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L’esigenza di una
sinistra nuova nasce anche da qui: dalla necessità di contrastare sul
terreno politico-culturale- sociale una subalternità al capitale e
all’impresa che già sta producendo un’involuzione di portata storica in
termini di diritti e di democrazia. All’interrogativo indicato sopra, e che
è opportuno porre senza infingimenti, si può dare risposta non abrogando la
Costituzione, ma rinnovando la Repubblica mediante la costruzione di una
sinistra nuova che faccia asse sul lavoro. Anzi, si può con certezza
sostenere che questa sinistra nuova trova nella prima parte della
Costituzione i riferimenti decisivi, e straordinariamente attuali, per la
definizione di un suo programma fondamentale.
Al sovversivismo
globale del neoliberismo di destra non si risponde con il liberismo
temperato, e tanto meno con il neocentrismo liberale alla Blair, andato
anch’esso in crisi. Ma non si può rispondere neanche con una guerra di
posizione sulle vecchie trincee del movimento operaio. E neppure con la
difesa statica dei principi costituzionali, pur straordinariamente moderni.
Perciò, alla domanda del che fare, si può dire che c’è bisogno di una grande
innovazione innanzitutto sul terreno culturale, capace di riqualificare e di
ridefinire, muovendo dalla Costituzione, i grandi principi di uguaglianza e
di libertà nelle condizioni del nuovo secolo e nella dimensione europea, con
l’obiettivo di rilanciarne il modello sociale. Per dirla in breve, è giunto
il momento di una vera e propria controffensiva culturale-ideale, che
recuperi e rilanci il valore del lavoro sociale e la funzione del pubblico,
anche per salvare il mondo dalla guerra e dal degrado ambientale.
Ma la dimensione
culturale-ideale non basta. Una soggettività politica che pesi nella società
nasce solo se è in grado di dare risposte anche ai bisogni materiali degli
uomini e delle donne in carne ed ossa, di innervarsi nella quotidianità
senza rinunciare a obiettivi di trasformazione. Insomma, se è in grado di
sperimentare una nuova pratica politica, che eviti il doppio rischio
dell’astrattismo predicatorio e del concretismo senza sbocchi, entrambi
incapaci d’intaccare la sostanza del sistema di potere. Perciò sarebbe
necessario agire in sinergia dall’alto e dal basso. Soprattutto, mi pare
essenziale, in questa fase, sperimentare nuove pratiche politiche e di
movimento nei territori, che aggreghino forze, indichino obiettivi concreti,
costruiscano vertenze e forme di alleanze tra lavoro e sapere, in modo da
spezzare le rigidità e il verticismo della politica tradizionale facendo
avanzare un protagonismo nuovo.
L’idea di fondo è
quella della ricomposizione unitaria del lavoro in tutte le sue forme
stabili e precarie, del lavoro industriale e agrario, della tecnica e della
scienza, della scuola, dell’informazione, dei servizi. Un’operazione
difficile e di lunga lena, in cui non si può sottovalutare l’importanza
delle forme della politica e dell’assetto della democrazia. Gramsci ci ha
insegnato che, al dunque, i partiti politici sono una nomenclatura delle
classi sociali. Ma ci ha anche avvertito - contro ogni visione
meccanicistica e finalistica della storia - che la sovrastruttura culturale
e ideale della società, cui la politica appartiene, non è un semplice
“riflesso” passivo della sua struttura. Al contrario, essa svolge una
funzione attiva essenziale nel determinare gli assetti economici e gli
equilibri sociali.
Dunque, ritengo
che in questa fase, proprio per affrontare i nodi strutturali della nostra
economia e della nostra società, e anche per dare all’Italia una prospettiva
sicura come nazione nella dimensione europea e mondiale, in primo piano
vengano i nodi della democrazia e del sistema politico. La necessità di una
sinistra nuova, innervata sulla rappresentanza del lavoro subalterno e
dipendente si situa esattamente in questo crocevia. Ma la questione
democratico-istituzionale assume oggi un rilievo speciale anche per altre
ragioni.
Innanzitutto, perché il
riconoscimento del lavoro come fondamento della Repubblica attribuisce ai
lavoratori e alle loro lotte una dignità e una legittimità formali che
altrimenti non avrebbero. Viceversa, la cancellazione della prima parte
della Costituzione renderebbe tutto più difficile e segnerebbe la vittoria
definitiva del modello anglo-americano. E poi perché - ed è questo, a mio
parare, un passaggio cruciale nella costruzione di una sinistra nuova -
dentro il disegno costituzionale di democrazia, di libertà e di uguaglianza,
è segnato il percorso della trasformazione in senso antiliberista e
socialista della società italiana.
E’ un aspetto, questo,
che merita di essere ampiamente discusso contro ogni sottovalutazione, anche
perché una sinistra nuova non può rifarsi a modelli vecchi e fallimentari.
Ad est è finito nel disastro il cosiddetto “socialismo reale”, ad ovest si è
esaurita nel neoliberismo la spinta propulsiva della socialdemocrazia. In
tale contesto, e in una prospettiva storica, mi appare sempre più nitido il
valore generale della pratica e della cultura politica del comunismo
italiano, fondato sulla democrazia politica, sulle lotte di massa e sulla
partecipazione come mezzi per la trasformazione della società. E’ un
patrimonio che va recuperato e criticamente valutato in questa fase,
allorché, insieme alla sperimentazione di una nuova pratica politica dal
basso, c’è bisogno di un’elaborazione non congiunturale intorno ai
fondamenti, che allarghi il proprio sguardo all’Europa e alla condizione dei
subalterni e degli sfruttati nel mondo.
Paolo Ciofi
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*Questo
saggio di Paolo Ciofi verrà pubblicato sul prossimo numero di “Mondo
Nuovo” edito da La Città del Sole.
I titoli dei capitoli sono
di questa edizione online |
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