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Berlusconi ha
vinto nel 2001 indicando non una semplice alternanza di governo, ma
prospettando un’altra idea di società, un modello fondato sull’arricchimento
personale, sull’individualismo esasperato sciolto da qualsiasi vincolo,
sull’onnipotenza del denaro che s’incarna non nello spirito
dell’imprenditore puro, ma nell’impura materialità del Cavaliere medesimo.
Un modello che celebra i fasti del capitale identificato nella modernità,
diffuso con le nuove tecnologie e con l’abilità del grande venditore,
confezionato con lustrini e paillettes intorno all’hard core del
tradizionalismo e della conservazione, nell’esaltazione della (di Lui)
proprietà e dello sfruttamento del lavoro come stato di natura.
Ora il berlusconismo è in crisi palese. Ma cosa ha opposto a tale modello la
sinistra, sul piano culturale e ideale, prima ancora che politico?
Sicuramente non un’altra visione del mondo; non le ragioni dei lavoratori e
del lavoro; non convincenti idee-forza di trasformazione e di espansione
democratica; non ideali alternativi di uguaglianza e di libertà, di
solidarietà e di socialismo rinnovato. Ma neanche concreti programmi in
grado di dare efficaci risposte per l’oggi ai problemi dell’occupazione e
del salario, e di trasformare le persone da passivi destinatari del
messaggio mediatico in protagonisti attivi della propria vita e del proprio
destino. Muovendosi nell’orbita neoliberale, che non pone al centro della
rappresentanza i diritti sociali dei lavoratori e dei cittadini, la sinistra
è risultata visibilmente subalterna.
D’altra parte, se il Cavaliere rappresenta innanzitutto se stesso, cioè il
nuovo capitalismo speculativo nella fase della globalizzazione, la sua
leadership in uno dei principali Paesi europei è una smentita clamorosa
della cosiddetta autoreferenzialità della politica. Il patron di Mediaset è
la prova vivente, seppure di modesta levatura, che in definitiva i sistemi
politici rispecchiano sempre in qualche modo la struttura della società, e
che i partiti - secondo la nota definizione di Gramsci – alla resa dei conti
non sono altro che la nomenclatura delle classi.
Ma, detto questo, le novità non sono affatto trascurabili. Non era mai
accaduto nell’Occidente sviluppato che la grande borghesia capitalistica
assumesse direttamente il potere politico, senza mediazioni e con un proprio
partito fatto in casa, a tale scopo costituito senza una storia e una
tradizione politica. In questa forma, così esplicita e diretta, la presa di
potere di Berlusconi è un fenomeno che non ha uguali in Europa e neanche
negli Usa.
Il Cavaliere, e questa è una novità rilevante, dopo aver fondato un proprio
personale partito e averlo insediato nella società, è riuscito per una certa
fase a unificare il grande padronato e i suoi esponenti storici attorno a un
progetto esplicitamente neoliberista, e a costruire un sistema di alleanze
politiche che si articola in un blocco sociale allargato alla piccola e
media borghesia, con adesioni maggioritarie tra gli operai e gli strati
subalterni. “La libera impresa - come osservò a suo tempo l’avvocato Gianni
Agnelli - ha ricevuto un consenso di massa”.
Proprio la vastità del blocco sociale che sorregge il berlusconismo spiega
le fibrillazioni della maggioranza di governo e i contrasti tra le sue
componenti interne, ma è in pari tempo la dimostrazione evidente della
funzione dominante della proprietà e del denaro. L’alleanza tra grande
capitale e padroncini, tra grande impresa e piccola impresa, che costituisce
l’asse su cui si regge il blocco sociale di maggioranza, muove dal
presupposto – come sostiene Giulio Tremonti – che “l’antagonismo
capitale-lavoro non c’è più”, e che perciò il capitale, in tutte le sue
forme e dimensioni, può liberamente dominare il lavoro. La maggioranza di
governo può anche lacerarsi per le passioni e gli odi che la percorrono, per
la perdita di credibilità del suo laeder e per la palese inadeguatezza della
sua classe dirigente, ma per costruire un “blocco storico” alternativo è
indispensabile che il lavoro recuperi la sua autonomia sociale e politica.
