"L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro"

 

 

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 Il nostro scopo è di indagare le trasformazioni, le condizioni, le ragioni del lavoro insieme alle motivazioni forti della sua rappresentanza



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  Il 15 marzo: un convegno di successo  
  L'introduzione di Paolo Ciofi  
 

 

       Innanzitutto, ringrazio Aldo Tortorella e l’Associazione per il rinnovamento della sinistra per aver voluto insieme a noi organizzare questo convegno, come pure ringrazio i relatori e tutti i presenti.
La nostra iniziativa si svolge nel momento in cui si è acceso, forse tardivamente, il confronto tra i poli sulla riscrittura della Costituzione e sull’ordinamento della Repubblica. Il centro-destra, come ha sottolineato Romano Prodi, nel momento stesso in cui frantuma l’unitarietà dei diritti con la devoluzione, appare decisamente orientato verso una scelta plebiscitaria che travolge il bilanciamento dei poteri, e fa del capo dell’esecutivo il vero padrone del Parlamento. Una scelta grave, ma non inaspettata, da contrastare comunque con decisione.
Con l’incontro di oggi e con diverse iniziative che seguiranno, noi di "articolouno", insieme all’Ars, intendiamo proporre una riflessione intorno a un nodo problematico, che è istituzionale e al tempo stesso sociale e politico, sul quale persiste un cono d’ombra. Parlo dell’erosione costante del fondamento della Repubblica, che i costituenti hanno individuato nel lavoro, e quindi dei principi fondamentali che regolano il patto tra gli italiani.
C’è anzi da domandarsi se l’offensiva a tutto campo promossa dal centro-destra per la riscrittura della Costituzione non abbia tratto vigore proprio da questa erosione, come dimostra per esempio la legge 30. La risposta a nostro parere lascia pochi dubbi. Di qui una preoccupazione e un allarme: in discussione, con tutta evidenza, non è solo la seconda parte della Costituzione, ma anche la prima riguardante i diritti e i doveri, i rapporti economici e politici, e dunque i diritti sociali come dimensione nuova e moderna della cittadinanza.
In breve, siamo in presenza di un vero e proprio tentativo di rovesciamento dell’impianto costituzionale, volto a cambiare la natura dello Stato e dei pubblici poteri. Questa è la portata della “rivoluzione neoliberista” in atto, secondo noi. Tuttavia, abbiamo voluto mettere un punto di domanda nel titolo del convegno per indicare che, nonostante l’ampiezza e la profondità dell’offensiva, il filo che lega la Costituzione al lavoro non è stato ancora definitivamente spezzato.
Dobbiamo però ricordare che Berlusconi ha posto da tempo il problema del cambio costituzionale perché secondo lui la Costituzione del 1947 non tutela a sufficienza la proprietà e l’impresa. L’obiettivo più volte dichiarato è rendere egemone e istituzionalmente riconosciuto il potere esorbitante del denaro, assicurare la “liberazione” e quindi la libertà del capitale senza alcun vincolo, dare centralità all’impresa non solo nell’economia ma anche nella società, come pure nelle istituzioni nazionali e sopranazionali.
Dovrebbe essere la sanzione definitiva di quella gigantesca asimmetria del potere, chiamiamola così, che si è verificata non solo nei rapporti economici a conclusione del Novecento, e che ha assunto la forma del neoliberismo globale. Un processo nel quale il lavoro retrocede da diritto a merce, il lavoratore decade a oggetto passivo del messaggio mediatico, la politica torna a essere un privilegio delle élites fondato sul censo e la capacità di controllo dell’opinione, che chiude gli spazi pubblici e frantuma l’agire collettivo, mentre la democrazia si isterilisce in un semplice gioco di alternanza tra gruppi di potere.
Il problema è la risposta della sinistra: se fa propria, come finora largamente è avvenuto, la cultura d’impresa, da cui deriva l’accettazione del liberismo - sia pure temperato - come orientamento culturale e comportamento politico; o se assume il valore sociale del lavoro come riferimento per la sua cultura, la sua politica, la sua rappresentanza. Come è evidente, sono due scelte completamente diverse.
La prima comporta, nella sostanza, l’accettazione dell’unilateralismo del capitale e del mercato, e quindi una frattura, sul terreno politico, con la rappresentanza del lavoro: alla fine di questo tunnel c’è il moderno partito del business e dell’impresa, come attualmente si autodefinisce il Labour di Blair, che assicura l’alternanza al governo della borghesia dominante, con il mondo del lavoro pregiudizialmente escluso perché privo di un’autonoma e libera rappresentanza politica.
La seconda scelta comporta, al contrario, il riconoscimento delle grandi trasformazioni del lavoro e, insieme, del ruolo fondamentale, sebbene non totalitario, che il lavoro svolge nella conformazione della società moderna. Da cui deriva la necessità di un’analisi criticamente aggiornata della dualità lavoro-capitale e del conflitto, nelle forme nuove e inedite in cui si manifesta dopo il Novecento. Non come rievocazione del passato appunto, ma come chiave critica della modernità, e anche come capacità d’interpretare i movimenti diversi che attraversano le società di oggi.
