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Il centro-sinistra e il valore del lavoro

 
 

1. Bipolarismo politico e consociativismo sociale

brano 1a
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Massimo D’Alema dimostra di ignorare i dati della realtà, cioè le ragioni vere della sconfitta, quando sostiene che esse risiedono non nello sradicamento dei Ds e del centro-sinistra dal fondamento del lavoro, ma nel mancato consenso dei ceti moderati e dell’impresa. E’ la stessa linea di pensiero già adottata da Bettino Craxi, il quale dopo lunghi anni di governo, e prima di essere travolto da Tangentopoli, fu sconfitto elettoralmente e politicamente perché, spostandosi al centro, perse l’elettorato operaio e popolare senza conquistare quello moderato e conservatore, rimase sotto la soglia del 15 per cento, e non riuscì a sorpassare il Pci.
Un’ennesima dimostrazione che la crisi della sinistra non è casuale, ma si presenta ormai da tempo come una crisi di fondo, vale a dire come rottura con la base della società, come frattura tra la struttura sociale e il ceto dirigente in un sistema politico profondamente cambiato, del tutto diverso da quello della Repubblica democratica “fondata sul lavoro”. Un fenomeno complesso e in pari tempo radicale, denominato ambiguamente e con termine riduttivo politicismo, alludendo con ciò alla cosiddetta autoreferenzialità - o separatezza - della politica.
Quando tale fenomeno si verifica, la formazione politica che ne è investita, disancorata dalle classi e dai ceti sociali di cui storicamente è stata espressione, tende a oscillare tra posizioni diverse e persino contrapposte. La sua cultura in genere non produce effettive novità e si trastulla in un eclettismo minimalista. La sua azione diventa fantasmatica e si rinserra nelle istituzioni, non essendo in grado di aggregare blocchi sociali né di promuovere movimenti reali: di una tale formazione politica si dice solitamente che non è né carne né pesce.
Fenomeni vistosi di distacco dalla realtà si osservano in alto e in basso, alla base come al vertice. In tali condizioni, allorché vengono tagliati gli ormeggi con la struttura della società, i partiti tendono a trasformasi in gruppi di pressione, e i gruppi di pressione in gruppi di potere, in burocrazie di “professionisti” il cui fine è la loro medesima riproduzione. La politica, da azione collettiva volta a trasformare le condizioni della vita reale per milioni di donne e di uomini, torna ad essere un privilegio delle élites fondato sul censo e la capacità di controllo dell’opinione. Il partito politico, da libera associazione in cui si esprime la partecipazione dei singoli a un progetto di trasformazione, e dunque da strumento di libertà, viene convertito in apparato burocratico-amministrativo al servizio del leader.
La politica come tecnica allo stato puro e il politico come professionista asettico (insapore e inodore ) sono stati presentati alla stregua di grandi modernizzazioni di sistema: in realtà non sono altro che l’espressione di una crisi di idealità e di progetto, di una forma della politica non più in grado di distinguere tra dominanti e dominati. Il consenso costruito per il tramite dei media è anche la manifestazione dell’assenza di rapporti sociali reali, la certificazione dell’incapacità della politica di uscire dai recinti della gestione del potere e dalla cosiddetta “autoreferenzialità”, per misurarsi con i grandi problemi della società, investita da laceranti trasformazioni.
Perdendo gli ancoraggi sociali, la sinistra di governo perde in pari tempo la sua autonomia culturale e ideale, e si dimostra incapace di formulare una convincente analisi della realtà. In questa condizione di subalternità, la politica si ammala di autismo, ha difficoltà a comunicare perfino con se stessa, e dunque non è più in grado di trasmettere alcunché fuori di sé. Le grandi narrazioni scompaiono, emerge l’egoismo mercantile dell’individuo sferzato dalla cultura “del fare”, e il terreno diventa fertile per gli uomini della provvidenza. Compare e si diffonde “l’illusione del messia”.
Karl Marx, analizzando le condizioni politico-parlamentari e le divisioni che aprirono la strada all’instaurazione della dittatura di Napoleone il Piccolo, osserva che l’avvento di un tale personaggio “mediocre e grottesco”, cui le circostanze consentirono “di fare la parte dell’eroe”, fu possibile anche perché si era diffusa all’epoca una particolare malattia “che relega quelli che ne sono colpiti in un mondo immaginario e toglie loro ogni senso, ogni ricordo, ogni comprensione del rozzo mondo esteriore”. Questa malattia fu da lui definita in modo sarcastico e sprezzante “cretinismo parlamentare”, e non per mancanza di rispetto verso il Parlamento.
Gli errori tattici e strategici dei dirigenti della sinistra e dell’Ulivo sono stati molti, ma proprio perciò bisognerebbe evitare di aggiungere ad essi l’errore capitale e definitivo, che consiste nel non riconoscere che la crisi della sinistra medesima sta nei fondamenti: prima di tutto nel lavoro, che della sinistra di matrice comunista, socialista e anche cattolico-democratica – a differenza di quella di matrice liberal-borghese – è l’asse portante su cui la rappresentanza politica è stata costruita per oltre un secolo.

 
   

al brano 2a

 

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Ultimo aggiornamento: 06-11-06.