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Sappiamo bene che l’oggetto di questo seminario ha un tema tanto vasto
da poter apparire ingenuo. Un nuovo soggetto politico a sinistra segnato
da parole generalissime e solenni come Pace, Lavoro e Libertà (la cui
scelta, però, è gia un indizio) è certamente auspicato da molti ma può
apparire del tutto velleitario dopo i diversi tentativi falliti degli
anni trascorsi.
Due precisazioni, perciò, vanno subito fatte. La prima è che non sono
stati senza risultato la volontà unitaria e i molti sforzi unitari cui
abbiamo sempre partecipato. E’ vero che il cemento fondamentale
dell’Unione è stata l’esigenza di liberare il Paese dalla deriva di
destra del berlusconismo. Ma anche questa necessità avrebbe potuto
essere elusa se i movimenti di massa e l’opera di tanti – tra cui anche
coloro qui rappresentati – non avessero creato e argomentato una spinta
unitaria.
La seconda precisazione è che non si tratta di ripetere esperienze già
compiute per chiedere ad altri che si unifichino. E non si tratta
neppure di dar vita ad un qualche esperimento di piccolo cabotaggio
politicistico. Si riuniscono qui associazioni politico-culturali –
diverse per origini e per motivazioni – nello sforzo di coordinare e
radunare se stesse e tutte le altre associazioni o singoli che possono
essere interessati da una opera comune e organizzata per una sinistra
autonoma e unitaria, forte di pensiero alternativo e di capacità di
governo. E’ inutile dire che non c’è, in questo, alcuna volontà di
primazia, ma solo il desiderio di corrispondere come possiamo a quello
che a noi sembra un compito urgente, per il quale nei partiti e fuori
dei partiti già molti sembrano adoperarsi.
Per cercare di assolvere a questi compiti noi abbiamo voluto porre qui
il problema dei fondamenti, delle ragioni stesse, cioè, per cui una
nuova e grande sinistra ci sembra necessaria. Su questo tema molti di
noi, qui e fuori di qui, cercano di lavorare da tempo. Quando proponemmo
il tema, anni fa, parve un’opera superflua e ritardatrice. Parevano già
pronte le opposte strade di una piena adesione al sistema
economico-sociale esistente oppure la ripresa acritica delle esperienze
passate. Il prezzo pagato dal Paese con l’avvento del berlusconismo
dimostra che non erano le strade giuste. Il fatto stesso che le destre
abbiano conquistato e mantenuto tanti voti operai e popolari rende conto
di una caduta politica e culturale. Non è la stessa cosa del voto alla
DC: quello era un partito costruttore della Costituzione, con una
dottrina sociale, un insediamento sindacale, un riferimento alla
Resistenza. Qui, invece, c’è subalternità all’ideologia del primato del
capitale e della ricchezza.
Il successo elettorale, estremamente esiguo nonostante i fallimenti del
governo di centro destra, ha mutato la realtà del Paese ma non ha
rovesciato i segnali del declino a sinistra. In modo apparentemente
paradossale, le sinistre – prese nel loro insieme – sono al massimo del
potere nel momento della loro maggiore debolezza. Non è un paradosso e
non è casuale se al successo si è giunti con una sinistra così moderata
da propendere per l’abbandono stesso della parola sinistra e con una
sinistra alternativa divisa e in reciproca contesa: una sinistra debole
è più accettabile per i poteri di comando. Questo assetto non è solo
italiano ma europeo ed è arrivato da noi con un certo ritardo e con
caratteristiche proprie. Mentre in altri paesi d’Europa la sinistra
moderata mantiene generalmente il nome socialista e con essa la sinistra
alternativa – quando non è inesistente – è spesso, come in Francia o in
Germania, in piena rottura qui da noi la sinistra moderata volge verso
il partito democratico e la sinistra che è alternativa ha saputo essere
parte costitutiva della coalizione di centro-sinistra e del suo governo.
Questo risultato è l’indice di una conquistata capacità di evitare una
concezione propagandistica della politica e di saper assumere le proprie
responsabilità dinnanzi a difficoltà gravi della democrazia, com’è oggi
in Italia. La unione delle debolezze ha comunque costituito una forza
giunta al successo con la conseguenza di una situazione nuova anche a
sinistra.
