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Anche Berlusconi e quell’insieme
di comportamenti e sentimenti denominato berlusconismo non sono una semplice
anomalia italiana, ma un effetto collaterale, o meglio la versione
tipicamente nazionale, del processo globale. La mezza vittoria ottenuta dal
centro-sinistra nelle elezioni politiche è stata attribuita agli errori
macroscopici commessi nella fase finale della campagna elettorale. Ma
questi, a loro volta, derivano da un’analisi insufficiente del fenomeno
Berlusconi, sempre in bilico tra la demonizzazione e la sussunzione dentro
le regole dello Stato di diritto. In buona sostanza, è stato derubricato il
sovversivismo movimentista dell’ultramiliardario, il cui fine ultimo è
rovesciare l’assetto democratico-costituzionale uscito dall’abbattimento
della dittatura fascista per costruirne un altro a sé confacente.
Si tratta di un obiettivo
organico alla globalizzazione capitalistica, che deve eliminare, per essere
pienamente vincente, tutti i condizionamenti e i limiti posti nel Novecento
agli “spiriti animali” del capitale. L’autonoma e libera rappresentanza
politica e sindacale del lavoro in primo luogo, e poi i vincoli istituiti
dagli Stati nazionali, ossia i presupposti dello Stato di diritto. Perciò,
come è stato giustamente osservato, oggi la globalizzazione si presenta
prima di tutto come un gigantesco processo di subordinazione del lavoro al
capitale, che oggettivamente confligge con i principi regolatori della
Repubblica democratica, fondata sul riconoscimento pieno della dignità del
lavoro.
Il sovversivismo
berlusconiano consiste precisamente nel rovesciamento dei principi di
uguaglianza e libertà costituzionalmente riconosciuti. Il fondamento del
lavoro, che definisce il patto tra gli italiani, viene sostituito dalla
stella polare della ricchezza e della proprietà, che dovrebbe illuminare il
cammino di ogni individuo. Nella sua attività politica e di governo, il
Cavaliere ha già sostituito il lavoratore cittadino cardine della
Costituzione con il proprietario cittadino. E in nome della proprietà e del
denaro sovverte l’ordine esistente. Con ciò egli identifica se medesimo in
un diverso ordine simbolico e materiale, che propone come modello di
un’altra società.
Il berlusconismo è un
processo profondo promosso da un plurimiliardario eversivo che è anche il
più grande pubblicitario del mondo. Siamo in presenza di una nuova forma di
cesarismo mediatico che crea consenso, che pratica una feroce lotta di
classe ponendosi al di sopra delle classi, e che perciò agisce su una vasta
e composita area sociale. In altre parole, il sovversivismo berlusconiano si
incontra con un consenso di massa. Ma il berlusconismo non si scalza col
buonismo comportamentale, o con la legittimazione formalistica che lo
sussume nelle “regole”, giacché la sua natura è proprio la rottura delle
regole. C’è bisogno, invece, per recuperare almeno in parte la sua base di
massa, di rinnovare i principi fondamentali di uguaglianza e di libertà,
riempiendoli di contenuti nuovi, e mettendoli a confronto con le reali
condizioni di vita di milioni di donne e di uomini.
In proposito, un’analisi
pertinente è quella di Rodotà su la Repubblica del 24 maggio, che
collega il tema della libertà e dell’uguaglianza alla condizione reale del
lavoro e alla precarietà dei lavoratori, per denunciarne la “regressione
paurosa”. Al fondo del berlusconismo c’è l’esaltazione della disuguaglianza
e la mistificazione della libertà: libertà del proprietario come godimento
della ricchezza; libertà dell’impresario come dominio incontrastato sul
lavoro; libertà del lavoratore di vendere liberamente la propria la propria
forza-lavoro. E’ l’idea, semplicemente reazionaria e presentata come
innovazione a beneficio del capitale, che il massimo di libertà appartenga
all’individuo solo, che si presenta nudo sul mercato come Adamo nel paradiso
terrestre, privo delle protezioni sociali, spogliato del contratto
collettivo e di un sistema di rappresentanza.
