"L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro"

 

 

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  Il 15 marzo: un convegno di successo  
 

 

       Il tema del rapporto tra Costituzione e lavoro, da gran tempo fuori dell'agenda politica, è stato riproposto da un incontro cui erano chiamati a riferire (per iniziativa delle Associazioni "Articolo uno" e "Rinnovamento della Sinistra") alcuni dei più forti specialisti della loro materia: un costituzionalista, Mario Dogliani, un sociologo, Luciano Gallino, un giurista del lavoro, Giovanni Alleva, uno studioso del lavoro e del mondo sindacale, Francesco Garibaldo. Ne è venuta una richiesta a tutti i partiti dell'"Unione" e in primo luogo a quelli che si dichiarano di sinistra perché concepiscano come asse della loro proposta al Paese la riscoperta di una civiltà "fondata sul lavoro", come recita la Costituzione italiana, e non sul potere assoluto del capitale finanziario e dell'impresa, secondo lo stravolgimento costituzionale in atto e secondo la costituzione materiale che si viene radicando anche in Europa ad imitazione del modello offerto dagli Stati Uniti.

 

C'è, nella deriva italiana, una responsabilità delle sinistre, a partire dalle più moderate, che, come ha chiarito Paolo Ciofi nella introduzione, hanno rinunciato esse stesse a fondarsi sul lavoro e che, anziché criticare le proprie insufficienze o  le strumentalità o gli errori nel modo di rappresentarlo, hanno preferito ignorare la necessità di una scelta netta nel conflitto di classe presente nella realtà sociale. All'origine del rischio di una tendenza neoautoritaria implicita nella riforma costituzionale, rischio sottolineato da Prodi, c'è innanzitutto questo scollamento dal lavoro.

 

La stessa giusta denuncia di Prodi - dice Dogliani - interviene, però, in una situazione già gravemente compromessa. Il metodo maggioritario spinge verso una dittatura della maggioranza e, dunque, la introduzione di quel metodo, come insegna la dottrina e la pratica democratica, doveva essere accompagnato dalle norme per evitare quel pericolo. Ciò non si è fatto. Non si è visto che il fondamento nel lavoro stabilito nell'articolo uno nasceva da un lato da una convergenza di posizioni, poiché tutte le maggiori forze fondative della Repubblica si proponevano di rappresentare il lavoro, dall'altro da un conflitto sul significato e sul modo di questa rappresentanza. La costituzione materiale cambia perché mutano le basi di fatto nei rapporti sociali, ma anche perché quelle forze che avrebbero dovuto mantenere aperto il conflitto democratico hanno attenuato o dismesso la propria volontà di promuovere la visione originaria della Costituzione. L'Italia si è così ridotta a diventare, e in parte già a essere, un Paese senza Costituzione, dove ogni avventura è possibile, comprese le più contrarie alle elementari norme della democrazia. Ricostruire un modello di riferimento sarà una impresa difficilissima, ma non perciò meno doverosa.

 

Sulle difficoltà torna Luciano Gallino esaminando la frantumazione del lavoro nel tempo del mercato unico mondiale. Una frantumazione non fatale, ma dettata dal criterio della massimizzazione del profitto o, addirittura, del mero valore degli indici del mercato borsistico. La svalutazione del lavoro è un processo materiale (le esternalizzazioni e, contemporaneamente, gli appalti interni alle stesse mura dell'impresa; la miriade di contratti precari diventati norma; le delocalizzazioni ecc.) ma è contemporaneamente il risultato di un assunto culturale: il primato dell'efficacia e dell'efficienza (a prescindere dalla asserita centralità della persona). Ma Gallino contesta questa pretesa giustificazione: sempre di più si dimostra che efficacia ed efficienza non si perseguono con il sistema del lavoro insicuro, ma con la stabilità, la competenza, la qualificazione.

 

Alleva ribadisce a proposito della destrutturazione del lavoro e del diritto del lavoro operato in Italia, che entrambi i processi vengono non da cause oggettive, ma da cause che hanno attinenza con il potere sociale, cioè con il prevalere di una parte sull'altra. C'era - si chiede Alleva - un eccesso di rigidità nei rapporti contrattuali e nella legislazione del lavoro tali da provocare un non dichiarato ma effettivo "sciopero del padronato"? Poteva essere un tema di discussione. Ma la rivendicazione e l'attuazione di un pieno potere padronale non ha certo generato soluzioni economicamente positive: al contrario, il declino si è accentuato grandemente. Dapprima per effetto di interpretazioni giudiziarie della legislazione considerata restrittiva poi a causa della legiferazione (iniziata dal centro-sinistra) si è avuta quella estensione del precariato le cui conseguenze incominciano ad allarmare non più solo i sindacati dei lavoratori, data la caduta della produttività. Dunque vi può essere anche un cauto ottimismo, dice Alleva: le contraddizioni pesano e cominciano a farsi sentire.

 

Ma non si può risalire la china così precipitosamente discesa, sostiene Garibaldo, senza il costituirsi di nuove soggettività capaci di risollevare le ragioni attuali del conflitto sociale e di interpretarlo politicamente. La situazione cui si è giunti è quella di cancellazioni di conquiste del lavoro iniziate un secolo e mezzo fa. C'è il ritorno del lavoro dipendente a pura merce, una "vaporizzazione dei diritti", una teorizzazione della società di "proprietari" in cui il lavoratore è concepito come proprietario della propria competenza, che si presenta da solo sul mercato. Il "potere di coalizione" dei lavoratori che ha caratterizzato l'età della crescita dei diritti è stata in larga misura infranta - a cominciare dagli Stati Uniti. Ma una nuova soggettività non può pensare di ripetere la strada leninistica: essa deve essere capace di stimolare una democraticità autentica; e, dunque una rappresentanza sociale e politica che sappia ridare la parola a coloro cui viene negata, i lavoratori, e sappia per questa via ritrovare il senso del proprio agire.

Da tutto questo è derivata la proposta, avanzata da Tortorella che presiedeva, di una richiesta alle sinistre e all'Unione di radicare la discussione programmatica sulla idea-forza che ispira la Costituzione italiana. E' giusto contrastare il declino cui il centro-destra ha portato il Paese. Ma questo non si può fare ripercorrendo le strade neoliberiste. Occorre l'idea di uno sforzo comune che si basi sulla partecipazione consapevole dei lavoratori per dare un senso all'azione delle sinistre e del centro-sinistra, chiamare al voto e governare diversamente dal passato.

                                                    F.B

Roma 22 marzo 2005

 
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Ultimo aggiornamento: 06-11-06.