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Lo scontro tra
due opposte concezioni si è manifestato in modo clamoroso al secondo
congresso del Pds, nel febbraio del 1997 a Roma. E non per iniziativa della
sinistra interna, bensì per la presa di posizione del segretario della Cgil
Sergio Cofferati, che ha esposto un punto di vista alternativo a quello del
gruppo dirigente del partito. Per la prima volta, in una contrapposizione
che ha travalicato il mero “politicismo” degli schieramenti per misurarsi
sui contenuti, la principale forza politica della sinistra è stata posta di
fronte a un dilemma esplicito e chiaro. Cosa scegliere? Il capitale, o il
lavoro? Si è trattato di un passaggio significativo del passato decennio, su
cui conviene soffermarsi.
Nella relazione di Walter Veltroni, allora vicepresidente del Consiglio, i
cardini di una sinistra “moderna e liberale, attenta al dolore di chi ha
meno”, vengono individuati con grande chiarezza nella flessibilità del
lavoro e nella trasformazione dello Stato sociale. Due temi dell’innovazione
da affrontare “con coraggio”, poiché “non possiamo continuare a pensare –
sostiene Veltroni - che sia meglio sacrificare a un principio astratto di
uguaglianza la necessità di dare un lavoro per quindici mesi a un
venticinquenne”. Perciò ci vuole la flessibilità, “dell’occupazione e delle
retribuzioni”, in modo che i salari siano “collegati ai livelli e
all’andamento della produttività”, e seguano “il corso del ciclo economico”.
E serve, al posto di quello di oggi che è “molto iniquo”, uno Stato sociale
diverso “sulla base dei principi della promozione del lavoro, dell’equità
tra le generazioni, (…) della difesa attiva e non puramente
assistenzialistica degli strati deboli della popolazione”: come se ad
escludere i giovani dal lavoro non sia il modo di produzione capitalistico,
ma il sistema delle tutele conquistato al prezzo di dure lotte.
Sergio Cofferati delinea un’impostazione opposta. “Nelle politiche del
governo - osserva il segretario della Cgil - il lavoro è una cenerentola”.
Dieci mesi dopo l’insediamento del centro-sinistra, e nonostante l’accordo
siglato con i sindacati, in questa direzione “nulla è stato fatto”. La Cgil
non si tira indietro, ma la flessibilità non ha senso se non è “parte di
politiche che abbiano come centro lo sviluppo e il lavoro”. Al contrario, “è
incomprensibile e amaro che la sinistra alimenti divisioni tra le
generazioni proprio in un Paese in cui oltre sette milioni di pensionati
hanno un reddito inferiore a un milione e centomila lire al mese e nessuna
forma di assistenza forte”. Ed “è davvero avvilente discutere con chi ti
accusa di voler conservare e ti indica come modelli luminosi l’Irlanda e la
Corea”. Il governo, se vuole essere credibile, deve “dimostrare
coerentemente che si cambia rotta”, perché - replica a Veltroni il
segretario della Cgil – “il coraggio a volte è semplicemente nella
decisione, banale, di non partecipare al coro dei falsi innovatori”. E
annota in conclusione: “Le tesi che combatto immaginano che sia utile e
produttivo riconoscere le disuguaglianze e addirittura ridurre le tutele”.
Un Cofferati che D’Alema, nel discorso conclusivo del congresso, dichiara di
non aver “mai sentito prima così chiuso e così sordo”. Un vero conservatore,
che rischia di arroccarsi nella “pura testimonianza” mentre ci vuole “il
coraggio di innovare”: il sindacato, per dirla tutta, affronti in modo
aperto la questione della flessibilità e “non si limiti a stare fuori dalle
fabbriche col contratto nazionale in mano”. Insomma, “come nei partiti della
sinistra in Europa”, il leader si colloca tra il sindacato “che è la sua
sinistra” e il governo “che rappresenta equilibri più generali”: però molto
vicino a Veltroni e molto lontano da Cofferati.
E’ stato uno scontro di inusitata durezza, preceduto dalla lettera aperta
inviata al congresso da Silvio Berlusconi, e pubblicata con grande evidenza
da l’Unità, nella quale il capo dell’opposizione propone un patto bipartisan
(anglicismo allora ignoto che da quel momento entrerà anche da noi nel
linguaggio politico), da realizzare in Parlamento allo scopo di “riformare”
la previdenza e il welfare. Secondo il Cavaliere l’obiettivo consiste nel
tagliare “la spesa sociale improduttiva, quella spesa i cui costi, dilatati
e abnormi, sono pagati oggi dai disoccupati e saranno pagati, se non si
provvede, dai nostri figli e nipoti”. La conclusione è coerente: “Non capire
che l’economia ha bisogno, in vista dell’Europa, di un accordo bipartisan
sulla riforma dello Stato sociale, ecco, questo vuol dire precisamente
scherzare con il fuoco e assumere gravi responsabilità verso il Paese”.
Qualcuno fa notare che nelle conclusioni del congresso neanche una parola di
critica è stata spesa per la Confindustria, analogamente a quanto aveva
fatto Veltroni nella relazione d’apertura. E infatti i grandi padroni e
dirigenti della Confindustria medesima, i Callieri, Guidi, Della Valle,
Marcegaglia, applaudono incondizionatamente i leader della sinistra
schierati contro il sindacato. Un paradosso? No, la presa d’atto
dell’“innovazione”, e un inno al coraggio contro la conservazione, come i
padroni stessi hanno modo di dichiarare. Anche Berlusconi, dopo aver mandato
il suo messaggio al congresso, non si lascia sfuggire l’occasione: “Di
Massimo ci si può fidare. Un discorso speculare a quello del Polo, fatto con
grande maturità democratica”.
La dichiarata apertura del governo D’Alema nei confronti del mondo
industriale e finanziario si sarebbe dovuta realizzare soprattutto con due
eventi di grande rilievo, che nelle intenzioni del proponente, oltre a
ottenere il beneficio del consenso tra gli imprenditori, avrebbe dovuto
modernizzare il capitalismo italiano: la completa privatizzazione della
Telecom, mediante la scalata dei nuovi “capitani coraggiosi” guidati da
Roberto Colaninno (altrimenti denominati “nuova razza padana”); e la
privatizzazione dell’Enel, mediante la vendita degli impianti di generazione
elettrica. Come non c’è più il monopolio nelle telecomunicazioni, così non
ci sarà più nell’elettricità e nei servizi gestiti dalle municipalizzate,
annunciava il premier.
Nel complesso il governo D’Alema, pur esibendo in tutti i modi la sua
vicinanza agli ambienti industriali e finanziari, non fu in grado di
elaborare una strategia di modernizzazione del capitalismo italiano. Da
questo punto di vista il leader dei Ds rappresentò una cocente delusione,
soprattutto per i grandi borghesi laici e riformisti. Come ebbe modo di
osservare un esperto del calibro di Guido Rossi, Palazzo Chigi, sotto la
gestione di D’Alema, più che configurarsi come una cabina di regìa capace di
elaborare strategie e di dare ad esse attuazione, assunse le sembianze
ambigue di una merchant bank: “L’unica differenza tra una merchant bank e
Palazzo Chigi è che nella sede del governo non si parla inglese”. |
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