Ci troviamo nel mezzo di una crisi che per la sua
profondità , la sua durata ed estensione, sollecita un cambio di paradigma,
un cambio di sistema. E’ la crisi del capitalismo reale dominante - sotto la
cui dittatura sono venute mutando le culture, i simboli, il senso comune di
grandi masse - che si configura come una crisi generale: muovendo
dall’economia, investe infatti l’intero ambiente sociale e naturale,
colpisce la democrazia e la politica come strumento di trasformazione,
riduce la persona umana a un’unica dimensione economica e mercantile. Dunque
una crisi di civiltà, i cui sviluppi ulteriori possono portarci anche verso
imprevedibili e drammatiche strette.
Come, e con quali strumenti, affrontarla? Come
far sì, in questa condizione e per avviare il cambiamento, che coloro i
quali la subiscono, in primo luogo gli operai, le donne e gli uomini
lavoratori dipendenti, privati e pubblici, acquistino coscienza di sé e
diventino protagonisti di una nuova stagione di lotte? E con essi i giovani,
ma anche gli anziani, tutte quelle forze della società e della cultura che
nella crisi soffrono il trauma della precarietà, dell’emarginazione,
dell’esclusione? Sono i nodi non semplici che si presentano di fronte a noi,
di fronte a una sinistra che non voglia essere solo nominalistica, che non
sia cioè né una sinistra del capitale né un rissoso pulviscolo di
predicatori senza popolo.
L’esigenza, sempre più avvertita, è quella di
un’idea generale che apra una prospettiva di cambiamento e, al tempo stesso,
quella di una grande concretezza. Prospettiva di cambiamento, di cui vanno
delineati però anche i percorsi: senza di che muore ogni speranza.
Concretezza dell’azione quotidiana: perché nel vortice della crisi si
costruiscano risposte agibili e praticabili nell’esercizio della democrazia
e della solidarietà. Non è sufficiente sottolineare la necessità di
declinare in modo nuovo i principi di libertà e uguaglianza, di sviluppo
pieno della personalità di ognuno e
Non bastano per questo scopo i movimenti sociali. Non
basta il sindacato. Ci vuole la politica, una politica che esca dal
perimetro autistico in cui è rinchiusa, e dalla penombra opaca che
l’avvolge. In ogni caso, è indispensabile muovere dall’analisi critica della
realtà, cioè del capitalismo dominante, delle sue trasformazioni e
contraddizioni, che stanno portando il pianeta verso una catastrofe umana e
ambientale. Lungo questa linea di ricerca ci siamo mossi in questi anni come
Ars, e per questo abbiamo voluto promuovere insieme alla Fondazione Rosa
Luxemburg l’incontro di oggi e domani.
Non ci è sfuggito che i nostri amici
e compagni tedeschi abbiano avvertito con forza l’esigenza di ridefinire i
fondamenti di una sinistra nuova e al tempo stesso di formulare concrete
proposte di cambiamento, come emerge dal documento programmatico che la Linke
sottoporrà all’approvazione del prossimo congresso. Né può essere
sottovalutato, e anzi dovrebbe essere oggetto di grande attenzione, il fatto
che, superando antiche e consolidate fratture, nella Germania Federale, cioè
nel cuore dell’Europa più avanzata, esista oggi un partito come la Linke,
ormai stabilmente insediato nella società e nel sistema politico. Un partito
che rinomina il socialismo come trascendimento della società attuale, e la
sinistra come espressione dei lavoratori e dei movimenti. Socialismo e
sinistra: due parole sepolte sotto le macerie del “socialismo reale” e rese
incomprensibili dal gergo imprenditoriale adottato dalla socialdemocrazia.
Dopo aver richiamato in sintesi le ragioni che ci hanno
indotto a promuovere questa iniziativa, mi limiterò adesso a fornire alcune
indicazioni tematiche e qualche appunto su cui si potrebbe orientare la
discussione di oggi, lasciando alla giornata di domani i temi maggiormente
legati all’attualità politica e programmatica.
Una prima riflessione credo vada fatta sugli ultimi (ma
non definitivi) approdi della crisi, che ne chiariscono ulteriormente il
carattere e la drammaticità. Non avendo tagliato le unghie alla speculazione
né avendo posto sotto controllo i movimenti dei capitali al momento
dell’esplosione della crisi del credito un paio di anni fa, il debito delle
banche e delle istituzioni finanziarie è stato posto dai governi a carico
dei bilanci pubblici.
