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Oggi
vogliamo parlare dell’Italia reale, di quell’Italia di cui si parla
poco, e che si vede ancor meno. Perciò, in apertura dei nostri lavori, è
opportuno rendere esplicite le intenzioni e le finalità che ci hanno
spinto - noi di articolouno e di MEGAchip - a promuovere quest’incontro.
L’assenza dei temi del lavoro e delle lotte dei lavoratori dal sistema
dei media è un dato di fatto, salvo rare ed encomiabili eccezioni.
Quindi di certo è necessaria un’opera di denuncia, che deve essere più
efficace e continua, contro l’oscuramento di questa realtà, che è poi
l’oscuramento di milioni di persone. Nello stesso tempo, secondo noi,
occorre indagare più a fondo intorno alle ragioni che inducono una
distorsione complessiva del reale e l’assenza di una critica
dell’esistente, fino a farci vivere in una sorta di realtà in maschera.
Infine, in un confronto che ci auguriamo proficuo tra rappresentanti dei
lavoratori e operatori della comunicazione, vorremmo individuare campi
d’azione praticabili per costruire iniziative volte a contrastare lo
stato delle cose presenti.
C’è un grande bisogno di un giornalismo veritiero, d’inchiesta,
in grado di mettere a nudo la realtà, come quello praticato da Rainews24
diretta da Roberto Morrione, che in questi giorni, nella totale
mistificazione della guerra in Iraq, ha consentito di portare alla luce
l’orrore di Fallujah, dove sono state impiegate dalle truppe americane
armi chimiche di sterminio. Un esempio tragico e illuminante del livello
di oscuramento che avvolge la realtà, ma anche della possibilità di
squarciarlo.
Lo
sciopero dei giornalisti si è appena concluso, e molte vertenze del
lavoro - piccole e grandi - di cui nulla si sa sono aperte nel Paese, ma
non c’è dubbio che il record dell’invisibilità e del silenzio appartiene
ai metalmeccanici, e alla loro lotta per il contratto nazionale scaduto
ormai da quasi un anno. Parliamo di un milione 700 mila persone che con
il loro lavoro portano sulle spalle l’Italia, che producono beni
materiali essenziali per la nostra vita, dai mezzi di trasporto ai
microchip. Il cuore industriale del Paese. Come ha osservato Luciano
Gallino, “l’unica ragione per cui l’Italia può ancora definirsi un paese
industriale avanzato sta nella forza del settore metalmeccanico”.
Diciamo allora le cose come stanno: l’occultamento e l’emarginazione di
questa parte dell’Italia è un contributo indiscutibile al suo declino.
I metalmeccanici non chiedono la luna. Su un salario degli
operai che al terzo livello è poco più di mille euro, chiedono 105 euro
mensili di aumento per il contratto nazionale più 25 euro per chi non ha
contrattazione integrativa. Chiedono il rispetto degli istituti
contrattuali consolidati, appunto il contratto nazionale e la
contrattazione integrativa, e vogliono una democrazia vera, affinché
siano gli stessi lavoratori a decidere sulle scelte che li riguardano.
La controparte confindustriale vuole il contrario, offre la cifra
indecente di 60 euro scaglionati in due anni, spinge per una nuova fase
di flessibilità, punta alla destrutturazione del contratto. Il suo sogno
è il rapporto di lavoro individualizzato, cioè il lavoratore spogliato
di ogni diritto, che si presenta ignudo sul mercato come Adamo nel
paradiso terrestre.
In
questa situazione è in gioco sì una condizione materiale difficile, con
la povertà che bussa ormai alla porta. Ma anche qualcosa di più: la
dignità del lavoro, e dunque la libertà della persona. Vorrei
sottolinearle queste parole. Dignità del lavoro, libertà della persona.
Questa è una vertenza che ci tocca da vicino perché se i meccanici
verranno ulteriormente colpiti nei loro diritti, il Paese risulterà
impoverito, e noi tutti saremo meno liberi e più precari. Da questa
vicenda, come pure dallo stato di allarme dei dipendenti pubblici -
altra categoria fondamentale, dal cui lavoro dipende in buona sostanza
l’esercizio concreto della cittadinanza, e alla quale sono stati
sottratti con destrezza i soldi per il contratto del prossimo biennio -
emergono alcuni temi cruciali che non possiamo sottovalutare e che
investono anche il sistema dei media.
