"L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro"

 

 

associazione culturale

 
 

 Il nostro scopo è di indagare le trasformazioni, le condizioni, le ragioni del lavoro insieme alle motivazioni forti della sua rappresentanza



aderisce all'ARS

 

 

Commenti
Registrati
 
Torna alla Home

 

Silvio Berlusconi e il potere del denaro

 
 

2. Il partito della proprietà e dell’impresa

brano 2
    indice
 

Berlusconi ha vinto nel 2001 indicando non una semplice alternanza di governo, ma prospettando un’altra idea di società, un modello fondato sull’arricchimento personale, sull’individualismo esasperato sciolto da qualsiasi vincolo, sull’onnipotenza del denaro che s’incarna non nello spirito dell’imprenditore puro, ma nell’impura materialità del Cavaliere medesimo. Un modello che celebra i fasti del capitale identificato nella modernità, diffuso con le nuove tecnologie e con l’abilità del grande venditore, confezionato con lustrini e paillettes intorno all’hard core del tradizionalismo e della conservazione, nell’esaltazione della (di Lui) proprietà e dello sfruttamento del lavoro come stato di natura.
Ora il berlusconismo è in crisi palese. Ma cosa ha opposto a tale modello la sinistra, sul piano culturale e ideale, prima ancora che politico? Sicuramente non un’altra visione del mondo; non le ragioni dei lavoratori e del lavoro; non convincenti idee-forza di trasformazione e di espansione democratica; non ideali alternativi di uguaglianza e di libertà, di solidarietà e di socialismo rinnovato. Ma neanche concreti programmi in grado di dare efficaci risposte per l’oggi ai problemi dell’occupazione e del salario, e di trasformare le persone da passivi destinatari del messaggio mediatico in protagonisti attivi della propria vita e del proprio destino. Muovendosi nell’orbita neoliberale, che non pone al centro della rappresentanza i diritti sociali dei lavoratori e dei cittadini, la sinistra è risultata visibilmente subalterna.
D’altra parte, se il Cavaliere rappresenta innanzitutto se stesso, cioè il nuovo capitalismo speculativo nella fase della globalizzazione, la sua leadership in uno dei principali Paesi europei è una smentita clamorosa della cosiddetta autoreferenzialità della politica. Il patron di Mediaset è la prova vivente, seppure di modesta levatura, che in definitiva i sistemi politici rispecchiano sempre in qualche modo la struttura della società, e che i partiti - secondo la nota definizione di Gramsci – alla resa dei conti non sono altro che la nomenclatura delle classi.
Ma, detto questo, le novità non sono affatto trascurabili. Non era mai accaduto nell’Occidente sviluppato che la grande borghesia capitalistica assumesse direttamente il potere politico, senza mediazioni e con un proprio partito fatto in casa, a tale scopo costituito senza una storia e una tradizione politica. In questa forma, così esplicita e diretta, la presa di potere di Berlusconi è un fenomeno che non ha uguali in Europa e neanche negli Usa.
Il Cavaliere, e questa è una novità rilevante, dopo aver fondato un proprio personale partito e averlo insediato nella società, è riuscito per una certa fase a unificare il grande padronato e i suoi esponenti storici attorno a un progetto esplicitamente neoliberista, e a costruire un sistema di alleanze politiche che si articola in un blocco sociale allargato alla piccola e media borghesia, con adesioni maggioritarie tra gli operai e gli strati subalterni. “La libera impresa - come osservò a suo tempo l’avvocato Gianni Agnelli - ha ricevuto un consenso di massa”.
Proprio la vastità del blocco sociale che sorregge il berlusconismo spiega le fibrillazioni della maggioranza di governo e i contrasti tra le sue componenti interne, ma è in pari tempo la dimostrazione evidente della funzione dominante della proprietà e del denaro. L’alleanza tra grande capitale e padroncini, tra grande impresa e piccola impresa, che costituisce l’asse su cui si regge il blocco sociale di maggioranza, muove dal presupposto – come sostiene Giulio Tremonti – che “l’antagonismo capitale-lavoro non c’è più”, e che perciò il capitale, in tutte le sue forme e dimensioni, può liberamente dominare il lavoro. La maggioranza di governo può anche lacerarsi per le passioni e gli odi che la percorrono, per la perdita di credibilità del suo laeder e per la palese inadeguatezza della sua classe dirigente, ma per costruire un “blocco storico” alternativo è indispensabile che il lavoro recuperi la sua autonomia sociale e politica.
