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Lavoro e crisi dello sviluppo, sostenibilità
sociale e ambientale: il tema da svolgere nel mio intervento introduttivo
rimanda, nella sostanza, alle caratteristiche del capitalismo globale, al
suo modello uscito vincitore dalla guerra fredda. Se da una parte, come ha
sottolineato Tortorella nel suo lucido e penetrante discorso d’apertura ai
nostri lavori, vi è la necessità d’indagare a fondo le ragioni che hanno
portato alla vittoria planetaria del capitale, d’altra parte ciò non ci
esime dal misurarci con una lettura critica di questa fase del capitalismo
vincente. Ed è su questo aspetto che vorrei svolgere qualche considerazione,
perché il mondo dominato dall’unilateralismo americano è anche il mondo del
capitalismo universale, che non sembra al momento avere alternative.
Ma paradossalmente, nella fase del suo trionfo,
il capitalismo vincente mostra tutte le sue crepe. E’ dominante sulla scena
del pianeta, ma lo spettacolo che mostra non è certo bello a vedersi: il
mondo e le società in cui viviamo portano il segno della conflittualità
permanente, della violenza, delle guerre. Emergono molti segnali di una
crisi che si manifesta non semplicemente come congiunturale o ciclica, bensì
come un processo più profondo e vasto, che investe al tempo stesso
l’economia e la società, la cultura e la politica. E’ con questa dimensione
più ampia che una sinistra nuova credo si debba misurare.
Il punto chiave è la lettura della
globalizzazione. E mi pare che ormai ci possano essere pochi dubbi sul fatto
che, al di là della rivoluzione tecnico-scientifica che la sospinge, questa
globalizzazione capitalistica si manifesta come un gigantesco processo di
subordinazione del lavoro al capitale. In altre parole, per usare
un’espressone brutale ma calzante che è di Luttwak, si presenta oggi in
forma di “dittatura” del capitale sul lavoro, ossia come assoluta libertà di
disporre del lavoro, ricondotto allo stato “naturale” di merce, senza limiti
né condizionamenti. E’ il modello americano, che aspira a diventare egemone,
e che rende di solare evidenza, a mio parere, la centralità del conflitto
capitale-lavoro. Mentre, nello stesso tempo, si accentua la conflittualità
tra i capitalismi.
Il dominio, o la dittatura, del capitale sul
lavoro si esercita sì nel modo di produzione, ma anche nella società, nella
cultura e nella comunicazione, nella politica. Un aspetto, questo,
fondamentale che però viene solitamente ignorato o nascosto. Tuttavia, nei
sistemi politici emersi dalla fine del Novecento, il lavoro sostanzialmente
non ha rappresentanza, intendo dire una rappresentanza politicamente
significativa, autonoma e libera. Ne deriva che un nuovo soggetto politico
della sinistra, se vuole essere veramente nuovo, deve affrontare di petto
questo nodo che a me pare cruciale, e tentare di dare una risposta adeguata
e convincente.
In un processo nel quale il lavoro retrocede da
diritto a merce, il cittadino decade a oggetto passivo del messaggio
mediatico. La politica torna a essere un privilegio delle élites,
fondato sul censo e la capacità di controllo dell’opinione. Si chiudono gli
spazi pubblici e si frantuma l’agire collettivo. La democrazia si
isterilisce e degrada in un semplice gioco di alternanza tra gruppi di
potere. Questo versante non viene sufficientemente indagato, ma in
concomitanza con la retrocessione del lavoro a fattore precario e
subalterno, politicamente non più autonomo e assoggettato alle libere
migrazioni del capitale, si è venuto configurando un capitalismo
particolarmente aggressivo, speculativo e instabile, che mette a rischio la
sicurezza del pianeta dal punto di vista umano e ambientale.
Svalorizzazione del lavoro e distruzione della
natura costituiscono ormai due componenti organiche e inscindibili di un
meccanismo unico, volto a succhiare profitti e rendite, a privatizzare
risorse, a concentrare ricchezze. Assistiamo a un incremento sfrenato dello
sfruttamento umano e alla distruzione sistematica della natura di un sistema
che, proprio perciò, perde efficienza e capacità di sviluppo; spoglia
sistematicamente i risparmiatori; non è in grado di assicurare un futuro ai
giovani e sicurezza ai vecchi. Al carattere sempre più sociale della
produzione materiale e immateriale, cui cooperano milioni di persone nel
mondo, fa riscontro l’esasperato privatismo nell’appropriazione dei frutti
del lavoro. La privatizzazione è diventata universale e la proprietà privata
invade tutti campi: dai servizi sociali ai beni una volta considerati
comuni, fino al corpo umano.
