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Se si
guarda alla sua complessa e multiforme attività accademica e anche
extra-accademica, non si può certamente definire il prof Pietro Ichino
un ‘nullafacente’, e siamo certi che – anche per il rispetto che merita – se
(per assurdo) venisse un giorno praticata la sua proposta,
nella pubblica amministrazione presso la quale opera nessuno lo indicherà
mai come tale, né egli sarà mai costretto ad indicare un collega meritorio
di quell’appellativo, e di essere dunque cacciato in sua vece. Anche se
stentiamo a credere che il prof Ichino non veda, fra i suoi colleghi (e,
come è eticamente doveroso, a partire da sé) chi, in quella specifica
pubblica amministrazione, potrebbe fare di più e meglio
Stabilito dunque che non è certo di lui e dei suoi colleghi docenti
universitari che, in particolare, qui si vuole parlare, vediamo piuttosto
di che cosa parla Ichino e, soprattutto, di che cosa si parla, in generale,
quando ci si riferisce alla pubblica amministrazione.
In
primo luogo, sarebbe ora di parlare di pubbliche amministrazioni (al
plurale, insomma) anche per aiutare i tanti che ne parlano a recuperare
almeno un po’ di terreno rispetto a coloro che almeno un po’ ne sanno:
quanti sanno, infatti, che i ministeriali e affini (insomma statali e ‘parastatali’,
come si dice ancora oggi) sono 316.816 (dato ufficiale del 2001:
v.successiva nota 3) su più di due milioni e mezzo di pubblici dipendenti,
oltre un milione dei quali è costituito dai docenti e dal personale delle
scuole di ogni ordine e grado, delle università e dei centri di ricerca,
compreso dunque il prof. Ichino e i suoi colleghi?
La
‘vulgata’ sull’impiegato pubblico ‘nullafacente’ sembra invece proprio aver
preso a modello (ingiustamente, ma non incomprensibilmente) quei 316.816 (il
12,5% del totale) che costituisce da sempre il banale stereotipo del
‘mezzemaniche’ ottocentesco, per simbolizzare l’idea sbagliata ma
interessata di una pubblica amministrazione indifferenziata che
costituirebbe un mero costo sostanzialmente improduttivo e una remora alla
‘modernizzazione’ del Paese. Modernizzazione che, peraltro, dovrebbe
naturalmente consistere nella crescente estensione delle aree di
liberalizzazione e di privatizzazione dei sistemi pubblici, i quali si
presentano come un mercato ricco e protetto dalla competizione globale, su
cui punta con crescente avidità un sistema imprenditoriale e manageriale
piuttosto straccione e provinciale, un «capitalismo senza capitali»
incapace di investire sulla qualità e in cerca, piuttosto, di rapidi e
ingenti accumulazioni finanziarie. Dai ‘furbetti del quartierino’ alle
vicende recenti delle autostrade e di Telecom - fatte le dovute e
consistenti differenze - il saldo finale è purtroppo sotto gli occhi di
tutti: l’Italia è sempre più marginale nei settori strategici sui mercati
mondiali e priva di politiche di sviluppo e industriali in grado di poter
contare su moderne forme dell’intervento pubblico, grazie anche ai vincoli
prodotti dagli orientamenti e dai provvedimenti schiettamente liberisti
dell’UE.
È in
questa temperie che si sta accentuando un concentrico attacco ideologico
rivolto contro il sistema e il lavoro pubblico e, quindi, non solo
contro i diritti del lavoro pubblico, ma contro le tutele sociali universali
che solo un sistema pubblico democraticamente partecipato e politicamente
regolato - e protetto dalle invasioni barbariche del mercato - può
garantire.
Un
attacco che non nasce oggi, ma – è bene ripeterlo - con l’assedio
neoliberista e mercatista guidato dal ‘pensiero unico’ dilagato negli ultimi
quindici anni.
