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L’attività di
governo del centro-destra è significativa. Non c’è stata la promessa
riduzione dell’Irpef, ma in compenso ci sono state l’abolizione totale
dell’imposta di successione (un unicum mondiale, che non soltanto va a
vantaggio genericamente dei grandi ricchi, ma soprattutto premia la moderna
ricchezza “smaterializzata”, cioè i giochi di borsa e i titoli, cioè il capo
del governo medesimo); la detassazione degli utili reinvestiti (che da
misura eccezionale sta diventando una regola, come se il compito
istituzionale del capitalista non fosse quello di investire gli utili ma di
portare i capitali all’estero); il premio fiscale, appunto, per il rientro
dei capitali esportati clandestinamente; la sanatoria del nero, con i
contributi pregressi a carico, in parte, dei lavoratori. Per finire, dulcis
in fundo, con la prospettata “riforma” dell’imposta sul reddito, che
riducendo le aliquote capovolge semplicemente il buon senso al di là di ogni
teoria: i più ricchi pagheranno di meno, e viceversa.
Ci sono state poi nuove iniziative a vantaggio del capitale, da realizzare
astutamente a costo zero per l’impresa, e con ulteriori vantaggi che
dovrebbero venire dai fondi pensione e del sistema bancario “riformato”; la
“cartolarizzazione” del patrimonio dello Stato, vale a dire l’emissione di
obbligazioni sugli immobili, con incasso anticipato sulla vendita (anche in
questo caso, un’operazione da primato europeo e mondiale, come dice Giulio
Tremonti); la deregolazione delle ristrutturazioni immobiliari, un vero
trionfo del “fai da te”; i ricorrenti condoni di ogni tipo. E’ un metodico
assalto alle risorse pubbliche, che vengono spolpate fino all’osso da un
aggressivo e ben organizzato esercito di roditori. L’emergenza finanziaria
ne è una dimostrazione, e non è detto che non si replichino gli effetti
degli anni ottanta, quando il deficit dello Stato raggiunse vette inusitate.
Per non parlare della “riforma” della scuola, e di quelle di sanità e
pensioni; della devoluzione, con i diritti ad assetto variabile;
dell’immigrazione a tempo determinato, un puro servizio a disposizione del
capitale, con i diseredati che vengono da altri Paesi trasformati in merce
corvéable à merci mediante legge dello Stato. Il tutto servito à la carte
con un succulento menù di grandi opere annunciate, il cui senso consiste non
già nel rilancio keynesiano della spesa pubblica per accrescere la domanda
effettiva ai fini della piena occupazione, ma nel massiccio trasferimento di
risorse dal pubblico ai privati a sostegno del profitto, in linea con il
modello di George W. Bush. Come ha detto l’ambasciatore americano, Bush e
Berlusconi “si piacciono e si identificano l’uno nell’altro”.
Nel contempo il ministro dell’economia Giulio Tremonti – illuminato
anch’egli, come il suo boss, da un’instancabile “cultura del fare” – ha
sminuzzato, frantumato, tagliato e cucito in una miriade di provvedimenti
una linea di politica economica il cui scopo trasparente consisteva
nell’allargamento del blocco sociale dominante, e nel suo consolidamento sul
territorio, con il conseguente affievolimento dello Stato centrale e una
diversa articolazione dei poteri. Oltre al federalismo imperniato sulla
sussidiarietà che penalizza il Mezzogiorno, vanno in questa direzione i
provvedimenti volti a ristrutturare le fondazioni bancarie e quelli che
trasformano gli enti pubblici in fondazioni private.
Iniziative parziali e anche contraddittorie, che tuttavia hanno puntato a
spezzare antiche tradizioni e assetti di potere, ad articolare i localismi,
e ad allentare la briglia sul collo di un’imprenditoria spregiudicata che
vuole correre, orientata solamente dal fascino perverso del business facile
e immediato. In questo senso il “colbertismo” di Tremonti è espressione
della consapevolezza che non si può radicare il potere dei dominanti senza
il consenso dei dominati, e tendeva a realizzare il modello americano di
riferimento, “basato sull’etica protestante, sulle deduzioni fiscali, sui
fondi pensione e sulle public company” (cioè sulla diffusione dell’azionariato
popolare).