Affermare che il lavoro è cambiato, che non esiste più la fabbrica fordista, che la rivoluzione informatica ha trasformato il modo di produrre e anche di consumare e così via, a dire il vero però non basta, proprio perché il modo di produzione capitalistico si caratterizza per il suo movimento perenne, per il rivoluzionamento continuo degli strumenti e dei rapporti di produzione, quindi dell’insieme dei rapporti sociali. Il punto è se in questo movimento perenne l’ottica che si assume è quella dei lavoratori, o quella di chi comanda sui lavoratori.
Pensiamo che sia un’illusione rischiosa ritenere che penalizzando il lavoro e colpendo i suoi diritti, si possano mantenere integri gli altri diritti. Perciò noi di "articolouno", pur con le nostre forze minime ma in collaborazione con tutti coloro che vorranno partecipare, intendiamo porre al centro dell’analisi il lavoro non solo nei suoi contenuti economici e sociali, ma anche nelle sue connessioni con la rappresentanza sindacale e con il sistema politico. Ciò che ci porta inevitabilmente a considerare i contenuti della democrazia, a scoprire il valore degli spazi pubblici, a mettere in rilievo la centralità dei beni comuni.
All’iniziativa di oggi, che è indicativa del nostro indirizzo di ricerca, seguirà un’inchiesta in presa diretta nelle diverse parti del Paese e nelle diverse forme del lavoro, alla scoperta delle donne e degli uomini in carne ed ossa che portano sulle loro spalle l’Italia. Inoltre, è nei nostri progetti un’iniziativa in comune con operatori dell’informazione per mettere a fuoco come il tema del lavoro viene trattato dai media.
Il dato saliente di questi anni, secondo noi, è stata la svalorizzazione del lavoro, la sua dissipazione, che ha generato precarietà, disuguaglianze, povertà e nuove ingiustizie: un processo globale che fa esplodere il mondo e spacca le società nei Paesi avanzati, a cominciare dagli Stati Uniti. Svalorizzazione in termini di accresciuto sfruttamento, di iniqua distribuzione del reddito a vantaggio di rendite e profitti mentre cresce il lavoro dipendente, in termini di instabilità e insicurezza che tagliano fuori le generazioni giovani. Svalorizzazione del lavoro nell’economia e nella società, ma anche nella cultura e nella comunicazione, che mina la coesione nazionale, fa declinare il Paese e lo spinge all’indietro.
L’idea che si possa oggi proseguire sulla stessa strada mentre il nostro apparato produttivo va in pezzi è semplicemente suicida. E non solo perché il lavoro insieme alla natura è la fonte di ogni ricchezza, ed è l’unica vera risorsa di cui il Paese dispone. Ma anche perché la competizione con Paesi come Cina e India sul terreno del costo del lavoro e delle delocalizzazioni è perdente in partenza, fondata com’è sulla rinuncia all’innovazione vera e al rischio d’impresa. Inoltre declassa diritti e tutele ai livelli più bassi. Ma declassando diritti e tutele certamente non progredisce il Paese.
La nostra idea è che occorra uscire dal gioco dell’alternanza tra liberismo selvaggio e liberismo mite, e proporre un altro principio, coesivo e unificante: esattamente la valorizzazione del lavoro, inteso come quel vasto complesso di forze anche intellettuali, tradizionali (il lavoro dipendente) e nuove (il lavoro autonomo subalterno) che costituiscono il tessuto connettivo dell’Italia di oggi.
Ciò ci induce a riflettere su alcuni temi cruciali: l’esigenza, di fronte alla globalizzazione del capitale, di globalizzare i diritti; la possibilità di definire in Europa alcuni standard sociali comuni, rovesciando la direttiva Bolkentein; la necessità di portare la lotta per la valorizzazione e i diritti del lavoro dentro le istituzioni internazionali come il WTO. Emerge inoltre l’esigenza di un profondo ripensamento delle politiche pubbliche, in modo da sollecitare, direttamente e indirettamente, lo spostamento dei capitali dalle rendite e dalla finanza verso gli impieghi produttivi, la ricerca, l’innovazione, la fruizione dei beni comuni.
C’è da dire che, con la Costituzione della Repubblica, abbiamo in Italia una carta in più. Ma proprio perciò serve una visione dinamica e moderna della Costituzione stessa, quale essa è nella realtà, e non una posizione stanca e confusamente revisionistica. Non ci può infatti sfuggire che la “capitalizzazione” della società, che sta al fondo del neoliberismo, ossia l’idea di una società conformata sul capitale come misura di tutte le cose, e quindi sull’unico criterio dei costi e ricavi, comporta insieme alla privatizzazione universale la costruzione di un ordine istituzionale a ciò conforme.
Non siamo di fronte a un semplice ritorno al passato, ma a una costruzione ideologica strutturata e totalizzante, che per realizzarsi ha bisogno della cancellazione della sua antitesi, cioè del lavoro come soggetto autonomo, sindacalmente organizzato e politicamente rappresentato. L’esatto contrario di ciò che prescrive la Costituzione, come ben si vede soprattutto dall’articolo tre: una Costituzione che distingue e separa, e dunque offre al mondo del lavoro e alle sinistre un punto di riferimento che in questa fase appare decisivo. Infatti non basta dare al lavoro la denominazione di “capitale umano” per decretarne la fine.
Ecco perché a noi pare che il filo che lega Costituzione e lavoro non sia stato, nonostante tutto, spezzato. Il centro-sinistra non ha ancora un programma. Forse il modo più efficace e incisivo per scriverlo è cominciare proprio da qui: dalla Costituzione fondata sul lavoro, e dai suoi principi portanti.

Paolo Ciofi

 
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Ultimo aggiornamento: 06-11-06.