Tramutato così il debito privato in debito pubblico, con
effetti destabilizzanti sugli equilibri finanziari degli Stati, sulla tenuta
dell’euro e sull’intera impalcatura dell’eurozona, i governi europei di ogni
colore tagliano adesso senza ritegno la spesa pubblica, scaricando di nuovo
i costi della crisi sui lavoratori dipendenti e autonomi, uomini e donne,
giovani e anziani, esentando i grandi percettori di profitti e rendite, vale
a dire i grandi ricchi e chi lucra sulla speculazione. Una manovra non solo
pesantemente ingiusta, ma anche depressiva, che spinge verso un ulteriore
avvitamento della crisi, con conseguenze sociali ancora più gravi ed
esplosive.
E’ stato detto che questa è una crisi da bassi salari, nel
senso che, a differenza della fase fordista, quando il capitale riuscì a
contrastare la caduta del saggio dei profitti attraverso alti salari che
sostenevano i consumi, il potere d’acquisto espresso oggi dal monte salari
non garantisce sbocchi sufficienti al potenziale produttivo esistente.
Già Marx aveva notato che la speculazione offre alla
sovrapproduzione momentanei canali di sbocco, ma proprio perciò accelera lo
scoppio della crisi e ne aumenta la virulenza. In realtà essa ha origine nel
fondamento stesso del capitale come rapporto sociale, e nella conflittualità
insita in questo rapporto, che il dominio del capitale medesimo, nel suo
movimento perenne, non riesce comunque a risolvere. L’economia di carta non
è altro che un acceleratore della crisi: un castello che crolla nel momento
in cui John Ford, l’operaio indebitato di Detroit, non è in grado di onorare
il conto, come si è visto nella vicenda dei mutui
subprime.
Oggi appare chiaro che il limite del capitale è il
capitale stesso, giacché l’assetto
dell’economia e della società è ordinato non al soddisfacimento dei bisogni
umani nell’equilibrio con la natura, ma alla autovalorizzazione dei
capitali, ossia all’ottenimento del profitto indipendentemente da ciò che si
produce: la produzione per la produzione, in cui il produttore diretto, cioè
l’uomo, non è il fine ma solo un mezzo da cui estrarre un plusvalore. La
storia del capitalismo è una storia di crisi ricorrenti proprio in ragione
di questo limite interno.
Con l’attuale globalizzazione finanziaria - e questa è una
seconda considerazione da tener presente – il capitale ha tentato di
superare il suo limite operando in una duplice direzione: da una parte, ha
trasferito colossali quote di ricchezza dai salari ai profitti e alle
rendite; dall’altra, ha elevato il debito al ruolo di moltiplicatore dei
consumi in regime di bassi salari. In presenza della compressione del potere
d’acquisto, abbiamo assistito al miracolo della crescita dei consumi
finanziati con l’indebitamento di massa, dopo che gli Stati Uniti avevano
invaso il mondo di dollari.
Contestualmente l’area della privatizzazione lucrativa si
è estesa a dismisura ed è diventata universale. Si dice privatizzazione, ma
in realtà assistiamo a un vero e proprio esproprio generalizzato dei beni
comuni, di risorse naturali, di fonti di energia, di proprietà pubbliche e
private, che alimenta le guerre nel mondo e la conflittualità nei territori
dei diversi Paesi. Esproprio che non risparmia neanche le pensioni,
come l’intero sistema del welfare. Anche la proprietà azionaria dei piccoli
risparmiatori viene di fatto espropriata da chi comanda nei conglomerati
transnazionali. L’effetto complessivo non può essere altro che un aumento
gigantesco di insopportabili disuguaglianze, nel mondo e in ogni Paese.
Quando poco più di mille cosiddetti proprietari universali
dispongono della stessa quantità di ricchezza disponibile per due miliardi e
mezzo di persone, vuol dire che il peso dell’oligarchia che opprime il mondo
è diventato insostenibile. In un mondo del genere, quasi un miliardo e mezzo
di individui sopravvive sulla base di consumi valutabili in un dollaro al
giorno, mentre pochi milioni, designati con l’etichetta asettica di
“individui ad alto valore netto”, guadagnano oltre 1000 dollari l’ora.
Questo è un mondo sottosopra, che per respirare ha bisogno di un generale
rivoluzionamento, vale a dire di essere liberato dall’attuale soffocante
sistema di rapporti di produzione e di proprietà.