Per potersi realizzare, il progetto aveva bisogno di due condizioni: da una
parte, l’intervento attivo dello Stato e dei poteri pubblici locali per
“liberare” l’impresa; dall’altra, la totale subalternità del lavoro, e
dunque la cancellazione dei diritti E infatti Berlusconi, in nome della
libertà, avrebbe voluto concedere alle imprese il licenziamento libero, e
perciò ha puntato l’indice contro l’articolo 18 dello Statuto dei diritti
dei lavoratori: in contrasto con la Costituzione, e anche con la Carta di
Nizza dell’Unione europea, tutto dovrebbe essere mercificato e monetizzato,
anche la dignità e la libertà della persona.
Non solo. Il Cavaliere ha fatto approvare la legge 30 (14 febbraio 2003),
che legalizza la precarietà del rapporto di lavoro individualizzato, e
avrebbe applaudito alla cancellazione del contratto nazionale. Inoltre
puntava alla “riforma” delle pensioni, prolungando il limite dell’età
pensionabile e riducendo i contributi pagati dalle imprese per i nuovi
assunti, con il triplice effetto di abbassare il livello delle pensioni
future, di mettere fuori equilibrio i conti della previdenza, di minacciare
il livello di vita di chi già è pensionato.
Se l’insieme di queste misure dà la cifra politico-culturale del governo,
emerge in pari tempo un evidente pre-giudizio ideologico, “la mistificazione
della libertà”. Al fondo c’è “l’idea assurda che le persone da sole, fuori
da un quadro di regole condivise, da una protezione sociale acquisita con la
contrattazione collettiva e da un sistema di rappresentanza siano più
libere. E’ una scelta precisa, che un tempo si sarebbe definita “di classe”,
che premia i più ricchi e penalizza i più deboli”. In verità, se per assurdo
la lotta di classe fosse stata davvero definitivamente abolita in virtù
della soprannaturale potenza del pensiero unico, bisognerebbe riconoscere
che il Cavaliere l’ha reinventata e riportata alla luce.
Siamo infatti in presenza di un’inedita e nuova lotta di classe scatenata
dal capitale contro il lavoro: un’offensiva a tutto campo, caldeggiata e
promossa dal Cavaliere in pieno spirito padronale. Diversi sono i
protagonisti, perché è cambiato il capitale, come cambiato è il lavoro. Ma a
differenza del passato, ed essendo per sua natura il Cavaliere uno e trino,
la lotta di classe ha oggi per teatro anche le istituzioni e i pubblici
poteri.
Il Signore di Arcore, che tratta l’Italia come il suo giardino, usa
spregiudicatamente e senza pudore le leggi e gli strumenti dello Stato per
fomentare questa lotta e tutelare in pari tempo i propri personali
interessi. “Politica, informazione, affari convergono a destra, a formare un
nuovo orizzonte di forze d’inaudita violenza. Posso dire, osserva al
riguardo Alberto Asor Rosa, - senza provocare tremori e turbamenti troppo
gravi – che in Italia si è aperta una nuova fase della lotta di classe, che
i nostri avversari concepiscono come lo show down conclusivo?”
E’ la concreta attuazione di una svolta, rispetto al precario equilibrio
degli assetti sociali della transizione italiana. E’ la messa in opera di un
sistema politico-istituzionale diverso, rispetto a quello della Repubblica
democratica fondata sul lavoro. Un impianto che si regge sull’ideologia del
free market, secondo cui il capitale, sciolto da qualsiasi vincolo e spinto
dalla politica, massimizza la crescita e di conseguenza produce occupazione
e distribuzione ottimali. Il capitale deve essere libero e perciò va
liberato dalla gabbia istituzionale che lo imprigiona: il resto, come
l’intendenza di Napoleone, seguirà.
E’ la medesima impostazione che Berlusconi porta in Europa: un grande
“libero” mercato, nel quale ciascuno Stato difende prima di tutto gli
interessi delle imprese, equiparati né più né meno agli interessi nazionali. |
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