Per la prima volta dopo sessanta anni c’è in Italia un governo cui
partecipano tutte le sinistre parlamentari. Nell’immediato dopoguerra,
però, si trattava di governi di unità nazionale espressione del fronte
antifascista e di una assemblea costituente in cui l’opposizione era
irrilevante, finché all’opposizione non vennero respinte le sinistre.
Questa volta si tratta del governo di una coalizione di alternanza,
espressione di un programma comune che si oppone alle destre, forti
della metà dell’elettorato. E’ una novità assoluta, un passaggio, fuori
di retorica, di significato storico. Se questa esperienza, per debole e
contraddittoria che sia, fallisse sarebbe un colpo irrimediabile
innanzitutto a sinistra. E’ per noi fuori discussione la valorizzazione
e difesa del risultato ottenuto col governo attuale anche se lo stimolo
critico non può che giovare.
Il sostegno al governo non impedisce di vedere la sua fragilità non solo
numerica. E non è certo una escogitazione propagandistica il fatto che
vi siano forze importanti che pensano e lavorano ad una grande
coalizione sul modello tedesco o, in subordine, per una estensione del
centro. La esigenza di una nuova sinistra idealmente e politicamente
forte, non vocata al minoritarismo viene anche dal bisogno di rendere
forte la coalizione con una maggiore attenzione verso interessi e ceti
sociali che si può tendere a dimenticare. Con una sinistra debole
diviene più difficile corrispondere ai bisogni del Paese e alle attese
che si sono create. Il primo governo Prodi si fondò sulla idea di
Europa: è difficile oggi vedere quale sia la idea trainante se si va
avanti così.
Il fermento nei partiti e fuori di essi, l’accentuarsi nei DS della
tendenza più moderata, il premere delle insoddisfazioni per l’assetto
centralistico presente in tutti i partiti, talora in forme assolute, le
preoccupazioni e le inquietudini generate dalla realtà interna e
internazionale – tutto questo spinge ad una ridefinizione di
collocazioni, ad un ridisegno degli assetti a sinistra. La nascita di un
partito liberal democratico – sperabilmente laico – può effettivamente
incontrare interessi e mentalità diffuse e con esso una sinistra si
dovrebbe in ogni caso confrontare per concorrere alla maggioranza. Ma
una sinistra capace di stare in gara per l’egemonia o almeno per
assolvere ai compiti che il partito democratico, già sostanzialmente in
atto, non può porsi per sua stessa natura oggi non c’è, pur con tutto il
rispetto per tutte le forze politiche in campo. Nasce di qui lo sforzo
di Rifondazione per una creazione nuova – se non intendo male il
significato della idea di una Sinistra Europea. E di qui viene il
travaglio sia dei diversi gruppi di sinistra dei DS, a partire da
“Socialismo 2000”, sia l’inquietudine anche di molti compagni
sicuramente riformisti. Anche da parte dei gruppi politici più ripiegati
su se stessi, si avverte una esigenza di movimento: il segretario del
PDCI pone l’esigenza di un “partito del lavoro”. Il rischio è che tutto
questo scada, sotto diverse forme, in una pura riproduzione di quel che
c’è. A me sembra che questo rischio debba essere evitato e che debba
essere promossa, invece, una costruzione nuova a partire, naturalmente,
da ciò che esiste e che sembra più ricco di avvenire.
