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Silvio Berlusconi e il potere del denaro

 
 

3. Il Cavaliere e la mistificazione della libertà

brano 3
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L’attività di governo del centro-destra è significativa. Non c’è stata la promessa riduzione dell’Irpef, ma in compenso ci sono state l’abolizione totale dell’imposta di successione (un unicum mondiale, che non soltanto va a vantaggio genericamente dei grandi ricchi, ma soprattutto premia la moderna ricchezza “smaterializzata”, cioè i giochi di borsa e i titoli, cioè il capo del governo medesimo); la detassazione degli utili reinvestiti (che da misura eccezionale sta diventando una regola, come se il compito istituzionale del capitalista non fosse quello di investire gli utili ma di portare i capitali all’estero); il premio fiscale, appunto, per il rientro dei capitali esportati clandestinamente; la sanatoria del nero, con i contributi pregressi a carico, in parte, dei lavoratori. Per finire, dulcis in fundo, con la prospettata “riforma” dell’imposta sul reddito, che riducendo le aliquote capovolge semplicemente il buon senso al di là di ogni teoria: i più ricchi pagheranno di meno, e viceversa.
Ci sono state poi nuove iniziative a vantaggio del capitale, da realizzare astutamente a costo zero per l’impresa, e con ulteriori vantaggi che dovrebbero venire dai fondi pensione e del sistema bancario “riformato”; la “cartolarizzazione” del patrimonio dello Stato, vale a dire l’emissione di obbligazioni sugli immobili, con incasso anticipato sulla vendita (anche in questo caso, un’operazione da primato europeo e mondiale, come dice Giulio Tremonti); la deregolazione delle ristrutturazioni immobiliari, un vero trionfo del “fai da te”; i ricorrenti condoni di ogni tipo. E’ un metodico assalto alle risorse pubbliche, che vengono spolpate fino all’osso da un aggressivo e ben organizzato esercito di roditori. L’emergenza finanziaria ne è una dimostrazione, e non è detto che non si replichino gli effetti degli anni ottanta, quando il deficit dello Stato raggiunse vette inusitate.
Per non parlare della “riforma” della scuola, e di quelle di sanità e pensioni; della devoluzione, con i diritti ad assetto variabile; dell’immigrazione a tempo determinato, un puro servizio a disposizione del capitale, con i diseredati che vengono da altri Paesi trasformati in merce corvéable à merci mediante legge dello Stato. Il tutto servito à la carte con un succulento menù di grandi opere annunciate, il cui senso consiste non già nel rilancio keynesiano della spesa pubblica per accrescere la domanda effettiva ai fini della piena occupazione, ma nel massiccio trasferimento di risorse dal pubblico ai privati a sostegno del profitto, in linea con il modello di George W. Bush. Come ha detto l’ambasciatore americano, Bush e Berlusconi “si piacciono e si identificano l’uno nell’altro”.
Nel contempo il ministro dell’economia Giulio Tremonti – illuminato anch’egli, come il suo boss, da un’instancabile “cultura del fare” – ha sminuzzato, frantumato, tagliato e cucito in una miriade di provvedimenti una linea di politica economica il cui scopo trasparente consisteva nell’allargamento del blocco sociale dominante, e nel suo consolidamento sul territorio, con il conseguente affievolimento dello Stato centrale e una diversa articolazione dei poteri. Oltre al federalismo imperniato sulla sussidiarietà che penalizza il Mezzogiorno, vanno in questa direzione i provvedimenti volti a ristrutturare le fondazioni bancarie e quelli che trasformano gli enti pubblici in fondazioni private.
Iniziative parziali e anche contraddittorie, che tuttavia hanno puntato a spezzare antiche tradizioni e assetti di potere, ad articolare i localismi, e ad allentare la briglia sul collo di un’imprenditoria spregiudicata che vuole correre, orientata solamente dal fascino perverso del business facile e immediato. In questo senso il “colbertismo” di Tremonti è espressione della consapevolezza che non si può radicare il potere dei dominanti senza il consenso dei dominati, e tendeva a realizzare il modello americano di riferimento, “basato sull’etica protestante, sulle deduzioni fiscali, sui fondi pensione e sulle public company” (cioè sulla diffusione dell’azionariato popolare).