L’effetto complessivo è un aumento gigantesco
delle disuguaglianze, la polarizzazione di ricchezza e povertà nel mondo e
in ogni singolo Paese, e dunque la sostanziale cancellazione della middle
class, di quei ceti medi che costituiscono la base sociale della
politica moderata e centrista. La svalorizzazione del lavoro è il
presupposto della valorizzazione del capitale finanziario, ma la primazìa
della finanza moltiplica l’instabilità globale. Alla fine, l’unica via
d’uscita sembra la guerra: il mondo viene avvolto da una spirale di violenza
che sopprime la politica, di cui il terrorismo è l’espressione più
aberrante.
La contraddizione capitale-lavoro non è certo
l’unica ad attraversare il capitalismo moderno. Altre storicamente
preesistono, come quella di genere che si presenta oggi in forme nuove.
Altre sono invece più recenti, come quella tra Nord e Sud del mondo. O tra
centralismo e autonomie. O tra software libero e proprietà privata
sui mezzi di comunicazione e sulle reti…E così via. Ma se si smarrisce la
dualità capitale-lavoro, e si cancella il conflitto tra le classi, non si
coglie una caratteristica fondamentale e distintiva della società in cui
viviamo, e quindi si perde la possibilità di cambiarla.
Si è pensato che la fine del fordismo
coincidesse con la fine del lavoro, e perciò del conflitto. Ma la presenza
del capitale in assenza del lavoro è semplicemente un controsenso. D’altra
parte, il capitale e il lavoro sono forme storiche in perenne movimento. E
infatti la distinzione tra chi vende e chi compra la forza-lavoro per
ricavarne profitto non è scomparsa, anzi si diversifica e si approfondisce,
e gli attori di questa transazione compaiono in forme nuove e con abiti
sempre diversi. Dopo la fase del fordismo dominante è emersa una nuova e
giovane classe operaia, e nel contempo ha assunto un rilievo crescente il
lavoro immateriale e cognitivo. Assistiamo alla diversificazione e
frantumazione del lavoro dipendente, che si compie sotto il segno della
precarietà, ma nello stesso tempo alla sua diffusione.
Un soggetto politico che non voglia ridursi
alla gestione più o meno “competente” dello stato delle cose presenti, o che
non voglia essere ridotto alla marginalità, è “obbligato” a identificare le
radicali trasformazioni del lavoro, a riconoscere i caratteri nuovi del
conflitto, a impegnarsi nella ricomposizione unitaria del lavoro industriale
e agrario, della tecnica e della scienza, della formazione e
dell’informazione, del lavoro precario e di quello stabile, di quello
autoctono e migrante, di quello individuale e di quello collettivo.
Un’operazione sicuramente complessa, ma
l’individuazione delle forze interessate a cambiare il modello dominante è
condizione indispensabile per procedere a un effettivo cambiamento, cioè a
innescare un processo di trasformazione. Tuttavia, se i salariati e i
dipendenti non sono consapevoli della loro condizione, e le élites
dirigenti sono riuscite a sradicare la coscienza del fatto che il
cambiamento è necessario, il cerchio si chiude e il crimine è perfetto, come
direbbe il compianto Vazquez Montalbàn: il soggetto del cambiamento non si
mobiliterà perché forse non ha coscienza di ciò che è. Perciò ritengo che
un’attenzione particolare vada rivolta al tema della cultura, della
comunicazione e informazione, ormai inglobate largamente nel sistema
dominante.
In Italia si sta delineando un dispositivo
politico socialmente unipolare, in cui il bipolarismo attiene all’alternanza
nel governo tra due componenti della borghesia. Una sorta di duopolio delle
élites dirigenti, con il mondo del lavoro pregiudizialmente escluso,
ridotto a far da supporto all’una o all’altra delle formazioni neoborghesi.
Resta il sindacato, ma in mancanza di un autonomo punto di vista politico
del lavoro, il sindacato stesso rischia di diventare subalterno al mercato.
In assenza della rappresentanza politica del
lavoro, anche la democrazia cambia natura. Non più espressione di una
tensione e di un conflitto inesauribili per l’uguaglianza e la libertà, che
via via si è esteso e ha inglobato sempre nuovi diritti, come è avvenuto
nell’arco del Novecento fino alla conquista della Repubblica fondata sul
lavoro, e oltre. Ma il capovolgimento di tale processo, e la riduzione della
democrazia alla semplice applicazione del principio maggioritario, come se
anche le oligarchie non vengano elette a maggioranza, e non decidano a
maggioranza.