Il bisogno di una discussione sulle ragioni di una sinistra autentica
significa, prima di tutto, lo sforzo per rimuovere falsi convincimenti e
pregiudizi che impediscono una cultura critica della realtà da cui
nascono principi e valori che il dibattito teorico può affinare ma che
sperimentano la loro utilità umana nel processo storico reale. Uno dei
falsi convincimenti che hanno determinato non solo perdite di tempo ma
conseguenze assai dannose è che fosse possibile sostituire l’ingegneria
istituzionale all’analisi economica, sociale, culturale. Il referendum
istituzionale ha fatto largamente giustizia di questo errore. E’ stato
bocciato, certo, il tentativo della destra di dare un assetto
neoautoritario al potere politico, di intaccare l’eguaglianza dei
diritti, di inficiare la prima parte della Costituzione passando per la
seconda. Ma, contemporaneamente, è venuto alla luce lo scacco del
tentativo operato dalla sinistra maggioritaria di saltare la discussione
sugli altrui e sui propri stessi errori storici per dar colpa alle
regole istituzionali dei mali endemici dell’Italia. La rimozione del
passato ha sostituito una critica ragionata agli altri (alla conventio
ad escludendum, alla degenerazione dei partiti eccetera) e a se stessi
(innanzitutto alla incapacità di comprendere la rivoluzione tecnologica
e le trasformazioni del capitalismo oltre che le illusioni sulla
riformabilità del sovietismo). Ciò facilitò l’abbandono di ogni critica
al sistema dato, abbandono che fu presentato al popolo di sinistra come
ingresso nella modernità. Non a caso il vincitore di questo referendum è
stato, come si è detto, un vecchio costituente come Scalfaro. Anche
simbolicamente ha prevalso il rifiuto dello sradicamento poiché lo
sradicare è esattamente il contrario del riformare e dei possibili
miglioramenti anche alla Carta nella direzione e nel senso che essa
indica.
Proprio la sconfitta della idea di sostituire la riforma delle regole,
pure possibile, alla riforma della politica e dei partiti apre il campo
ad una forza della sinistra che intende il suo ruolo anche con un
programma nazionale ed europeo che stia nel regno del “possibile” e cioè
nei dati condizionamenti interni, europei e internazionali. Ma questa
medesima capacità (ove vi fosse) se può essere – al massimo –
sufficiente per un partito democratico, non è sufficiente per una forza
di sinistra. Si può obiettare che quel che fece grande il PCI fu la
capacità di Palmiro Togliatti di stare saldamente sul terreno
democratico e nazionale proclamando ed attuando un fronte nazionale per
la salvezza dal fascismo prima e, poi, promovendo la lotta per la
fuoriuscita dall’arretratezza, per il miglioramento delle condizioni di
vita, per la democratizzazione delle masse storicamente subalterne. Ma è
inutile dire che in Palmiro Togliatti ciò avveniva nel convincimento che
il principio socialista avesse già superato la verifica della storia
incarnandosi in un Paese – anzi in un mondo – socialista per quanto
riformabile e perfettibile si potesse considerarlo. E dunque uno sfondo
ideale, un riferimento di senso pareva che fosse già dato, anche se –
diversamente da altri partiti comunisti – il PCI dava a se stesso una
propria autonoma strategia. Il dibattito teorico – confuso con la mera
ideologia – fu evitato, con grave danno:fu considerato inutile rifare il
programma fondamentale del partito scritto nel 1956.
La discussione sulle idee costitutive era indispensabile ieri; tanto più
oggi, quando la situazione è rovesciata ripetto ad allora. La crisi
della sinistra che voglia mantenere una ipotesi di trasformazione è
crisi d’identità, prima che di programma. Da ciò viene la divisione
oltre che da personalismi, spirito di fazione, chiusure di setta. La
ridefinizione delle idee costitutive e delle categorie di
interpretazione della realtà non è un problema solo per studiosi, anche
se senza di loro non si combina niente di buono e se studiare e imparare
è un dovere assoluto ed è un dovere per tutti. E’ un problema politico.
La crisi di identità della sinistra accompagna e in parte determina la
crisi della democrazia e della politica intesa come partecipazione ma
anche solo come rappresentanza. E’ ovvio che lo spazio pubblico tende ad
essere sequestrato dallo spettacolo televisivo, che la personalizzazione
della politica sia insita in questa forma di comunicazione, che
l’attivista possa tendere a trasformarsi in tifoso. Tutto ciò non
esclude, però, che la degenerazione della democrazia non possa essere
combattuta con nuove idee e con altre forme di intervento politico. Alla
destra importano poco, se non – come in Berlusconi – per il rapporto
plebiscitario capo-masse. Dovrebbero interessare molto alla sinistra che
nasce dalla partecipazione e per la partecipazione. Non solo in Italia,
ma in Italia forse più che altrove, la politica istituzionale appare
lontana dai rappresentati e la partecipazione, fortissima nella miriade
dei movimenti associativi volontari non è amata dai partiti. La politica
a tempo pieno da professione rischia di diventare – senza offesa per
nessuno – un mestiere. E’ così che la democrazia degenera in demagogia e
il “mercato politico” si riduce allo scambio più umiliante del “quanto
mi dai”.