Di Silvio Berlusconi sono state celebrate molte indiscutibili virtù: di
essere un riciclato del vecchio sistema di potere, di aver usato concessioni
statali graziosamente elargite da Bettino Craxi per costruire un impero
privato in nome del “libero mercato”, di essere perciò diventato un
quasi-monopolista dell'informazione, di sommare in sé questo ruolo e quello
di capo del governo che tra di loro confliggono, di usare il potere di
condizionamento dell'immagine per manipolare l’opinione pubblica, e così
via. Ma è rimasta costantemente in ombra la caratteristica di fondo da cui
soprattutto il suo potere deriva: di essere cioè il Cavaliere un esponente
di primo piano del moderno capitalismo, che tende a spezzare e travolgere
tutte le vecchie regole, e a instaurarne di nuove a sé confacenti.
Nell'intreccio inedito e persino incestuoso di finanza e media, spettacolo e
sport, economia e politica, impresa e partito, potere di condizionamento e
capacità illusionistiche che danno forma al berlusconismo, tutto si regge
sulla forza e sulla potenza di un fattore primario e decisivo: il capitale.
Il fatto che il Signore di Arcore sia in pari tempo proprietario del più
grande network privato e titolare della più importante carica pubblica non è
solo il segnale preoccupante della lesione dei principi liberal-democratici,
è la prova più lampante e persuasiva della potenza del capitale,
dell'affermazione di un nuovo e inedito potere del grande capitale, che non
riconosce alcun condizionamento, emargina i vecchi capitalisti più o meno
illuminati, e tende a distruggere qualsiasi compromesso con il lavoro. E' il
capitale che consente a Berlusconi di costruire un partito a tempo di
record, trasformando i funzionari di Mediaset in funzionari di partito, e di
creare significative relazioni politiche con la società prima inesistenti:
così la grande impresa si fa prima partito e poi si fa Stato, con la sua
corte di manager, funzionari, professionisti e intellettuali, giullari e
pifferai a stipendio pieno.
In questo processo si manifesta nel modo più vistoso la potenza del
capitale, ma anche il limite invalicabile del berlusconismo, che può
portarlo alla rovina. Infatti, sebbene il management moderno si presenti
come portatore di una “visione del mondo” e addirittura di una filosofia
della vita – un tentativo di egemonia totale, raccontato con maestria da
Paolo Volponi nel romanzo Le mosche del capitale -, la cultura d’impresa che
sta a fondamento del Polo delle libertà non è un collante sufficiente a
tenere insieme una coalizione eterogenea, e a elaborare una politica di
ampio respiro in grado di unificare interessi, culture e tradizioni diverse:
il successo politico del Cavaliere ha aperto contraddizioni nuove nella
società e nel sistema politico.
Con Berlusconi vince una visione dell’impresa e del capitalismo diversa dal
passato, che guarda alla società, cerca direttamente il consenso, e intende
adoperare senza mediazioni e senza limiti il potere dello Stato. Ma il
Cavaliere non è un semplice mandatario dell’impresa nel cuore dello Stato: è
uno degli uomini più ricchi del mondo, un supercapitalista di migliaia di
miliardi, che riunisce in sé – cosa mai vista nella storia delle democrazie
occidentali e neanche nella struttura imperiale americana – i tre poteri
economico, politico e culturale-mediatico, che in uno Stato di diritto
dovrebbero essere per definizione rigorosamente distinti e separati. Qui sta
la radice di una distorsione e di un rischio che vanno ben oltre il
conflitto d’interesse.
I numerosi provvedimenti adottati dal governo, tra i quali quelli decisivi
sul lavoro e sul fisco, come pure i provvedimenti in gestazione o per i
quali il governo ha chiesto la delega, non sono privi di logica: al
contrario, segnano un cammino; e sono del tutto coerenti con gli interessi
della parte di cui il Cavaliere è espressione diretta. La stella polare è
l’impresa (considerata luogo d’elezione non del compromesso tra capitale e
lavoro, ma della dittatura del capitale sul lavoro, forma in cui la
proprietà risplende in tutto il suo fulgore), che viene in ogni modo
privilegiata fino a diventare il centro della società, della politica, delle
istituzioni. Ma proprio questo spiccato orientamento classista, da cui
deriva una politica economica e sociale unilaterale e dannosa, penalizza il
Paese e ne blocca lo sviluppo. Perciò non basta dire che il centro-destra
non sa governare, e che la sua classe dirigente è rozza, o più semplicemente
incapace. |
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