Con la formazione del partito democratico un
intero percorso verrebbe portato alla logica conclusione. Ha spiegato
Veltroni in un’ampia intervista che liberismo mite e politica leggera sono i
punti di riferimento. Nessun ripensamento che colleghi il tema
dell’uguaglianza e della libertà alla condizione reale del lavoro e alla
precarietà dei lavoratori, ma attenzione “al dolore di chi ha meno”. Un
buonismo dai denti d’acciaio, un partito della borghesia modernizzante che
cancella qualsiasi idea della trasformazione, e che vorrebbe affidare la
governabilità a una legge elettorale analoga a quella dei sindaci. Un
centrismo moderato, con punte di radicalismo sui diritti civili (Ratzinger e
Rutelli permettendo), ma che sembra ignorare i diritti sociali e soprattutto
la centralità dei diritti del lavoro. L’obiettivo è il taglio delle estreme,
e la costruzione di un bipolarismo tra due centri. Un obiettivo che va
benissimo alla Confindustria e ai poteri forti, e per il quale combatte
strenuamente il Corriere della sera.
In questa cornice, l’esperienza delle sinistre
al governo e il confronto-scontro che si è aperto sul programma sono per
molti aspetti decisivi. Perciò bisogna guardare con molta attenzione a ciò
che si muove nella società, al valore che assumono esperienze reali di lotta
e di movimento. In questo senso, lo scontro sulla validità della
contrattazione nazionale, sulla gestione dei tempi di lavoro e sulla
democrazia, cioè sul diritto di chi lavora di decidere sul proprio destino
di lavoratore, assume un significato che va ben al di là dell’ambito
sindacale. Come nel caso dei lavoratori dell’Atesia, dove sono in gioco
principi e diritti fondamentali, che attengono all’uguaglianza e alla
libertà. Proprio per questa ragione ha grande importanza e un significato
simbolico di valore generale (sebbene fortemente sottovalutato) il contratto
nazionale strappato dai metalmeccanici al prezzo di una difficile lotta.
Tuttavia, come fanno notare i compagni della
Fiom, la partita sui contratti nazionali è del tutto aperta, giacché in
altre categorie ci si è mossi in altra direzione. Non è difficile vedere che
con l’abbandono della contrattazione collettiva, il sindacato si
trasformerebbe in qualcosa di diverso e verrebbe schiacciato sugli interessi
dell’impresa. Del resto, diverse sono le suggestioni e le iniziative volte a
inglobarlo nelle funzioni dell’impresa medesima, e a trasformarlo in
un’articolazione del potere. Ma un sindacato di mercato non sarebbe né
libero né democratico.
Senza una politica forte, è stato detto, il
sindacato non ce la fa. Tuttavia, l’alternativa al liberismo selvaggio non
può essere il liberismo mite, o una qualche altra forma di liberismo al
netto di Berlusconi. Né, dentro il liberismo mite, figlio anch’esso della
cultura d’impresa, l’alternativa al partito democratico può essere il
“socialismo europeo”, che del medesimo liberismo mite è oggi una delle
espressioni. Occorre invece cercare e proporre, anche nella dimensione
europea, un altro principio coesivo e unificante, ed esso sta nel
riconoscimento del valore sociale del lavoro, nella valorizzazione del
lavoro come base di un modello diverso, di una più alta e ricca qualità
sociale e ambientale.
Vorrei porre in conclusione un’ultima
questione, che formulo così: può essere la Costituzione, nei suoi principi
fondamentali e nella sua prima parte, il punto di riferimento per la
costruzione di una sinistra nuova, di una nuova rappresentanza politica del
lavoro? La mia opinione è molto netta al riguardo. Io penso di sì, e anzi
vado oltre, perché lì a mio parere sono indicate le coordinate essenziali
del progetto. E dunque di lì dovremmo muovere per intraprendere il cammino.
Non solo perché la nostra Carta fondamentale rappresenta il punto più alto
cui la sinistra, con le sue lotte secolari, è pervenuta in Europa. Ma anche
perché, dentro il suo disegno programmatico di democrazia, di libertà e di
uguaglianza, è segnato un possibile percorso di trasformazione della società
italiana in senso antiliberista e socialista. Non accorgersene credo sia un
errore.
Tutti conosciamo la Costituzione, ma
una rilettura in occasione del Referendum mi ha indotto ad alcune
riflessioni, che vorrei condividere con voi. A chi obietta che l’Italia di
oggi non si può più ordinare sul principio costituzionale della Repubblica
“fondata sul lavoro” è stato già autorevolmente risposto che, al contrario,
bisogna reinterpretare quel fondamento sulla base della trasformazione
sociale e trapiantarlo dalla società fordista alla società postfordista. Che
il lavoro sia cambiato non significa che abbia perso la centralità: al
contrario, in tempi di precarietà, le tutele e i suoi diritti andrebbero
rilanciati e rafforzati.