Una forza d’ispirazione socialistica o anche solo un partito che si
riproponga la rappresentanza del lavoro non può svilupparsi dunque senza
ripensare – reinventare – ancor prima della idea socialista la idea
stessa della rappresentanza del lavoro e il modo stesso di fare politica
– di praticare la politica. Il bisogno di ragionare su di questo – ecco
cosa vuol dire riflettere su principi e valori – nel momento stesso in
cui si deve agire nel quotidiano è in se stesso una precondizione
determinante.
I neoconservatori, per vincere, hanno dovuto compiere innanzitutto una
operazione sull’immaginario e sul simbolico. Considerando necessario
mantenere in piedi il modello americano e la sua gerarchia sociale essi
hanno avvertito il bisogno di fare appello a principi e valori che una
lunga tradizione di pensiero non solo socialista aveva considerato
all’opposto come disvalori: la disuguaglianza, il potere del più forte,
e persino la limitazione delle libertà civili, considerate negli Stati
Uniti fino a ieri inviolabili. L’idea democratica è stata ridotta al
modello americani. All’integralismo islamico, evocato e protetto, non fa
riscontro tanto una difesa della laicità quanto un integrismo cristiano
o semplicemente occidentalistico. Il fatto che si arrivi sino alla
negazione del darwinismo non è un dato di folklore provinciale
americano, ma la conseguenza di una furibonda campagna contro la ragione
critica, che cerca di coprire, in nome della difesa di Dio, della patria
e della famiglia, le tragedie della guerra preventiva e la crisi
sociale.
La difficoltà a sinistra è che non si può fare – come fanno gli altri –
una operazione di marketing o di falsa coscienza: quando nel passato lo
si è fatto, scadendo nell’ideologismo, è finita pessimamente. La
sinistra nasce dalla criticità del pensiero, dal rifiuto del luogo
comune e delle verità dogmatiche. Dovrebbe essere questo il primo
principio delle sinistre. Esse dovrebbero rappresentare una capacità più
acuta di comprensione della realtà di contro a chi la vuol camuffare
ideologicamente trasformando l’arbitrio in necessità, l’ingiustizia in
destino, lo sfruttamento in legge di natura.
Se per una sinistra moderata o ancor più per un partito democratico la
svalorizzazione del lavoro determinata dalla globalizzazione (e, qui da
noi, dall’allargamento dell’Europa) corrisponde all’accettazione
dell’interclassismo, per una sinistra capace di analisi critica c’è da
riscoprire nella nuova realtà il proprio fondamento sociale nel lavoro,
nelle lavoratrici e nei lavoratori. Riscoprire, ripeto, perché è vero
che il lavoro è profondamente cambiato. Sono cambiati, per la
rivoluzione tecnologica, molti dei metodi di produzione. Sono
intervenuti molti nuovi mestieri, sono entrate in massa le donne. Il
processo di valorizzazione conosce complicazioni e interventi ieri
sconosciuti. La figura del lavoratore contiene quella del consumatore,
assai spesso quella del risparmiatore. Soprattutto, però, è mutata la
condizione del lavoro, ieri sublimata dalla Costituzione italiana,
tornata nella pratica alla categoria di pura merce tra le altre merci.
Pregiudiziale a qualunque autentica sinistra possibile è una vera
conoscenza, una piena scoperta, una nuova narrazione – come quella
iniziata da gruppi di donne – del lavoro di oggi: in primo luogo
dell’abisso generazionale (che non vuol dire lotta tra giovani e vecchi)
che è precariato, lavoro nero, sperpero delle qualifiche intellettuali,
ma anche inefficienza dei processi conoscitivi e formativi, crollo delle
nozioni e della capacità critica, sottoculture fautrici di subalternità.