Perciò tornano ad avere un senso e un significato molto
attuale parole come sinistra e socialismo: nel cuore dell’Europa e in altri
continenti, soprattutto in America Latina. Noi abbiamo in mente una sinistra
e un socialismo di tipo nuovo, diversi da tutti i modelli finora conosciuti
e dalle diverse interpretazioni del passato definitivamente tramontate
all’Est come all’Ovest. Un socialismo e una sinistra del XXI secolo che
potranno crescere e affermarsi solo nel confronto permanente con la realtà
che cambia, segnata dalle trasformazioni continue del lavoro, da una
rivoluzione scientifico-tecnologica che non si arresta, come pure
dall’invalicabile limite ambientale nel modo di produrre e di consumare, dal
rivoluzionamento a tutto campo generato dai movimenti femminili e
femministi, dalle nuove frontiere della scienza e dei saperi, che un
capitalismo declinante e parassita tende a distorcere e soffocare.
In proposito, e in conclusione, vorrei segnalare,
indicandone solo i titoli, alcune questioni che mi appaiono ineludibili, e
che a mio parere richiedono approfondimenti e sperimentazioni pratiche da
mettere in agenda.
In primo luogo, la globalizzazione
del lavoro. Ovvero, se vogliamo chiamarlo così, un nuovo internazionalismo
che abbracci le lavoratrici e i lavoratori, migranti e non, schiacciati e
divisi sotto la dittatura dei proprietari universali. Da un a parte, siamo
in presenza in Europa di un attacco frontale ai diritti del lavoro, portato
dalla Fiat a Pomigliano fino al limite estremo che segna un’involuzione di
portata storica. Dall’altra, il lavoro, grazie all’emergere di Paesi come
la Cina,
l’India, il Brasile, ha raggiunto un livello di universalizzazione mai
visto. Il fatto che esso riesca ad agire in modo coordinato, prendendo
coscienza di sé e del suo ruolo nelle diverse parti del mondo, è
indispensabile per cambiare lo stato delle cose presenti. Di certo una
questione enorme, ma non eludibile.
In secondo luogo, l’unificazione del lavoro. Un passaggio
che richiede un’applicazione metodica e incessante, capace di guardare oltre
i confini del lavoro novecentesco, centrato fondamentalmente sull’industria
manifatturiera e sull’operaio massa. Parlo del lavoro al maschile e al
femminile, di quello stabile e precario, di quello autoctono e migrante, del
terziario e dei servizi, della tecnica e della scienza, della formazione e
dell’informazione. Cercare il filo conduttore di un discorso comune mi pare
il compito prioritario nella costruzione di una soggettività politica della
sinistra in grado, per la sua massa critica, di pesare sulle scelte di fondo
e di aprire nuovi spazi di democrazia. Un compito tanto più urgente perché,
di fronte alla crisi attuale, l’Unione dell’Europa potrà sopravvivere solo
rinnovandosi e ponendo a suo fondamento nuovi parametri che assegnino al
lavoro una posizione centrale.
In terzo luogo, il nodo risolutivo della questione
proprietaria. Per troppo tempo sottovalutata e messa da parte, ma non dal
proprietario Berlusconi, che vuole liberarsi della Costituzione perché
fondata sulla centralità del lavoro e non dell’impresa, la questione
proprietaria trova proprio nella Costituzione italiana un’impostazione
quanto mai moderna ed efficace, rivolta alla costruzione di una società del
futuro. Non solo vi si delineano
forme diverse di proprietà, “pubblica o privata”, e si sostiene che la
proprietà privata deve corrispondere al principio della “utilità sociale”.
Si afferma anche che, “ai fini di utilità generale” determinate imprese
“possono essere trasferite a comunità di lavoratori o di utenti”.
Principi quanto mai attuali da far valere nello
svolgimento drammatico di questa crisi. Principi che nella doppia sfida
della costruzione di una sinistra nuova e di uno schieramento ampio in grado
di battere la destra dovrebbero stare a fondamento di un programma di vero
rinnovamento. Siamo dentro l’impianto di una Costituzione che nei suoi
principi generali, a mio parere, indica la via di una società diversa, di
tipo socialista. E che, proprio perciò, vogliono definitivamente cancellare:
per togliere di mezzo una possibile e praticabile via di cambiamento. Al
contrario, si tratta di una conquista storica da rivalutare, e da far pesare
in Italia, ma anche in Europa. E se, come giustamente si sostiene, “una
prospettiva di trasformazione socialista è nel domani e può spingere ad un
più intelligente lavoro di oggi”, noi italiani per questo lavoro abbiamo
nella Costituzione una vera bussola di orientamento: non solo per quanto
riguarda i principi di libertà civili, ma anche per ciò che concerne i
fondamenti dei rapporti economici e sociali.