalano la crescita della produzione merceologica e da un modello che ha esteso il perimetro della classe operaia, anche le conseguenze della globalizzazione e il tentativo tutt'altro che peregrino di trasformare la lotta di classe in lotta nella classe, sostituendo la solidarietà con la competitività nei confronti di altri operai più in basso nella scala sociale perché meno protetti, vanno lette con occhiali marxisti: l'esercito di riserva è stato creato prima, qui, per impedire ai lavoratori di farsi soggetto collettivo, non è un portato della globalizzazione (Michela Cerimele).

Sfogliando le analisi del voto operaio alle ultime elezioni, si scopre che, con l'eccezione delle regioni rosse, esso premia la destra nel nord-ovest (31% contro 38%), nel nord-est (19% a 50%), nel centrosud (23% a 42%). Nel 2006, il voto operaio era andato al 41% al centrosinistra e al 40% al centrodestra, mentre nel 2008 la situazione si è capovolta: 31% al centrosinistra e centrodestra al 39%. E soprattutto, si scopre il non voto operaio, un voto polititico e non «religioso», che priva il Pd e la Sinistra arcobaleno di oltre un milione e mezzo di voti. Non servono molte interviste per scoprire la delusione per le promesse da mercante del governo Prodi, in tutte le sue componenti. Dunque, la solitudine. E' o non è questo un punto di partenza? Lo è, ma non più dell'avvio di un'inchiesta a tappeto sulle condizioni di lavoro e di vita degli operai. Che vanno ascoltati con umiltà (termine usato da Mario Sai, in qualche modo corretto in senso «laico» da Tortorella).

Scandagliare, ascoltare le domande, tutelare chi non ha rappresentanza e capire se le sue risposte - il voto non ideologico a destra, o la difesa degli straordinari, cioè dell'aumento di sfruttamento come unica risposta all'assenza di una politica salariale, o persino il consumo di droghe - cercano un'interlocuzione, e quale, con il sindacato e con la sinistra; prendere la parola, costruire politiche tenendo a mente il disvelamento delle bugie sulla globalizzazione capitalistica suggerito da Luciano Gallino. E' un buon inizio. Verrebbe da dire che un soggetto politico è indispensabile per ridare dignità e centralità al lavoro. Ma sono all'altezza di questo compito, le sinistre esistenti? E il sindacato, potrà affrontare seriamente il problema della rappresentanza, senza rimettere in discussione se stesso?

Loris Campetti

(dal manifesto dell'8 ottobre 2008)

 

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Ultimo aggiornamento: 06-11-06.