Il tema da porre è quello di una rappresentazione e di una
rappresentanza del lavoro, dato che non ci sono più forze politiche che
rivendichino questa volontà.
Tuttavia anche la lettura e la corretta interpretazione dell’attualità
del lavoro e dei movimenti che si manifestano nelle forze tradizionali e
nelle nuove generazioni di lavoratrici e lavoratori precari non avranno
molto da edificare se non si incontreranno con una cultura che tenda a
comporre una nuova immagine della centralità del lavoro in tutte le sua
forme nel processo sociale e nella costituzione stessa dell’individuo.
Questa cultura non si crea senza una aggiornata critica del modello
economico sociale capitalistico, critica ormai considerata vana, anzi
dannosa per una efficace opera di governo, dalla sinistra moderata o
neocentrista. Una aggiornata analisi critica del modello vincente e
delle politiche liberistiche, com’è ovvio, va oltre il tema del lavoro
perché ha da misurarsi con la storia di una intera forma di
incivilimento, ma deve innanzitutto misurarsi con tre questioni su cui
nella sinistra radicale non c’è attenzione. Bisogna andare a fondo:
1) sui motivi della vittoria a livello planetario del modo di produzione
capitalistico pur nella varietà delle civiltà in cui si manifesta;
2)sulle cause ultime del fallimento delle esperienze di abolizione della
proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio;
3) sulle origini della crisi del compromesso realizzato con lo stato
sociale.
Ciascuno di questi temi, trattato da molte ricerche, chiede, ovviamente,
non uno ma tanti seminari. Basta qui accennare che non si può pensare ad
una vittoria globale come quella del modello capitalistico (che realizza
– centocinquanta anni dopo – la previsione del Manifesto di Marx ed
Engels), senza intendere che in esso si intreccia una complessità di
elementi che connettono il fatto economico con la natura, la cultura e
la storia. La lezione fondamentale di Gramsci sta nel contrasto verso
una lettura di Marx che isoli il momento economico. Una critica che
voglia essere veritiera delle conseguenze drammatiche che il modello
capitalistico ha oggi nel momento della sua piena espansione deve fare i
conti, dunque, con i motivi della sua efficienza quantitativa, e della
sua accettabilità – o della sua desiderabilità – interiorizzate da masse
sterminate nei paesi a capitalismo maturo e ben oltre di essi. Il
fondamento individualistico – per quanto contraddetto da pratiche
omologanti – e l’appello alla creatività umana – per quanto sommerso
nella mercificazione universale – sono pilastri portanti. E’ possibile,
credo, rovesciare il significato e la funzione: ma bisogna porselo come
problema. Ignorare o negare questi dati elementari della realtà umana
chiude ogni prospettiva.
Per quanto attiene al crollo delle esperienze di tipo sovietico al di là
di ogni altra considerazione (l’isolamento del momento economico, la
soppressione di ogni proprietà privata, la negazione della
rappresentanza plurale) credo che bisogna vedere bene che è stata
smentita la idea della onnipotenza del politico nella determinazione
dell’economico e, con esso, della vita stessa. La politica ha molte cose
da fare per influire sull’economia ma non può sostituirsi ad essa.
Ignorarlo ha portato – come in Russia – alla conseguenza del ritorno al
capitalismo selvaggio e del regime proprietario privatistico più
estremo. Una sinistra nuova non si costruisce senza la conoscenza più
profonda dei meccanismi di funzionamento dell’odierna economia
capitalistica in cui viviamo e senza intendere che è sullo specifico
piano dell’economico che c’è un’azione nuova da condurre. L’azionariato
di massa, attraverso i fondi pensione e i fondi di investimento ha
mutato da tempo l’assetto proprietario e il significato della
finanziarizzazione e ha creato con la conduzione manageriale un nuovo
intrico di problemi destinati, come ha dimostrato il caso Enron e tanti
altri, a colpire insieme lavoratori e risparmiatori che spesso
coincidono nella medesima persona. La promessa – che viene fin dagli
anni trenta del ‘900 – di trasformare, con la diffusione proprietaria,
il capitale in una funzione tecnica non poteva essere assolta senza
mutamenti nella forma e nell’uso dell’accumulazione, ma è qui che
bisogna cercare. La formula “sì all’economia di mercato no alla società
di mercato” se indica una necessaria separazione di temi non interviene
nell’analisi del funzionamento del mercato, ch’è esso stesso una
creatura in larga misura artificiale, cioè regolata. La programmazione
economica già c’è, in certo modo, ma ha poco a che vedere con la volontà
generale e con i bisogni di sviluppo umano.
