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Il tema del
rapporto tra Costituzione e lavoro, da gran tempo fuori dell'agenda
politica, è stato riproposto da un incontro cui erano chiamati a
riferire (per iniziativa delle Associazioni "Articolo uno" e
"Rinnovamento della Sinistra") alcuni dei più forti specialisti della
loro materia: un costituzionalista, Mario Dogliani, un sociologo,
Luciano Gallino, un giurista del lavoro, Giovanni Alleva, uno studioso
del lavoro e del mondo sindacale, Francesco Garibaldo. Ne è venuta una
richiesta a tutti i partiti dell'"Unione" e in primo luogo a quelli che
si dichiarano di sinistra perché concepiscano come asse della loro
proposta al Paese la riscoperta di una civiltà "fondata sul lavoro",
come recita la Costituzione italiana, e non sul potere assoluto del
capitale finanziario e dell'impresa, secondo lo stravolgimento
costituzionale in atto e secondo la costituzione materiale che si viene
radicando anche in Europa ad imitazione del modello offerto dagli Stati
Uniti.
C'è, nella
deriva italiana, una responsabilità delle sinistre, a partire dalle più
moderate, che, come ha chiarito Paolo Ciofi nella introduzione, hanno
rinunciato esse stesse a fondarsi sul lavoro e che, anziché criticare le
proprie insufficienze o le strumentalità o gli errori nel modo di
rappresentarlo, hanno preferito ignorare la necessità di una scelta
netta nel conflitto di classe presente nella realtà sociale. All'origine
del rischio di una tendenza neoautoritaria implicita nella riforma
costituzionale, rischio sottolineato da Prodi, c'è innanzitutto questo
scollamento dal lavoro.
La stessa
giusta denuncia di Prodi - dice Dogliani - interviene, però, in una
situazione già gravemente compromessa. Il metodo maggioritario spinge
verso una dittatura della maggioranza e, dunque, la introduzione di quel
metodo, come insegna la dottrina e la pratica democratica, doveva essere
accompagnato dalle norme per evitare quel pericolo. Ciò non si è fatto.
Non si è visto che il fondamento nel lavoro stabilito nell'articolo uno
nasceva da un lato da una convergenza di posizioni, poiché tutte le
maggiori forze fondative della Repubblica si proponevano di
rappresentare il lavoro, dall'altro da un conflitto sul significato e
sul modo di questa rappresentanza. La costituzione materiale cambia
perché mutano le basi di fatto nei rapporti sociali, ma anche perché
quelle forze che avrebbero dovuto mantenere aperto il conflitto
democratico hanno attenuato o dismesso la propria volontà di promuovere
la visione originaria della Costituzione. L'Italia si è così ridotta a
diventare, e in parte già a essere, un Paese senza Costituzione, dove
ogni avventura è possibile, comprese le più contrarie alle elementari
norme della democrazia. Ricostruire un modello di riferimento sarà una
impresa difficilissima, ma non perciò meno doverosa.
Sulle
difficoltà torna Luciano Gallino esaminando la frantumazione del lavoro
nel tempo del mercato unico mondiale. Una frantumazione non fatale, ma
dettata dal criterio della massimizzazione del profitto o, addirittura,
del mero valore degli indici del mercato borsistico. La svalutazione del
lavoro è un processo materiale (le esternalizzazioni e,
contemporaneamente, gli appalti interni alle stesse mura dell'impresa;
la miriade di contratti precari diventati norma; le delocalizzazioni
ecc.) ma è contemporaneamente il risultato di un assunto culturale: il
primato dell'efficacia e dell'efficienza (a prescindere dalla asserita
centralità della persona). Ma Gallino contesta questa pretesa
giustificazione: sempre di più si dimostra che efficacia ed efficienza
non si perseguono con il sistema del lavoro insicuro, ma con la
stabilità, la competenza, la qualificazione.
Alleva
ribadisce a proposito della destrutturazione del lavoro e del diritto
del lavoro operato in Italia, che entrambi i processi vengono non da
cause oggettive, ma da cause che hanno attinenza con il potere sociale,
cioè con il prevalere di una parte sull'altra. C'era - si chiede Alleva
- un eccesso di rigidità nei rapporti contrattuali e nella legislazione
del lavoro tali da provocare un non dichiarato ma effettivo "sciopero
del padronato"? Poteva essere un tema di discussione. Ma la
rivendicazione e l'attuazione di un pieno potere padronale non ha certo
generato soluzioni economicamente positive: al contrario, il declino si
è accentuato grandemente. Dapprima per effetto di interpretazioni
giudiziarie della legislazione considerata restrittiva poi a causa della
legiferazione (iniziata dal centro-sinistra) si è avuta quella
estensione del precariato le cui conseguenze incominciano ad allarmare
non più solo i sindacati dei lavoratori, data la caduta della
produttività. Dunque vi può essere anche un cauto ottimismo, dice
Alleva: le contraddizioni pesano e cominciano a farsi sentire.
Ma non si può
risalire la china così precipitosamente discesa, sostiene Garibaldo,
senza il costituirsi di nuove soggettività capaci di risollevare le
ragioni attuali del conflitto sociale e di interpretarlo politicamente.
La situazione cui si è giunti è quella di cancellazioni di conquiste del
lavoro iniziate un secolo e mezzo fa. C'è il ritorno del lavoro
dipendente a pura merce, una "vaporizzazione dei diritti", una
teorizzazione della società di "proprietari" in cui il lavoratore è
concepito come proprietario della propria competenza, che si presenta da
solo sul mercato. Il "potere di coalizione" dei lavoratori che ha
caratterizzato l'età della crescita dei diritti è stata in larga misura
infranta - a cominciare dagli Stati Uniti. Ma una nuova soggettività non
può pensare di ripetere la strada leninistica: essa deve essere capace
di stimolare una democraticità autentica; e, dunque una rappresentanza
sociale e politica che sappia ridare la parola a coloro cui viene
negata, i lavoratori, e sappia per questa via ritrovare il senso del
proprio agire.
Da tutto
questo è derivata la proposta, avanzata da Tortorella che presiedeva, di
una richiesta alle sinistre e all'Unione di radicare la discussione
programmatica sulla idea-forza che ispira la Costituzione italiana. E'
giusto contrastare il declino cui il centro-destra ha portato il Paese.
Ma questo non si può fare ripercorrendo le strade neoliberiste. Occorre
l'idea di uno sforzo comune che si basi sulla partecipazione consapevole
dei lavoratori per dare un senso all'azione delle sinistre e del
centro-sinistra, chiamare al voto e governare diversamente dal passato.
F.B
Roma 22
marzo 2005 |
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