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Parlando di economia

 
 

I signori della crisi

 
 

di Silvano Andriani da l'Unità del 23 agosto 2007

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È opinione diffusa che l’intervento delle banche centrali statunitense ed europea sia stato inevitabile per scongiurare il rischio di un collasso dei mercati finanziari, tuttavia, mentre resta incerta l’efficacia di tale intervento, non si possono sottacere alcuni paradossi dell’attuale situazione. Banche centrali che solo qualche giorno fa avevano sostenuto di ritenere ancora l’inflazione il pericolo principale, e quella europea aveva preannunciato un ulteriore aumento del tasso di interesse ufficiale, stanno ora immettendo massicce dosi di liquidità per evitare che i tassi di mercato a breve salgano eccessivamente per proprio conto e quella statunitense ha ridotto il tasso di sconto incurante dell’inflazione; banche centrali che avevano ripetutamente dichiarato di considerare positivo un processo di rivalutazione dei rischi che avrebbe risanato una situazione di eccessiva propensione al rischio ed alla speculazione, stanno ora offrendo una ciambella di salvataggio agli operatori più speculativi.

Più paradossale ancora può apparire il fatto che essendo l’eccessiva propensione al rischio stata alimentata da un eccesso di liquidità, le banche centrali stanno cercando di curare la malattia con la stessa causa che la ha provocata.
Se il problema delle banche centrali non riguarda tanto ciò che stanno facendo ora quanto ciòche non hanno fatto in passato, l’attuale crisi non può essere messa solo nel conto della politica monetaria, va valutata nel contesto di un tipo di sviluppo che è andato accumulando profonde distorsioni nell’economia mondiale che anche le autorità di vigilanza da tempo denunciano.

