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Innanzitutto, ringrazio Aldo Tortorella e l’Associazione per il
rinnovamento della sinistra per aver voluto insieme a noi organizzare
questo convegno, come pure ringrazio i relatori e tutti i presenti.
La nostra iniziativa si svolge nel momento in cui si è acceso, forse
tardivamente, il confronto tra i poli sulla riscrittura della
Costituzione e sull’ordinamento della Repubblica. Il centro-destra, come
ha sottolineato Romano Prodi, nel momento stesso in cui frantuma
l’unitarietà dei diritti con la devoluzione, appare decisamente
orientato verso una scelta plebiscitaria che travolge il bilanciamento
dei poteri, e fa del capo dell’esecutivo il vero padrone del Parlamento.
Una scelta grave, ma non inaspettata, da contrastare comunque con
decisione.
Con l’incontro di oggi e con diverse iniziative che seguiranno, noi di "articolouno",
insieme all’Ars, intendiamo proporre una riflessione intorno a un nodo
problematico, che è istituzionale e al tempo stesso sociale e politico,
sul quale persiste un cono d’ombra. Parlo dell’erosione costante del
fondamento della Repubblica, che i costituenti hanno individuato nel
lavoro, e quindi dei principi fondamentali che regolano il patto tra gli
italiani.
C’è anzi da domandarsi se l’offensiva a tutto campo promossa dal
centro-destra per la riscrittura della Costituzione non abbia tratto
vigore proprio da questa erosione, come dimostra per esempio la legge
30. La risposta a nostro parere lascia pochi dubbi. Di qui una
preoccupazione e un allarme: in discussione, con tutta evidenza, non è
solo la seconda parte della Costituzione, ma anche la prima riguardante
i diritti e i doveri, i rapporti economici e politici, e dunque i
diritti sociali come dimensione nuova e moderna della cittadinanza.
In breve, siamo in presenza di un vero e proprio tentativo di
rovesciamento dell’impianto costituzionale, volto a cambiare la natura
dello Stato e dei pubblici poteri. Questa è la portata della
“rivoluzione neoliberista” in atto, secondo noi. Tuttavia, abbiamo
voluto mettere un punto di domanda nel titolo del convegno per indicare
che, nonostante l’ampiezza e la profondità dell’offensiva, il filo che
lega la Costituzione al lavoro non è stato ancora definitivamente
spezzato.
Dobbiamo però ricordare che Berlusconi ha posto da tempo il problema del
cambio costituzionale perché secondo lui la Costituzione del 1947 non
tutela a sufficienza la proprietà e l’impresa. L’obiettivo più volte
dichiarato è rendere egemone e istituzionalmente riconosciuto il potere
esorbitante del denaro, assicurare la “liberazione” e quindi la libertà
del capitale senza alcun vincolo, dare centralità all’impresa non solo
nell’economia ma anche nella società, come pure nelle istituzioni
nazionali e sopranazionali.
Dovrebbe essere la sanzione definitiva di quella gigantesca asimmetria
del potere, chiamiamola così, che si è verificata non solo nei rapporti
economici a conclusione del Novecento, e che ha assunto la forma del
neoliberismo globale. Un processo nel quale il lavoro retrocede da
diritto a merce, il lavoratore decade a oggetto passivo del messaggio
mediatico, la politica torna a essere un privilegio delle élites fondato
sul censo e la capacità di controllo dell’opinione, che chiude gli spazi
pubblici e frantuma l’agire collettivo, mentre la democrazia si
isterilisce in un semplice gioco di alternanza tra gruppi di potere.
Il problema è la risposta della sinistra: se fa propria, come finora
largamente è avvenuto, la cultura d’impresa, da cui deriva
l’accettazione del liberismo - sia pure temperato - come orientamento
culturale e comportamento politico; o se assume il valore sociale del
lavoro come riferimento per la sua cultura, la sua politica, la sua
rappresentanza. Come è evidente, sono due scelte completamente diverse.
La prima comporta, nella sostanza, l’accettazione dell’unilateralismo
del capitale e del mercato, e quindi una frattura, sul terreno politico,
con la rappresentanza del lavoro: alla fine di questo tunnel c’è il
moderno partito del business e dell’impresa, come attualmente si
autodefinisce il Labour di Blair, che assicura l’alternanza al governo
della borghesia dominante, con il mondo del lavoro pregiudizialmente
escluso perché privo di un’autonoma e libera rappresentanza politica.
La seconda scelta comporta, al contrario, il riconoscimento delle grandi
trasformazioni del lavoro e, insieme, del ruolo fondamentale, sebbene
non totalitario, che il lavoro svolge nella conformazione della società
moderna. Da cui deriva la necessità di un’analisi criticamente
aggiornata della dualità lavoro-capitale e del conflitto, nelle forme
nuove e inedite in cui si manifesta dopo il Novecento. Non come
rievocazione del passato appunto, ma come chiave critica della
modernità, e anche come capacità d’interpretare i movimenti diversi che
attraversano le società di oggi.
Affermare che il lavoro è cambiato, che non esiste più la fabbrica
fordista, che la rivoluzione informatica ha trasformato il modo di
produrre e anche di consumare e così via, a dire il vero però non basta,
proprio perché il modo di produzione capitalistico si caratterizza per
il suo movimento perenne, per il rivoluzionamento continuo degli
strumenti e dei rapporti di produzione, quindi dell’insieme dei rapporti
sociali. Il punto è se in questo movimento perenne l’ottica che si
assume è quella dei lavoratori, o quella di chi comanda sui lavoratori.