E’
appena finito lo sciopero dei giornalisti, e oggi sono riuniti a Milano
cinque mila rappresentanti sindacali Fiom, Fim, Uilm per decidere come
proseguire la lotta. Situazioni diverse, che però mettono a nudo lo
stato reale del Paese e la crisi della nostra società in gangli decisivi
che attengono ai diritti fondamentali di una moderna democrazia, il
diritto al lavoro e il diritto all’informazione. Domandiamoci: se il
lavoro non è più un diritto ma una merce che si vende al ribasso, come
si può assicurare il diritto all’informazione?
Se,
come qualcuno ha osservato, la differenza tra una pressa e un computer è
evidente a tutti, come pure le differenze retributive che ne derivano,
d’altra parte è altrettanto evidente che il comando del capitale sui
mezzi di comunicazione e su quelli di produzione non fa differenza: in
entrambi i casi chi li detiene vuole la flessibilità massima
dell’inquadramento, degli orari, delle prestazioni. E se la Fnsi punta
all’assorbimento del lavoro precario, che riguarda oltre il 50% della
categoria, è perché in fondo un free lance senza contratto vive
le stesse inquietudini e le stesse incertezze di un meccanico Fiat in
affitto.
Il
potere del denaro ha trasformato l’informazione in una semplice arte del
business. E l’incremento del business rafforza il potere
del denaro sull’informazione, che - come si dice -è diventata ormai un
intervallo tra una pubblicità e un’altra. Ma i giornalisti quando
scioperano hanno il potere di interrompere questo intervallo, vale a
dire di non produrre informazione. Paradossalmente proprio perciò si
rendono in qualche modo visibili.
Gli
operai, e i metalmeccanici in particolare, sono invece una vera rarità,
essendo scomparsi dal video ormai da anni. Neanche il tanto celebrato
Celentano ha avuto il coraggio di invitarli. E tuttavia, al di là delle
scelte personali di conduttori e giornalisti, è il sistema dei media nel
suo insieme, in quanto espressione sempre più concentrata del potere del
denaro, che espelle dal suo circuito il mondo del lavoro. Il lavoro non
solo non è rappresentato politicamente, è stato anche tolto dall’agenda
mediatica globale, e in un certo senso è sparito dalla vista delle
stesse persone che lavorano. Cancellati dalla comunicazione nella
civiltà della comunicazione, i lavoratori non compaiono e dunque non
esistono. E’ un fenomeno globale, ma ciò non significa che localmente
non debbano essere cercati degli anticorpi e proposte delle iniziative.
Nel
viaggio che ho compiuto in Italia per il manifesto ho potuto
osservare una realtà del lavoro varia e diversificata, diversa da quella
che immaginavo e anche più preoccupante. Tanto che noi di articolouno,
peraltro incoraggiati dalle novità rilevanti della recente conferenza
programmatica della Fp Cgil, vorremmo ora esplorare un
territorio poco conosciuto, sebbene di grande importanza per la
ricostruzione degli spazi comuni e la fruizione dei beni sociali
–appunto il lavoro pubblico. E tuttavia, pur nella grande varietà delle
situazioni, in questo primo viaggio ho rilevato alcune costanti: la vera
e propria dissipazione del lavoro in tutte le sue forme, dal lavoro
manuale a quello intellettuale e scientifico; la difficile condizione
materiale e psicologica delle lavoratrici e dei lavoratori, soprattutto
giovani e meridionali, segnati dal disagio, da infelicità e insicurezza;
il respiro corto e l’egoismo di un ceto capitalistico gretto, che vede
solo i suoi interessi di classe, cioè profitti, rendite e patrimoni
esentasse; e infine l’assenza della politica, separata e distante dal
mondo del lavoro.