Se è vero, come sostenuto da Giavazzi e Giannini, che il processo di formazioni di un grande
mercato finanziario mondiale rende molto più facile agli operatori l’accesso al credito, il risultato è tuttavia un aumento enorme dell’indebitamento: a partire dalla grande ristrutturazione avviata da Reagan e Thatcher, e nonostante l’affermazione delle tesi delle "Stato minimo", il debito pubblico al livello mondiale è raddoppiato rispetto al prodotto mondiale; negli ultimi dieci anni è in corso un rapidissimo aumento dell’indebitamento delle famiglie, il complesso dei paesi anglosassoni che traina questo processo è enormemente indebitato verso il resto del mondo, ma il fenomeno sta estendendosi anche ad altri paesi ricchi,compresa l’Italia.
L’indebitamento della famiglie è alimentato anche dalla crescita delle disuguaglianze: coloro che perdono terreno nella distribuzione del reddito cercano di mantenere il passo nel livello dei consumi indebitandosi e coloro nelle cui mani si concentra la ricchezza la usano come leva per indebitarsi, mentre riducono l’avversione al rischio. Negli anni più recenti la crescita dell’indebitamento è stata alimentata da un eccesso di liquidità generato da due fattori. Il primo è la crescente esportazione di capitale dai paesi asiatici verso i paesi ricchi, soprattutto gli Usa. Ciò dipende dalla scelta di acquistare valuta estera per mantenere basso il valore della propria moneta e favorire le esportazioni, piuttosto che finanziare lo sviluppo delle grandi parti del territorio di quei paesi che restano escluse dai processi di globalizzazione e di sviluppo o di migliorare la condizioni del vivere civile. Ne risulta uno sviluppo il cui traino principale e rappresentato dai consumi della famiglie e dall’aumento della spesa pubblica dei paesi ricchi, alimentati da indebitamento in buona misura finanziato da paesi poveri.
Il secondo fattore è consistito nella enorme liquidità generata da politiche monetarie molto espansive, soprattutto della banche centrali giapponese e statunitense, in risposta alle crisi finanziarie ed immobiliari rispettivamente del 1989 e del 2001. Si ha un bel dire che l’innovazione finanziaria ha inventato strumenti per la distribuzione dei rischi che rendono i sistemi economici più stabili, la verità è che le crisi finanziarie ed immobiliari sono tornate ad essere un fenomeno ricorrente dell’economia mondiale come lo furono nell’Ottocento, fino alla grande crisi del1929 che pose fine a quella fase del processo di globalizzazione. Dopo il crollo di Wall Street del 1987, che trascinò tutte le altre borse, vi sono state, la crisi giapponese del 1989, quella messicana del 1994, quella del sud-est asiatico del 1996, quella russo-brasiliana del 1999 ed infine nuovo crollo di Wall Street nel 2001.
Tutte crisi che comportavano rischi di collasso del sistema finanziario mondiale a differenza di quelle argentina, turca o islandese. Sei grandi crisi, in media una ogni tre anni circa e non sappiamo se ora sia iniziata la settima.
Le crisi finanziarie sono diventate la forma principale di instabilità dell’economia mondiale al posto dell’inflazione. Anzi esse sono le conseguenze di una particolare forma di inflazione, che i dati ufficiali non registrano, poiché il formarsi di bolle speculative altro non è che inflazione di beni patrimoniali, immobili o azioni. La risposta delle banche centrali rivolta a contrastare gli impulsi deflazionistici provenienti da quelle crisi consistenti in politiche monetarie molto espansive, creando un eccesso di liquidità, possono gettare il seme della crisi successiva, anche perché così si alimenta negli operatori la convinzione che la banca centrale interverrà comunque a porre riparo alle loro avventure speculative.
I sistemi finanziari possono, con nuovi strumenti molto sofisticati, coprire i rischi, ma gli stessi strumenti possono servire per prendere rischi in misura esponenziale. Banche ed assicurazioni, in maniera crescente, non assumono direttamente i rischi, ma li vendono alla clientela.
La stabilità dei sistemi finanziari aumenta, ma non è detto che aumenti la stabilità dei mercati finanziari e di certo aumentano i rischi per la clientela che spesso non è in grado di valutarli e perfino di conoscerli data la grande complessità dei nuovi prodotti. Ora che le imprese finanziarie gestiscono la gran parte dei risparmi dei privati prevale la lotta per accaparrarsi la fetta maggiore della crescente torta assegnata al capitale nella distribuzione del reddito nazionale, spesso senza una corretta valutazione dei rischi.
Come interpretare altrimenti il fatto che gli hedge fund, cioè strutture altamente speculative, sono ormai, a livello mondiale, oltre novemila e che i loro soci principali non sono più ricconi desiderosi di associarsi ad avventure finanziarie ritenute lucrose, ma sono diventate banche e compagnie di assicurazione, che puntano ad aumentare i rendimenti sottraendosi alle regole ed ai controlli delle autorità di vigilanza? Insistere oggi in atteggiamenti apologetici delle grandi virtù della finanza appare semplicemente ridicolo.
D’altro canto la evidente incapacità mostrata, ieri di fronte ai grandi fallimenti societari tipo da Enron o Parmalat, dalle grandi società di certificazione a valutare correttamente i bilanci ed oggi dalle grandi società, di rating a valutare correttamente il grado di rischiosità dei prodotti venduti ai risparmiatori dovrebbe far considerare conclusa la illusione dell’autoregolazione dei mercati.
Per tornare alle banche centrali, il problema è che esse hanno fatto ben poco per cambiare questo stato di cose e non limitarsi ad intervenire quando le crisi esplodono. E questo nonostante gli inviti pressanti provenienti soprattutto dalla Banca Internazionale per i Regolamenti e dal Forum per la stabilità finanziaria a considerare le crisi finanziarie come il problema principale, a contenere l’asset inflation, a prevenire le bolle speculative tenendo conto del forte collegamento che esiste tra la loro formazione e l’eccesso di indebitamento privato, a porre sotto controllo l’uso dei prodotti derivati. La Federal Reserve se ne è finora lavate le mani e la Bce, anche se ha ammesso che il problema esiste, non ha finora fatto granché.
Il fatto che le crisi finanziarie possono determinare pesanti conseguenze sui risparmiatori e sull’economia reale, come dimostrato dai casi giapponese e del sud-est asiatico ed in passato dalla crisi del 1929, dovrebbe indurre il potere politico ad occuparsi del funzionamento dei mercati finanziari. C’è tuttavia nel tipo di sviluppo che è venuto affermandosi un aspetto che dovrebbe richiamare l’attenzione: nella generalità dei paesi avanzati la crescita della domanda interna è possibile solo a condizione di un crescente indebitamento pubblico e privato, che poi è alla base della instabilità.
Questo chiama in ballo il modello distributivo, non solo la sua equità, quanto la sua funzionalità rispetto alle esigenze di sviluppo e tira in ballo la politica economica. Se la risposta non può essere quella di una semplice rincorsa salariale e richiede la riconsiderazione del complesso dei meccanismi che determinano la distribuzione del reddito fra ceti sociali e fra generazioni, continuare ad affermare, come si faceva un secolo fa, che il problema è la crescita e non la distribuzione è semplicemente privo di senso.
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Ultimo aggiornamento: 06-11-06.