Pensiamo che sia un’illusione rischiosa ritenere che penalizzando il
lavoro e colpendo i suoi diritti, si possano mantenere integri gli altri
diritti. Perciò noi di "articolouno", pur con le nostre forze minime ma
in collaborazione con tutti coloro che vorranno partecipare, intendiamo
porre al centro dell’analisi il lavoro non solo nei suoi contenuti
economici e sociali, ma anche nelle sue connessioni con la
rappresentanza sindacale e con il sistema politico. Ciò che ci porta
inevitabilmente a considerare i contenuti della democrazia, a scoprire
il valore degli spazi pubblici, a mettere in rilievo la centralità dei
beni comuni.
All’iniziativa di oggi, che è indicativa del nostro indirizzo di
ricerca, seguirà un’inchiesta in presa diretta nelle diverse parti del
Paese e nelle diverse forme del lavoro, alla scoperta delle donne e
degli uomini in carne ed ossa che portano sulle loro spalle l’Italia.
Inoltre, è nei nostri progetti un’iniziativa in comune con operatori
dell’informazione per mettere a fuoco come il tema del lavoro viene
trattato dai media.
Il dato saliente di questi anni, secondo noi, è stata la svalorizzazione
del lavoro, la sua dissipazione, che ha generato precarietà,
disuguaglianze, povertà e nuove ingiustizie: un processo globale che fa
esplodere il mondo e spacca le società nei Paesi avanzati, a cominciare
dagli Stati Uniti. Svalorizzazione in termini di accresciuto
sfruttamento, di iniqua distribuzione del reddito a vantaggio di rendite
e profitti mentre cresce il lavoro dipendente, in termini di instabilità
e insicurezza che tagliano fuori le generazioni giovani. Svalorizzazione
del lavoro nell’economia e nella società, ma anche nella cultura e nella
comunicazione, che mina la coesione nazionale, fa declinare il Paese e
lo spinge all’indietro.
L’idea che si possa oggi proseguire sulla stessa strada mentre il nostro
apparato produttivo va in pezzi è semplicemente suicida. E non solo
perché il lavoro insieme alla natura è la fonte di ogni ricchezza, ed è
l’unica vera risorsa di cui il Paese dispone. Ma anche perché la
competizione con Paesi come Cina e India sul terreno del costo del
lavoro e delle delocalizzazioni è perdente in partenza, fondata com’è
sulla rinuncia all’innovazione vera e al rischio d’impresa. Inoltre
declassa diritti e tutele ai livelli più bassi. Ma declassando diritti e
tutele certamente non progredisce il Paese.
La nostra idea è che occorra uscire dal gioco dell’alternanza tra
liberismo selvaggio e liberismo mite, e proporre un altro principio,
coesivo e unificante: esattamente la valorizzazione del lavoro, inteso
come quel vasto complesso di forze anche intellettuali, tradizionali (il
lavoro dipendente) e nuove (il lavoro autonomo subalterno) che
costituiscono il tessuto connettivo dell’Italia di oggi.
Ciò ci induce a riflettere su alcuni temi cruciali: l’esigenza, di
fronte alla globalizzazione del capitale, di globalizzare i diritti; la
possibilità di definire in Europa alcuni standard sociali comuni,
rovesciando la direttiva Bolkentein; la necessità di portare la lotta
per la valorizzazione e i diritti del lavoro dentro le istituzioni
internazionali come il WTO. Emerge inoltre l’esigenza di un profondo
ripensamento delle politiche pubbliche, in modo da sollecitare,
direttamente e indirettamente, lo spostamento dei capitali dalle rendite
e dalla finanza verso gli impieghi produttivi, la ricerca,
l’innovazione, la fruizione dei beni comuni.
C’è da dire che, con la Costituzione della Repubblica, abbiamo in Italia
una carta in più. Ma proprio perciò serve una visione dinamica e moderna
della Costituzione stessa, quale essa è nella realtà, e non una
posizione stanca e confusamente revisionistica. Non ci può infatti
sfuggire che la “capitalizzazione” della società, che sta al fondo del
neoliberismo, ossia l’idea di una società conformata sul capitale come
misura di tutte le cose, e quindi sull’unico criterio dei costi e
ricavi, comporta insieme alla privatizzazione universale la costruzione
di un ordine istituzionale a ciò conforme.
Non siamo di fronte a un semplice ritorno al passato, ma a una
costruzione ideologica strutturata e totalizzante, che per realizzarsi
ha bisogno della cancellazione della sua antitesi, cioè del lavoro come
soggetto autonomo, sindacalmente organizzato e politicamente
rappresentato. L’esatto contrario di ciò che prescrive la Costituzione,
come ben si vede soprattutto dall’articolo tre: una Costituzione che
distingue e separa, e dunque offre al mondo del lavoro e alle sinistre
un punto di riferimento che in questa fase appare decisivo. Infatti non
basta dare al lavoro la denominazione di “capitale umano” per decretarne
la fine.
Ecco perché a noi pare che il filo che lega Costituzione e lavoro non
sia stato, nonostante tutto, spezzato. Il centro-sinistra non ha ancora
un programma. Forse il modo più efficace e incisivo per scriverlo è
cominciare proprio da qui: dalla Costituzione fondata sul lavoro, e dai
suoi principi portanti.
Paolo Ciofi
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