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Silvio Berlusconi e il potere del denaro

 
 

1. Le elezioni del 2001

brano 1
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Dalle analisi dell’Itanes (Italian national election studies), un programma di ricerca presso l’Istituto Cattaneo di Bologna, risulta che nelle elezioni politiche del 2001 i Ds “‘catturano’ appena il 16,4 per cento del voto degli operai nelle imprese private”, e che perciò “la ‘classe operaia’ (…) appare nettamente sottorappresentata nel principale partito della sinistra”. D’altra parte, prendendo in considerazione il voto operaio di Rifondazione comunista, il quadro non cambia, anzi peggiora: infatti per Rifondazione “vota solo l’11,5 per cento degli operai delle aziende private”. Poiché il partito di Berlusconi, tra i medesimi lavoratori del settore privato, raggiunge una percentuale del 30,6 per cento, un valore quasi doppio rispetto a quello dei Ds, si deve constatare che “anche la somma delle percentuali dei voti operai per Ds e Rc risulta inferiore al consenso ottenuto da Forza Italia”..
Non c’è dubbio che questa sia un’innovazione rilevante nella conformazione del sistema politico in Italia. E infatti lo scienziato sociale, nella sua imperturbabilità, commenta: “Certamente, questo è un esito meritevole di assoluto rilievo”. Politicamente è però qualcosa di più, è l’accertamento dell’avvenuto espianto dal fondamento sociale più profondo della sinistra di matrice operaia e popolare, nelle sue diverse configurazioni e culture.
Nella scala del voto attribuito ai Ds dalle diverse classi e categorie sociali, all’ultimo posto con il 12,8 per cento stanno i disoccupati, preceduti dagli operai e impiegati esecutivi privati (con il 16,4 per cento, come abbiamo visto), a loro volta sopravanzati dai commercianti e artigiani (16,8 per cento) e dagli imprenditori e professionisti (19,5 per cento), mentre al vertice troviamo i dirigenti e impiegati pubblici compresi gli insegnanti (30,2 per cento), e i dirigenti e impiegati privati (25,3 per cento). Una graduatoria pressoché rovesciata del voto attribuito a Forza Italia, dove al vertice si situano le casalinghe (45 per cento) e i disoccupati (42 per cento), mentre in fondo stanno in ordine decrescente i dirigenti e impiegati privati (22,8 per cento), gli studenti (20,3 per cento), i dirigenti e impiegati pubblici insieme agli insegnanti (12,3 per cento).
Sono dati confermati da una ricerca Unicab pubblicata da l’Unità, che mette in luce l’addensamento del corpo elettorale dei Democratici di sinistra nei ceti medio-alti. In altre parole, il voto diessino è direttamente proporzionale al livello del reddito: quanto più questo è alto, tanto maggiore è il consenso. Emerge con tutta evidenza l’apparente paradosso secondo cui le fasce sociali più povere votano in maggioranza per la destra, e costituiscono la massa di gran lunga prevalente della non partecipazione al voto. Infatti, “dove il disagio è più forte (disoccupati, famiglie a basso reddito, pensionati) la percentuale di consenso espressa ai partiti è stata del 50 per cento contro il 95 per cento di chi vive in condizioni di agio”
E’ stato Stanley Greenberg, consigliere di Al Gore e di Francesco Rutelli, a porre la domanda cruciale dopo la vittoria di George W. Bush: “Che ne è di un movimento progressista quando non aspira più a rappresentare gli elettori della working-class?” Domanda più che legittima, ed anzi inevitabile, dal momento che, come osserva lo stesso Greenberg, “abbiamo perso nelle fasce più basse e abbiamo vinto in quelle più alte”. Fenomeno, questo, riscontrabile anche in Europa, a Parigi come a Vienna, ben prima del voto che in Italia ha dato la vittoria a Berlusconi.
Il fatto che i Ds e Rifondazione messi insieme abbiano raccolto meno voti operai di Forza Italia dimostra non che gli operai e i lavoratori dipendenti si sono dileguati dalla società, ingoiati dagli ideologismi del “nuovo pensiero” e dalla “civiltà dell’informazione”, ma che essi votano in stragrande maggioranza per il partito dei padroni. Un risultato senza precedenti nell’Italia democratica, che ci parla con eloquenza della mutazione genetica dell’intera sinistra italiana. Ma, nello stesso tempo, un effetto catastrofico, che va ben al di là di una sconfitta elettorale.
A conclusione di un decennio - questo è il punto d’approdo della cosiddetta transizione dalla prima alla seconda Repubblica – una parte decisiva della società italiana, il lavoro salariato e dipendente, oggi non dispone più di un’autonoma e libera rappresentanza in cui riconoscersi. Si è aperto un vuoto nel sistema politico, con ripercussioni evidenti sull’assetto democratico dell’Italia e in tutti i campi della vita civile, sociale, culturale. Un’intera realtà del Paese è stata politicamente cancellata: sia perché i Ds non hanno voluto essere e non sono il partito dei lavoratori, sia perché Rifondazione comunista non ha per questo fine la forza e neanche l’ispirazione, sia perché altre formazioni di sinistra, come il Pdci di Cossutta e Diliberto, dispongono di un consenso ancora minore. Di fronte al partito della proprietà e dell’impresa, per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana, resta solo il sindacato a tutela del lavoro.

 
   

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Ultimo aggiornamento: 06-11-06.