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Sostiene il
Cavaliere che “la libertà economica è un diritto spirituale e civile come la
libertà politica e la libertà religiosa”. Evidentemente, la libertà del
superimprenditore equivale per lui alla libertà tout-court, alla libertà per
tutti. Ma è un mondo rovesciato, nel quale i non-abbienti non possono
conquistare la libertà dal bisogno, e devono affidarsi alla compassione di
chi può: ridurre le tasse ai ricchi è necessario perché i ricchi possano
assistere i poveri. Come osserva José Saramago, “voglia Dio che non cessi
mai la carità perché non abbia fine anche la povertà”.
Tuttavia, se il capitale è libero, allo stesso modo deve esserlo il lavoro,
che sciolto anch’esso da qualsiasi vincolo e liberato dal monopolio
sindacale godrà del privilegio di presentarsi ignudo sul mercato, come Adamo
nel paradiso terrestre. E’ la filosofia che sta alla base del Libro bianco
predisposto dal governo, secondo cui il lavoratore non deve avere altra
tutela che non sia, appunto, quella del “libero mercato”. In altri termini,
il lavoratore viene tutelato dalla “desiderabilità” che suscita nei
detentori del capitale, secondo la legge eterna della domanda e
dell’offerta. Torna ad essere pura merce, e come tutte le altre deve ben
presentarsi sul mercato per poter essere venduta: le tre i che il Cavaliere
pone a fondamento del sapere – impresa, internet, inglese – sono i
riferimenti per ciò che oggi soprattutto si richiede alla moderna
forza-lavoro.
Quindi, via le tutele legislative e i diritti, e via anche il sindacato e la
contrattazione nazionale. Se la società non esiste ed esistono solo
individui - come ha sempre sostenuto Mrs Thatcher -, le organizzazioni
sociali sono soltanto un non-senso, vecchi scheletri di un’altra epoca
storica da far vedere al museo. Ergo, ognuno si venda da solo come può e
meglio che può. Al riguardo resta un classico la sentenza della Corte
Suprema degli Stati Uniti che considera i minimi salariali stabiliti per
legge “una violazione delle guarentigie costituzionali sulla libertà di
contratto”, poiché per principio “non vi può essere differenza tra la
vendita del lavoro e la vendita della merce”.
In conclusione, assicurare piena libertà al capitale vuol dire distruggere
le garanzie poste a tutela del lavoro, e quindi attaccare i diritti sociali
e di ogni singola persona. E’ una legge ferrea alla quale non si sfugge, che
nel nostro caso porta con sé lo smantellamento dei principi costituzionali.
Si delinea effettivamente una nuova dimensione del dominio del capitale, una
vera dittatura - come l’ha definita Luttwak - nella quale anche
l’asservimento del diritto e dell’ordine giudiziario è funzionale al ruolo
totalitario dell’impresa e agli interessi personali del nuovo Sole.
In assenza di efficaci contrappesi nel sistema istituzionale, ed estirpata
dalla società la rappresentanza politica del mondo del lavoro, e dunque
demolita la base primaria di un effettivo pluralismo, il Cavaliere non ha
trovato ostacoli nell’approvazione di tre leggi – depenalizzazione del reato
di falso in bilancio nell’ambito del nuovo diritto societario, disposizioni
sulle rogatorie, e il già citato premio per il rientro dei capitali – che
realizzano in pari tempo il massimo di libertà per il nuovo capitalismo
“immateriale” e il massimo di tutela per il boss di questo medesimo
capitalismo, imputato di vari reati.
“Il fine ultimo è chiaramente una riforma del diritto penale su misura
dell’impresa”, osserva Luigi Ferrajoli. In altri termini, “tolleranza zero
in tema di ordine pubblico e di piccola criminalità e massime garanzie di
impunità per i delitti economici e finanziari”. E’ un’operazione “volta a
produrre una trasformazione del senso comune intorno al diritto e alla
giustizia penale, che non ha precedenti nel nostro Paese”. La concezione
della libertà e della democrazia “come assenza di regole e di controlli, di
limiti e vincoli, da un lato all’autonomia privata, e quindi ai poteri
economici del mercato, dall’altro alle decisioni della maggioranza, e quindi
ai poteri politici del governo”, porta a “una forma di regressione
neoassolutistica del sistema politico in contrasto con i principi dello
Stato costituzionale di diritto, secondo cui tutti i poteri devono essere
soggetti alla legge e ai conseguenti controlli giurisdizionali”.
Nel discorso alle assise della Confindustria nel marzo 2001 a Parma, il
candidato Berlusconi affermava che “sull’economia la Costituzione va
cambiata”, perché “dimentica le imprese” e “risente dell’ideologia
sovietica”: “basta guardare – aggiungeva - gli articoli 41 e seguenti”.
Ricordo che l’articolo 41 suona così: “L’iniziativa economica privata è
libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da
recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge
determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica
pubblica e privata possa essere coordinata a fini sociali”.
Resta il fatto che l’obiettivo è ormai da tempo esplicitamente posto:
rovesciare i fondamentali principi della Costituzione, passare (anche
formalmente) dalla Repubblica fondata sul lavoro alla Repubblica dominata
dall’impresa, assicurando la “liberazione” e quindi la libertà totale del
capitale. Tale è il senso della “rivoluzione” annunciata e oggi in corso
d’opera: non una semplice alternanza di governo, bensì una radicale
trasformazione dello Stato
Si tratta di un obiettivo che sta pienamente dentro la globalizzazione
capitalistica. Come da più parti è stato osservato, l’assoluta libertà del
capitale su scala planetaria, per potersi affermare, deve distruggere tutti
i condizionamenti posti nel Novecento agli “spiriti animali” del capitale
medesimo. In primo luogo l’autonoma organizzazione sindacale e politica del
lavoro, e poi i vincoli istituiti dagli Stati nazionali, ovvero i
presupposti stessi dello Stato di diritto. Perciò la globalizzazione si
presenta come “un gigantesco processo di subordinazione reale del lavoro al
capitale”. Da questo punto di vista, Berlusconi non è una semplice anomalia
italiana, ma un effetto collaterale, o meglio il prodotto nazionale, di un
fenomeno globale, di un generale mutamento dei rapporti di forza tra
capitale e lavoro su scala planetaria. |
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