Di Silvio Berlusconi sono state celebrate molte indiscutibili virtù: di essere un riciclato del vecchio sistema di potere, di aver usato concessioni statali graziosamente elargite da Bettino Craxi per costruire un impero privato in nome del “libero mercato”, di essere perciò diventato un quasi-monopolista dell'informazione, di sommare in sé questo ruolo e quello di capo del governo che tra di loro confliggono, di usare il potere di condizionamento dell'immagine per manipolare l’opinione pubblica, e così via. Ma è rimasta costantemente in ombra la caratteristica di fondo da cui soprattutto il suo potere deriva: di essere cioè il Cavaliere un esponente di primo piano del moderno capitalismo, che tende a spezzare e travolgere tutte le vecchie regole, e a instaurarne di nuove a sé confacenti. Nell'intreccio inedito e persino incestuoso di finanza e media, spettacolo e sport, economia e politica, impresa e partito, potere di condizionamento e capacità illusionistiche che danno forma al berlusconismo, tutto si regge sulla forza e sulla potenza di un fattore primario e decisivo: il capitale.
Il fatto che il Signore di Arcore sia in pari tempo proprietario del più grande network privato e titolare della più importante carica pubblica non è solo il segnale preoccupante della lesione dei principi liberal-democratici, è la prova più lampante e persuasiva della potenza del capitale, dell'affermazione di un nuovo e inedito potere del grande capitale, che non riconosce alcun condizionamento, emargina i vecchi capitalisti più o meno illuminati, e tende a distruggere qualsiasi compromesso con il lavoro. E' il capitale che consente a Berlusconi di costruire un partito a tempo di record, trasformando i funzionari di Mediaset in funzionari di partito, e di creare significative relazioni politiche con la società prima inesistenti: così la grande impresa si fa prima partito e poi si fa Stato, con la sua corte di manager, funzionari, professionisti e intellettuali, giullari e pifferai a stipendio pieno.
In questo processo si manifesta nel modo più vistoso la potenza del capitale, ma anche il limite invalicabile del berlusconismo, che può portarlo alla rovina. Infatti, sebbene il management moderno si presenti come portatore di una “visione del mondo” e addirittura di una filosofia della vita – un tentativo di egemonia totale, raccontato con maestria da Paolo Volponi nel romanzo Le mosche del capitale -, la cultura d’impresa che sta a fondamento del Polo delle libertà non è un collante sufficiente a tenere insieme una coalizione eterogenea, e a elaborare una politica di ampio respiro in grado di unificare interessi, culture e tradizioni diverse: il successo politico del Cavaliere ha aperto contraddizioni nuove nella società e nel sistema politico.
Con Berlusconi vince una visione dell’impresa e del capitalismo diversa dal passato, che guarda alla società, cerca direttamente il consenso, e intende adoperare senza mediazioni e senza limiti il potere dello Stato. Ma il Cavaliere non è un semplice mandatario dell’impresa nel cuore dello Stato: è uno degli uomini più ricchi del mondo, un supercapitalista di migliaia di miliardi, che riunisce in sé – cosa mai vista nella storia delle democrazie occidentali e neanche nella struttura imperiale americana – i tre poteri economico, politico e culturale-mediatico, che in uno Stato di diritto dovrebbero essere per definizione rigorosamente distinti e separati. Qui sta la radice di una distorsione e di un rischio che vanno ben oltre il conflitto d’interesse.
I numerosi provvedimenti adottati dal governo, tra i quali quelli decisivi sul lavoro e sul fisco, come pure i provvedimenti in gestazione o per i quali il governo ha chiesto la delega, non sono privi di logica: al contrario, segnano un cammino; e sono del tutto coerenti con gli interessi della parte di cui il Cavaliere è espressione diretta. La stella polare è l’impresa (considerata luogo d’elezione non del compromesso tra capitale e lavoro, ma della dittatura del capitale sul lavoro, forma in cui la proprietà risplende in tutto il suo fulgore), che viene in ogni modo privilegiata fino a diventare il centro della società, della politica, delle istituzioni. Ma proprio questo spiccato orientamento classista, da cui deriva una politica economica e sociale unilaterale e dannosa, penalizza il Paese e ne blocca lo sviluppo. Perciò non basta dire che il centro-destra non sa governare, e che la sua classe dirigente è rozza, o più semplicemente incapace.

 
   

al brano 3

 

stampa il testo

 

Direttore e webmaster, Ignazio Mazzoli

Inviare domande o segnalazioni di problemi relativi a questo sito Web a [info@articolouno.it].
Copyright © 2002 [articolouno]. Tutti i diritti riservati.
Ultimo aggiornamento: 06-11-06.