Per potersi realizzare, il progetto aveva bisogno di due condizioni: da una parte, l’intervento attivo dello Stato e dei poteri pubblici locali per “liberare” l’impresa; dall’altra, la totale subalternità del lavoro, e dunque la cancellazione dei diritti E infatti Berlusconi, in nome della libertà, avrebbe voluto concedere alle imprese il licenziamento libero, e perciò ha puntato l’indice contro l’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori: in contrasto con la Costituzione, e anche con la Carta di Nizza dell’Unione europea, tutto dovrebbe essere mercificato e monetizzato, anche la dignità e la libertà della persona.
Non solo. Il Cavaliere ha fatto approvare la legge 30 (14 febbraio 2003), che legalizza la precarietà del rapporto di lavoro individualizzato, e avrebbe applaudito alla cancellazione del contratto nazionale. Inoltre puntava alla “riforma” delle pensioni, prolungando il limite dell’età pensionabile e riducendo i contributi pagati dalle imprese per i nuovi assunti, con il triplice effetto di abbassare il livello delle pensioni future, di mettere fuori equilibrio i conti della previdenza, di minacciare il livello di vita di chi già è pensionato.
Se l’insieme di queste misure dà la cifra politico-culturale del governo, emerge in pari tempo un evidente pre-giudizio ideologico, “la mistificazione della libertà”. Al fondo c’è “l’idea assurda che le persone da sole, fuori da un quadro di regole condivise, da una protezione sociale acquisita con la contrattazione collettiva e da un sistema di rappresentanza siano più libere. E’ una scelta precisa, che un tempo si sarebbe definita “di classe”, che premia i più ricchi e penalizza i più deboli”. In verità, se per assurdo la lotta di classe fosse stata davvero definitivamente abolita in virtù della soprannaturale potenza del pensiero unico, bisognerebbe riconoscere che il Cavaliere l’ha reinventata e riportata alla luce.
Siamo infatti in presenza di un’inedita e nuova lotta di classe scatenata dal capitale contro il lavoro: un’offensiva a tutto campo, caldeggiata e promossa dal Cavaliere in pieno spirito padronale. Diversi sono i protagonisti, perché è cambiato il capitale, come cambiato è il lavoro. Ma a differenza del passato, ed essendo per sua natura il Cavaliere uno e trino, la lotta di classe ha oggi per teatro anche le istituzioni e i pubblici poteri.
Il Signore di Arcore, che tratta l’Italia come il suo giardino, usa spregiudicatamente e senza pudore le leggi e gli strumenti dello Stato per fomentare questa lotta e tutelare in pari tempo i propri personali interessi. “Politica, informazione, affari convergono a destra, a formare un nuovo orizzonte di forze d’inaudita violenza. Posso dire, osserva al riguardo Alberto Asor Rosa, - senza provocare tremori e turbamenti troppo gravi – che in Italia si è aperta una nuova fase della lotta di classe, che i nostri avversari concepiscono come lo show down conclusivo?”
E’ la concreta attuazione di una svolta, rispetto al precario equilibrio degli assetti sociali della transizione italiana. E’ la messa in opera di un sistema politico-istituzionale diverso, rispetto a quello della Repubblica democratica fondata sul lavoro. Un impianto che si regge sull’ideologia del free market, secondo cui il capitale, sciolto da qualsiasi vincolo e spinto dalla politica, massimizza la crescita e di conseguenza produce occupazione e distribuzione ottimali. Il capitale deve essere libero e perciò va liberato dalla gabbia istituzionale che lo imprigiona: il resto, come l’intendenza di Napoleone, seguirà.
E’ la medesima impostazione che Berlusconi porta in Europa: un grande “libero” mercato, nel quale ciascuno Stato difende prima di tutto gli interessi delle imprese, equiparati né più né meno agli interessi nazionali.

 
   

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Ultimo aggiornamento: 06-11-06.