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Silvio Berlusconi e il potere del denaro

 
 

4. La liberazione del capitale e il lavoro preso in ostaggio

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Sostiene il Cavaliere che “la libertà economica è un diritto spirituale e civile come la libertà politica e la libertà religiosa”. Evidentemente, la libertà del superimprenditore equivale per lui alla libertà tout-court, alla libertà per tutti. Ma è un mondo rovesciato, nel quale i non-abbienti non possono conquistare la libertà dal bisogno, e devono affidarsi alla compassione di chi può: ridurre le tasse ai ricchi è necessario perché i ricchi possano assistere i poveri. Come osserva José Saramago, “voglia Dio che non cessi mai la carità perché non abbia fine anche la povertà”.
Tuttavia, se il capitale è libero, allo stesso modo deve esserlo il lavoro, che sciolto anch’esso da qualsiasi vincolo e liberato dal monopolio sindacale godrà del privilegio di presentarsi ignudo sul mercato, come Adamo nel paradiso terrestre. E’ la filosofia che sta alla base del Libro bianco predisposto dal governo, secondo cui il lavoratore non deve avere altra tutela che non sia, appunto, quella del “libero mercato”. In altri termini, il lavoratore viene tutelato dalla “desiderabilità” che suscita nei detentori del capitale, secondo la legge eterna della domanda e dell’offerta. Torna ad essere pura merce, e come tutte le altre deve ben presentarsi sul mercato per poter essere venduta: le tre i che il Cavaliere pone a fondamento del sapere – impresa, internet, inglese – sono i riferimenti per ciò che oggi soprattutto si richiede alla moderna forza-lavoro.
Quindi, via le tutele legislative e i diritti, e via anche il sindacato e la contrattazione nazionale. Se la società non esiste ed esistono solo individui - come ha sempre sostenuto Mrs Thatcher -, le organizzazioni sociali sono soltanto un non-senso, vecchi scheletri di un’altra epoca storica da far vedere al museo. Ergo, ognuno si venda da solo come può e meglio che può. Al riguardo resta un classico la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che considera i minimi salariali stabiliti per legge “una violazione delle guarentigie costituzionali sulla libertà di contratto”, poiché per principio “non vi può essere differenza tra la vendita del lavoro e la vendita della merce”.
In conclusione, assicurare piena libertà al capitale vuol dire distruggere le garanzie poste a tutela del lavoro, e quindi attaccare i diritti sociali e di ogni singola persona. E’ una legge ferrea alla quale non si sfugge, che nel nostro caso porta con sé lo smantellamento dei principi costituzionali. Si delinea effettivamente una nuova dimensione del dominio del capitale, una vera dittatura - come l’ha definita Luttwak - nella quale anche l’asservimento del diritto e dell’ordine giudiziario è funzionale al ruolo totalitario dell’impresa e agli interessi personali del nuovo Sole.
In assenza di efficaci contrappesi nel sistema istituzionale, ed estirpata dalla società la rappresentanza politica del mondo del lavoro, e dunque demolita la base primaria di un effettivo pluralismo, il Cavaliere non ha trovato ostacoli nell’approvazione di tre leggi – depenalizzazione del reato di falso in bilancio nell’ambito del nuovo diritto societario, disposizioni sulle rogatorie, e il già citato premio per il rientro dei capitali – che realizzano in pari tempo il massimo di libertà per il nuovo capitalismo “immateriale” e il massimo di tutela per il boss di questo medesimo capitalismo, imputato di vari reati.
“Il fine ultimo è chiaramente una riforma del diritto penale su misura dell’impresa”, osserva Luigi Ferrajoli. In altri termini, “tolleranza zero in tema di ordine pubblico e di piccola criminalità e massime garanzie di impunità per i delitti economici e finanziari”. E’ un’operazione “volta a produrre una trasformazione del senso comune intorno al diritto e alla giustizia penale, che non ha precedenti nel nostro Paese”. La concezione della libertà e della democrazia “come assenza di regole e di controlli, di limiti e vincoli, da un lato all’autonomia privata, e quindi ai poteri economici del mercato, dall’altro alle decisioni della maggioranza, e quindi ai poteri politici del governo”, porta a “una forma di regressione neoassolutistica del sistema politico in contrasto con i principi dello Stato costituzionale di diritto, secondo cui tutti i poteri devono essere soggetti alla legge e ai conseguenti controlli giurisdizionali”.
Nel discorso alle assise della Confindustria nel marzo 2001 a Parma, il candidato Berlusconi affermava che “sull’economia la Costituzione va cambiata”, perché “dimentica le imprese” e “risente dell’ideologia sovietica”: “basta guardare – aggiungeva - gli articoli 41 e seguenti”. Ricordo che l’articolo 41 suona così: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere coordinata a fini sociali”.
Resta il fatto che l’obiettivo è ormai da tempo esplicitamente posto: rovesciare i fondamentali principi della Costituzione, passare (anche formalmente) dalla Repubblica fondata sul lavoro alla Repubblica dominata dall’impresa, assicurando la “liberazione” e quindi la libertà totale del capitale. Tale è il senso della “rivoluzione” annunciata e oggi in corso d’opera: non una semplice alternanza di governo, bensì una radicale trasformazione dello Stato
Si tratta di un obiettivo che sta pienamente dentro la globalizzazione capitalistica. Come da più parti è stato osservato, l’assoluta libertà del capitale su scala planetaria, per potersi affermare, deve distruggere tutti i condizionamenti posti nel Novecento agli “spiriti animali” del capitale medesimo. In primo luogo l’autonoma organizzazione sindacale e politica del lavoro, e poi i vincoli istituiti dagli Stati nazionali, ovvero i presupposti stessi dello Stato di diritto. Perciò la globalizzazione si presenta come “un gigantesco processo di subordinazione reale del lavoro al capitale”. Da questo punto di vista, Berlusconi non è una semplice anomalia italiana, ma un effetto collaterale, o meglio il prodotto nazionale, di un fenomeno globale, di un generale mutamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro su scala planetaria.

 
   

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Ultimo aggiornamento: 06-11-06.