Non so
se questa lontananza dalla vita dei lavoratori è solo la conseguenza
dell’oscuramento compiuto dei media, ossia di una pura operazione
mediatica, o viceversa se l’invisibilità del lavoro è l’effetto di una
scelta politico-culturale più ampia, di una visione del mondo in cui la
rappresentanza (e la cittadinanza) è costruita a immagine e somiglianza
di borghesi e proprietari, essendo considerate le persone che vivono del
proprio lavoro socialmente e politicamente irrilevanti, dunque soggetti
non da rendere protagonisti del proprio destino ma semmai da assistere
nella sventura. Oppure se l’attuale stato delle cose dipenda
dall’effetto combinato dei due fenomeni.
Resta
il fatto che nel modo di essere del capitalismo globale, nel quale prima
viene l’azionista e poi il lavoratore, prima la Borsa e poi il lavoro,
prima il rentier e poi il produttore, mentre i grandi manager
garbatamente vengono chiamati tagliatori di teste, il lavoratore altro
non è se non un semplice costo da comprimere, una pura appendice del
capitale finanziario che impiega le più sofisticate tecnologie della
comunicazione. Il massimo è l’idea del lavoro “on-off” che, come
l’energia elettrica e il riscaldamento, viene usato nell’istante in cui
serve e cessa nel momento in non serve più. La persona ridotta a cosa,
la vita umana come variabile dipendente dal mercato e dalla
discrezionalità dell’impresa. E pazienza se la disponibilità del lavoro
in affitto comporta un piccolo costo, come prevede la legge 30. Questo è
il trionfo della precarietà, dell’incertezza, dell’intermittenza, del
lavoro in frantumi. Non c’è diritto né progetto di vita.
L’evidenza dei fatti parla chiaro. E’ la persona umana che viene
calpestata, che non dispone di se medesima e dunque non ha libertà. E
questa è la radice più profonda, a mio parere, delle contraddizioni
esplosive che avvolgono il mondo, e che avanzano in Europa: quelli che
incendiano la Francia si ribellano di fronte a una frattura sociale,
sono gli esclusi, gli espulsi dal lavoro. Ma proprio perciò è evidente
il valore delle lotte contrattuali in corso, che si propongono di
arrestare il processo di frantumazione e di degrado in settori decisivi
del nostro apparato produttivo e culturale, come pure nell’apparato
pubblico. Sulla svalorizzazione del lavoro manuale e intellettuale, cioè
sull’umiliazione di milioni di persone, giovani e meno giovani, non si
costruisce nulla di positivo né in Italia né in Europa.
Vado
alla conclusione. In alcuni programmi del servizio pubblico televisivo
si sono visti negli ultimi tempi materiali interessanti a proposito del
lavoro. Ma mi domando: perché la Tv pubblica non informa con ampi
servizi sulle vertenze contrattuali in corso? E sulla realtà della
condizione sociale? Non è più tollerabile che la Tv pubblica, nata per
rendere un servizio alla collettività, sia stata trasformata in uno
strumento di dominio su una parte della società, che non ha voce in
capitolo. Perché non si assumono – non assumiamo – adeguate iniziative
al riguardo? E’ un errore pensare che ciascuno, da solo o nella sua
individualità di gruppo, possa difendere i proprii spazi di libertà. Ed
è un’illusione ritenere che si possano difendere gli altri diritti
quando i diritti del lavoro vengono distrutti. La storia dovrebbe
insegnarci molte cose al riguardo.
Perciò
bisognerebbe impiantare una rete per far crescere la solidarietà e la
partecipazione tra le diverse parti del mondo del lavoro, tra italiani e
stranieri, tra privati e pubblici, tra stabili e precari, tra regolari e
atipici, tra insider e outsider. La denuncia però non
basta, bisogna anche costruire. E costruire sul territorio, con realtà
sociali e istituzionali diverse. In questo senso lanciamo la proposta di
dar vita a un Osservatorio che indaghi sui media e su come questi vedono
e trattano il mondo del lavoro. E’ un contributo che potremmo dare alla
costruzione di un’alleanza tra i lavoratori e con i lavoratori della
comunicazione, e forse di un’alleanza più vasta tra lavoro e saperi. E’
un passo piccolo ma significativo che potremmo compiere per far crescere
la consapevolezza di un diverso e nuovo ordine delle cose, in cui ogni
persona, ogni mano e ogni mente, possa liberamente esprimersi secondo la
sua creatività.
Paolo Ciofi
11 novembre 2005
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