Quando poi si stabilisce, nel famoso
ma dimenticato articolo tre, che è compito della Repubblica “rimuovere gli
ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e
l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona
umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione
politica, economica e sociale del Paese”, mi pare evidente che la Carta
considera possibile e necessario intervenire nell’ambito dei rapporti di
produzione con tre finalità: assicurare l’effettiva libertà e uguaglianza
dei cittadini; garantire il libero sviluppo della persona; consentire ai
lavoratori di partecipare direttamente a tutti gli aspetti della vita del
Paese.
E’ altrettanto evidente, a me pare,
che qui viene delineato un assetto molto diverso da quello della società
attuale, e che emergono gli elementi di un vero e proprio progetto
riformatore. Coerentemente con una visione della proprietà e del mercato, in
cui entrano in gioco le categorie di “utilità sociale” e di “interesse
generale”. L’articolo 41, quello contestato da Berlusconi, stabilisce che
“l’iniziativa economica privata è libera”, ma “non può svolgersi in
contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza,
alla libertà, alla dignità umana”. Per conseguenza, la legge determina i
programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica “possa essere
indirizzata e coordinata a fini sociali”. Quanto alla proprietà, questa “è
pubblica o privata” (articolo 42): si presenta quindi come una categoria
differenziata, non ideologicamente prestabilita. La proprietà privata “è
riconosciuta e garantita dalla legge”, che ne determina anche “i limiti allo
scopo di assicurarne la funzione sociale”, e può essere anche espropriata
“per motivi d’interesse generale” con riguardo, soprattutto, “a servizi
pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio”.
Dunque, una rilettura attenta dei
principi fondamentali mi pare metta in luce un felice equilibrio tra diritti
individuali e diritti collettivi, tra individualismo e solidarismo, tra
personalismo e socialismo. Non c’è contraddizione tra centralità del lavoro
e centralità della persona. Anzi, non vi può essere centralità della persona
senza centralità del lavoro. E non basta dire, come sottolinea Tortorella:
vogliamo l’economia di mercato, ma non una società di mercato. Ci vuole
anche un mercato finalizzato alle esigenze umane.
La valorizzazione del lavoro, che costituisce
il motivo conduttore e il profilo programmatico della Costituzione, diventa
così la base materiale e culturale della valorizzazione della persona, la
premessa della libertà e dell’uguaglianza tra gli esseri umani, ed anche il
riferimento per la finalizzazione e il governo del mercato. Uguaglianza come
giustizia sociale, non come cancellazione dell’individualità e delle
differenze; libertà come padronanza del proprio destino, non come assenza di
regole; mercato governato attraverso l’intervento pubblico e la presenza dei
soggetti sociali organizzati. Io credo che qui vi siano alcuni elementi di
un socialismo nuovo su cui varrebbe la pena di lavorare. Finito nel disastro
ad Est il cosiddetto “socialismo reale”, esaurita nel neoliberismo
clintoniano la spinta propulsiva della socialdemocrazia ad Ovest, non
butterei alle ortiche il modello sociale prospettato dalla Costituzione
italiana.
In conclusione, alla domanda del che fare
risponderei che c’è bisogno di una grande innovazione innanzitutto sul
terreno culturale, capace di riqualificare e di ridefinire, muovendo dalla
Costituzione, i principi di uguaglianza e libertà nelle condizioni del nuovo
secolo, con l’obiettivo di rilanciare - aggiornandolo - il modello sociale
europeo. Insomma, io penso che è giunto il momento di preparare una vera e
propria controffensiva culturale-ideale, che recuperi e rilanci il valore
sociale del lavoro e la funzione del pubblico.
Ma la dimensione culturale non basta. Sappiamo
che una nuova soggettività politica che pesi nella società nasce se è in
grado di dare risposte anche ai bisogni materiali degli uomini e delle donne
in carne e ossa, di innervarsi nella quotidianità senza rinunciare a
obiettivi di trasformazione. Perciò sarebbe necessario agire in sinergia
dall’alto e dal basso. Soprattutto, mi pare essenziale, in questa fase,
sperimentare nuove pratiche politiche e di movimento nei territori, che
aggreghino forze, indichino obiettivi concreti, costruiscano vertenze e
forme di alleanze tra lavoro, ambiente e sapere, in modo da spezzare le
rigidità e il verticismo della politica tradizionale, nel tentativo di far
avanzare un protagonismo nuovo.
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