Gli
effetti, nelle pubbliche amministrazioni, ci sono già da tempo e sono
consistenti, al punto che si può dire (ma pochi ne hanno l’esatta
percezione) che è nel sistema pubblico, ormai, l’epicentro delle forme di
precarizzazione del lavoro e – grazie alle ‘esternalizzazioni’
(privatizzazioni) di funzioni pubbliche spesso anche strategiche - della
universalità e dell’efficacia dei pubblici servizi stessi.
Difendere e qualificare il lavoro pubblico nel sistema delle funzioni
pubbliche, è dunque un dovere ormai indistinguibile dalla difesa, dalla
qualificazione e dall’estensione del diritto di tutti i cittadini
all’accesso universalistico a servizi pubblici efficaci.
Non sembra
andare nella giusta direzione, purtroppo, il recente Disegno di legge
governativo S772 (depositato in Senato) recante: Delega al governo per il
riordino dei servizi pubblici locali,
nel quale – fatta salva la «proprietà
pubblica delle reti e degli altri beni pubblici strumentali all’esercizio,
nonché la gestione pubblica delle risorse e dei servizi idrici» (in doveroso
omaggio al punto conquistato non senza fatica nel programma dell’Unione), si
può leggere un incondizionato peana levato a favore dell’esclusivo
‘affidamento a gara’ dei servizi, mentre la possibilità per gli Enti locali
di ricorrere non solo alla gestione diretta ma persino ad una Spa
interamente pubblica (prevista dall’art. 113 del Testo Unico degli Enti
locali) è giudicata come una «involuzione del processo di riforma»
attraverso il quale il vecchio governo (di centro-destra!) avrebbe
sostanzialmente «operato un vero e proprio ritorno al passato, lasciando
solamente come opzionale l’affidamento a gara del servizi».
Che
fare, dunque?
Sembra necessario muoversi almeno su due piani fra loro strettamente
connessi.
-
Continuare ad impegnarsi con crescente determinazione e crescenti
convergenze operative – nella politica, nella società, nelle istituzioni -
perché maturi nella cultura politica, sociale e di governo la
consapevolezza della centralità e del valore degli spazi pubblici (e del
lavoro pubblico) a garanzia dei diritti universali nel lavoro e nella
cittadinanza. Vanno in questa giusta direzione varie iniziative già in
cantiere. Per brevità si possono solo citare qui l’imminente lancio
(Firenze, 7 ottobre) della raccolta di firme a sostegno di una legge
d’iniziativa popolare dal titolo: Principi per la tutela e la gestione
delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico,
e la ‘campagna europea’ (e italiana) per i servizi pubblici
promossa sia dai sindacati europei delle pubbliche funzioni (Fsesp)
aderenti alla Confederazione Europea dei sindacati (Ces)
sia dalle associazioni e dai movimenti in occasione del recente Forum
Sociale Europeo (Atene, maggio 2006).
-
Valorizzare e qualificare la centralità del lavoro pubblico, a partire
dall’impegno di lotta contro la precarietà - che porterà decine di
migliaia di lavoratrici e lavoratori, di rappresentanti e militanti di
movimenti ed associazioni, tutti insieme a Roma il 4 novembre prossimo
- e dal sostegno alla giusta posizione assunta dai sindacati confederali
delle lavoratrici e dei lavoratori del pubblico impiego che rivendicano
dal governo non solo l’avvio, finalmente, del confronto sui contratti da
mesi scaduti, ma l’istituzione di un Tavolo per un «Patto per il lavoro
pubblico», fondato su un approccio finalmente innovativo: disponibilità
dei sindacati a contrattare processi di mobilità concordati a fronte
dell’avvio della stabilizzazione del lavoro precario e di un’effettiva
lotta agli sprechi e alle disfunzioni nella spesa delle pubbliche
amministrazioni, in opposizione a politiche indiscriminate di tagli e
riduzioni sia dei diritti nel lavoro che dei diritti dei cittadini.
In
conclusione, qualunque iniziativa tendente a contrastare la ‘vulgata’ e le
misconoscenze intenzionalmente diffuse a piene mani attorno alla vera natura
del sistema e del lavoro pubblico sarà preziosa, nel prossimo futuro.
Anche «Articolouno», se vorrà, potrà dare il suo importante contributo.
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