La comprensione della forza reale del capitale e della improponibilità
di posizioni novecentesche ancora in voga non solo non attenua ma
rafforza una critica consapevole del modello economico-sociale
capitalistico come forma di civiltà. I dati sono troppo noti per essere
presentati qui. E’ impossibile la prosecuzione dello sviluppo così com’è
ora con l’ingresso di miliardi d’individui nella medesima spirale di
consumi che ha già portato al collasso della natura considerata mero
oggetto. In più la contrapposizione estrema tra ricchezza e povertà, il
bestiale sfruttamento del lavoro a livello globale, le frustrazioni
nazionali dovute al dominio imperiale sulle risorse hanno creato una
situazione insostenibile che ha avuto come unica risposta la
proclamazione della guerra preventiva e infinita da parte della maggiore
potenza mondiale, una guerra che, proclamata contro il terrorismo ha
avuto come esito, peraltro scontato, la sua moltiplicazione. La idea in
se stessa contraddittoria, prima che inaccettabile, della esportazione
della democrazia con la forza si è trasformata in un bagno di sangue e
serve solo a coprire il deficit di democrazia e la crisi di
rappresentanza particolarmente evidente negli Stati Uniti. Non ci sarà
scampo senza un nuovo ordine mondiale.
Battersi per valori alternativi a quelli delle ideologie conservatrici
non significa immaginare di poterli imporre attraverso l’opera di un
qualsiasi governo, e non solo perché quello attuale è a maggioranza
moderata. La laicità dello Stato è innanzitutto un valore della
sinistra. La funzione di una sinistra politica dovrebbe essere quella di
promuovere nella società i valori in cui crede, e di raccogliere e far
propri gli impulsi che vengono dai movimenti volta a volta impegnati
autonomamente sui temi della trasformazione sociale. Non è vero che
discutere del rapporto tra etica e politica è un discutere di aria
fritta, dato che la politica è il regno dei rapporti di forza se non
altro perché i convincimenti sono la più grande delle forze
immaginabili. Noi vediamo ora che cosa abbia significato e significhi il
rovesciamento di cultura rappresentato dal culto della ricchezza come
valore supremo. La pace è una necessità per il genere umano, ma è anche
una scelta. Il rifiuto della violenza come metodo della azione politica
è un bisogno della convivenza ma è anche un’opzione morale. Il diritto
alla resistenza contro l’aggressore ha un fondamento etico e perciò deve
escludere il terrorismo, le stragi dei civili, e cioè l’adozione del
metodo stesso dell’aggressore. Il terrorismo non può avere alcuna
giustificazione morale proprio perché esso ancor prima che politicamente
è eticamente un aiuto all’aggressore, al sopraffattore, all’oppressore.
Al fondo di ogni scelta di sinistra c’è una motivazione morale, un
bisogno di giustizia e di libertà il cui strumento è l’uguaglianza: un
bisogno che viene da una lunga storia di cultura, di cui è certo stato
un passaggio essenziale ma non unico e non esaustivo il messaggio
cristiano poiché c’è voluta l’affermazione della ragione come strumento
di liberazione, l’analisi della materialità del processo storico e le
idealità socialiste per dare concretezza a quelle istanze morali. La
prova ultima è nell’interrogativo di Ratzinger a Mauthausen sul silenzio
di Dio, interrogativo che è senz’altro l’espressione dell’angoscia di un
credente ma ignora la domanda sul silenzio degli uomini, compresa tanta
parte della Chiesa e compresi i professori del seminarista Ratzinger –
ma non dei maestri della Rosa Bianca.
