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Massimo D’Alema
dimostra di ignorare i dati della realtà, cioè le ragioni vere della
sconfitta, quando sostiene che esse risiedono non nello sradicamento dei Ds
e del centro-sinistra dal fondamento del lavoro, ma nel mancato consenso dei
ceti moderati e dell’impresa. E’ la stessa linea di pensiero già adottata da
Bettino Craxi, il quale dopo lunghi anni di governo, e prima di essere
travolto da Tangentopoli, fu sconfitto elettoralmente e politicamente
perché, spostandosi al centro, perse l’elettorato operaio e popolare senza
conquistare quello moderato e conservatore, rimase sotto la soglia del 15
per cento, e non riuscì a sorpassare il Pci.
Un’ennesima dimostrazione che la crisi della sinistra non è casuale, ma si
presenta ormai da tempo come una crisi di fondo, vale a dire come rottura
con la base della società, come frattura tra la struttura sociale e il ceto
dirigente in un sistema politico profondamente cambiato, del tutto diverso
da quello della Repubblica democratica “fondata sul lavoro”. Un fenomeno
complesso e in pari tempo radicale, denominato ambiguamente e con termine
riduttivo politicismo, alludendo con ciò alla cosiddetta autoreferenzialità
- o separatezza - della politica.
Quando tale fenomeno si verifica, la formazione politica che ne è investita,
disancorata dalle classi e dai ceti sociali di cui storicamente è stata
espressione, tende a oscillare tra posizioni diverse e persino contrapposte.
La sua cultura in genere non produce effettive novità e si trastulla in un
eclettismo minimalista. La sua azione diventa fantasmatica e si rinserra
nelle istituzioni, non essendo in grado di aggregare blocchi sociali né di
promuovere movimenti reali: di una tale formazione politica si dice
solitamente che non è né carne né pesce.
Fenomeni vistosi di distacco dalla realtà si osservano in alto e in basso,
alla base come al vertice. In tali condizioni, allorché vengono tagliati gli
ormeggi con la struttura della società, i partiti tendono a trasformasi in
gruppi di pressione, e i gruppi di pressione in gruppi di potere, in
burocrazie di “professionisti” il cui fine è la loro medesima riproduzione.
La politica, da azione collettiva volta a trasformare le condizioni della
vita reale per milioni di donne e di uomini, torna ad essere un privilegio
delle élites fondato sul censo e la capacità di controllo dell’opinione. Il
partito politico, da libera associazione in cui si esprime la partecipazione
dei singoli a un progetto di trasformazione, e dunque da strumento di
libertà, viene convertito in apparato burocratico-amministrativo al servizio
del leader.
La politica come tecnica allo stato puro e il politico come professionista
asettico (insapore e inodore ) sono stati presentati alla stregua di grandi
modernizzazioni di sistema: in realtà non sono altro che l’espressione di
una crisi di idealità e di progetto, di una forma della politica non più in
grado di distinguere tra dominanti e dominati. Il consenso costruito per il
tramite dei media è anche la manifestazione dell’assenza di rapporti sociali
reali, la certificazione dell’incapacità della politica di uscire dai
recinti della gestione del potere e dalla cosiddetta “autoreferenzialità”,
per misurarsi con i grandi problemi della società, investita da laceranti
trasformazioni.
Perdendo gli ancoraggi sociali, la sinistra di governo perde in pari tempo
la sua autonomia culturale e ideale, e si dimostra incapace di formulare una
convincente analisi della realtà. In questa condizione di subalternità, la
politica si ammala di autismo, ha difficoltà a comunicare perfino con se
stessa, e dunque non è più in grado di trasmettere alcunché fuori di sé. Le
grandi narrazioni scompaiono, emerge l’egoismo mercantile dell’individuo
sferzato dalla cultura “del fare”, e il terreno diventa fertile per gli
uomini della provvidenza. Compare e si diffonde “l’illusione del messia”.
Karl Marx, analizzando le condizioni politico-parlamentari e le divisioni
che aprirono la strada all’instaurazione della dittatura di Napoleone il
Piccolo, osserva che l’avvento di un tale personaggio “mediocre e
grottesco”, cui le circostanze consentirono “di fare la parte dell’eroe”, fu
possibile anche perché si era diffusa all’epoca una particolare malattia
“che relega quelli che ne sono colpiti in un mondo immaginario e toglie loro
ogni senso, ogni ricordo, ogni comprensione del rozzo mondo esteriore”.
Questa malattia fu da lui definita in modo sarcastico e sprezzante
“cretinismo parlamentare”, e non per mancanza di rispetto verso il
Parlamento.
Gli errori tattici e strategici dei dirigenti della sinistra e dell’Ulivo
sono stati molti, ma proprio perciò bisognerebbe evitare di aggiungere ad
essi l’errore capitale e definitivo, che consiste nel non riconoscere che la
crisi della sinistra medesima sta nei fondamenti: prima di tutto nel lavoro,
che della sinistra di matrice comunista, socialista e anche
cattolico-democratica – a differenza di quella di matrice liberal-borghese –
è l’asse portante su cui la rappresentanza politica è stata costruita per
oltre un secolo. |
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