Da una parte, la piena
libertà dell’impresa. Dall’altra, la totale subalternità del lavoro. Dunque,
la cancellazione dei diritti e di storiche conquiste dei lavoratori. In
queste condizioni lo scontro sulla validità della contrattazione nazionale,
sulla gestione dei tempi di lavoro e sulla democrazia, cioè sul diritto di
chi lavora di decidere sul proprio destino di lavoratore, assume un valore
che va al di là dell’ambito sindacale. Analogamente alla questione decisiva
della precarietà, qui entriamo nel campo dei diritti fondamentali, che
attengono all’uguaglianza e alla libertà. Vengono attaccati i diritti dei
lavoratori. Dunque, in discussione - bisogna dirlo con nettezza e senza un
filo di retorica - sono i fondamenti della Repubblica democratica. Per la
stessa ragione, e anche questo bisogna affermarlo con chiarezza e senza
retorica, ha grande importanza e un significato simbolico di valore generale
il contratto nazionale strappato dai metalmeccanici al prezzo di una
difficile lotta. In qualche modo, è un segnale in controtendenza.
Ma se nel sistema
politico attuale la centralità del lavoro (cioè del lavoratore cittadino
riconosciuta dal nostro ordinamento) non ha rappresentanza, d’altra parte si
riscontra un’oggettiva convergenza tra le istanze del berlusconismo e quelle
del sistema delle imprese per lo meno su un punto cruciale, a proposito del
quale si è espresso senza equivoci anche Montezemolo: la centralità - non
solo economica, ma culturale, sociale e politica – del capitale, ossia delle
imprese medesime. Il governo è già un campo di battaglia, perché la
Confindustria vuole imporre le sue scelte. Ed è significativo il fatto che
il capo degli industriali, nella recente assemblea di Roma, adombri con un
linguaggio soft ciò che Berlusconi aveva già detto brutalmente a
Parma nel 2001, vale a dire che la Costituzione della Repubblica non tutela
adeguatamente l’impresa e perciò va cambiata.
La questione attraversa
gli opposti schieramenti. Su questa linea è Il Riformista. E il
Corriere della sera si schiera rozzamente quando, per la penna dell’ex
direttore Ostellino, propone il seguente sillogismo. Siccome la merce lavoro
è il cardine del liberalismo, e siccome viviamo in un’economia di mercato,
il lavoro non può essere un diritto, bensì - appunto - una merce. Ma poiché
la Costituzione dichiara che la Repubblica è fondata sul lavoro, ciò
significa che la nostra Carta è solo un pastrocchio illiberale, da cambiare
nella sua interezza. Segue una tirata d’orecchi al “riformista” Napoletano,
il quale nel suo messaggio al Paese si era permesso di affermare che “il
valore del lavoro come base della Repubblica democratica, chiama più che mai
il riconoscimento concreto del diritto al lavoro”. E infine, l’appello
esplicito al Presidente perché si metta mano alla “riforma” anche della
prima parte della Costituzione.
Nessuno a sinistra ha risposto in modo adeguato a questa forma di
revisionismo costituzionale che attacca esplicitamente i fondamenti. E che
non riguarda la storia, ma i principi cui la società deve essere conformata.
Si ha l’impressione che si sia perduta la nozione del rapporto stretto che
intercorre tra la concreta condizione di vita delle persone e i principi
fondanti che determinano la loro posizione nella società. E’ vero che la
Costituzione, proprio per i principi innovatori che contiene, è sempre stata
un terreno di lotta. Ma oggi, a differenza del passato, si presenta un
interrogativo che non può essere rimosso. Ha senso una Repubblica fondata
sul lavoro, in assenza di una libera e autonoma rappresentanza politica del
lavoro? Può vivere una Repubblica che proclama il lavoro come suo fondamento
e poi lo cancella dal sistema politico?
>>>segue
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*Questo
saggio di Paolo Ciofi verrà pubblicato sul prossimo numero di “Mondo
Nuovo” edito da La Città del Sole.
I titoli dei capitoli sono
di questa edizione online |
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