Una forza di sinistra si costruisce su un programma politico, ma questo
stesso ha dietro e dentro di sé un ragionamento sulla società, sullo
Stato, sulla persona umana. Lo smarrimento a sinistra sui temi della
bioetica - provato anche in occasione del referendum sulla fecondazione
assistita – è l’indizio di un vuoto che viene da lontano. E’ giusto
sostenere che la legislazione ha da essere laica, non dominata da una o
altra morale. Ma non può bastare. Ormai viene riproposto il tema della
libertà della donna e della proprietà del suo proprio corpo. Una
politica quasi tutta al maschile – anche a sinistra – spesso non sa
neppure di che si parla. Non sa che c’è una reazione – o vi partecipa,
senza saperlo – contro l’unica rivoluzione – quella femminile – che è
venuta avanti per via di cultura, e non di obiettivi. Si ignora la
scoperta che gli universali più che neutri sono espressione del sesso
dominante, che bisogna fare i conti con una doppia soggettività, che la
idea stessa di eguaglianza va rielaborata come idea di eguaglianza nella
differenza.
Una sinistra nuova, forte nei principi e nei valori, può agire con più
consapevolezza anche negli obblighi imposti dall’immediatezza della
politica. La scelta della pace, il primato sociale del lavoro,
l’obiettivo della libertà pongono necessariamente l’allargamento
dell’orizzonte all’Europa. Una sinistra nuova deve partecipare alla
costruzione di questa entità, finora essenzialmente economica, poiché da
essa potrebbe venire un contributo essenziale di fronte alla crisi
attuale. Le stesse priorità interne in una scala di bisogni tutti
urgenti si stabiliscono per scelte che presuppongono una analisi di
valore: sono prioritari o no i temi del precariato, della condizione
lavorativa delle giovani generazioni, della scuola pubblica? Il rapporto
tra politica e amministrazione, il ruolo e il funzionamento delle
regioni e delle autonomie, i temi dello Stato sociale: tutti e ognuno di
essi hanno bisogno di essere vissuti da sinistra con il proposito di
misurarsi con i silenzi, le coperture, quando non le omertà di una
politica malata. Ne ho accennato all’inizio, concludo con questo tema.
Ogni proposito può essere sterile, ed è sterile se nella pratica
politica c’è la omologazione universale. Il penoso esempio della
formazione del governo, la furibonda gara per i posti in tutti i partiti
è un esempio scostante.
Se si vuol ripartire, non basterà dire cose assennate. La corsa al posto
retribuito anche per i ruoli più semplici per il fatto che la paga è
buona (ma non come le altre) fa divenire sempre più grave il rischio
della mediocrità. La riforma della politica parte da se stessi. La
predicazione smentita dai comportamenti genera il declino di qualsiasi
impresa. In molte parti d’Italia la sinistra non c’è più anche per
queste ragioni. Per questo dicemmo che non c’è altro socialismo che
quello dei comportamenti, dato che ogni attesa messianica – una volta
credibile – è assurda. Bisogna porsi il problema della burocrazia. Nel
PCI ci fu, e per lungo tempo si fece onore fino a fornire un personale
politico degno delle massime responsabilità. Se ci vuole bisogna darsi
regole precise e severe, altrimenti non si formano “quadri” efficienti.
Bisogna sapere se conta più studiare, sapere, organizzare o fare
clientela. Gramsci voleva dirigenti che esercitano il loro ruolo sapendo
che la separazione dirigenti-diretti non ci dovrebbe essere.
Si dice che è meglio il partito degli eletti perché sono scelti dal
popolo e tra di essi affermati. Ma veramente è il consenso ottenuto nei
modi più disparati che garantisce la capacità? La riforma della politica
e dei partiti passa anche attraverso una ridefinizione del ruolo della
politica: ad essa spetta il controllo e l’indirizzo non la gestione. E’
una riforma liberale, oggi rivoluzionaria: la crisi della democrazia –
che ha origini profonde nella separazione tra istituzioni e popolo e
movimenti – ha anche nella confusione tra politica e gestione degli
affari una sua causa determinante.
In tal senso una lega composta da associazioni di volontari può essere,
credo, una buona partenza.
Aldo Tortorella |
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