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La vittoria è stata esigua,
ma ora che Prodi ha cominciato a muovere i primi passi dopo la fiducia è
venuto il momento di porre esplicitamente il problema: qual è il posto che
il lavoro occupa nell’impianto politico-programmatico del governo di
centro-sinistra? E’ un nodo decisivo per la tenuta della coalizione, un tema
che interessa milioni di persone, donne e uomini, giovani e anziani, cui va
restituita dignità e fiducia, senza di che l’appello alla ripresa
dell’Italia suona falso e gonfio di retorica. Certo, decisive saranno le
azioni concrete, ma non meno importanti sono l’approccio, il punto di vista
da cui il governo muove. In breve, l’ispirazione di cultura politica da cui
le scelte operative discendono.
Se, dopo le elezioni del 1996, il primo governo da lui presieduto aprì al
strada all’istituzionalizzazione della precarietà con il famigerato
pacchetto Treu, oggi Prodi sembra rovesciare quell’impostazione dando
priorità alla stabilità dei rapporti di lavoro attraverso il superamento
della legge 30, che del berlusconismo è una delle espressioni più alte e
deleterie. Anche l’assenza di Treu dal governo è un segno positivo. Dunque,
come per la pace, anche in materia di lavoro, Prodi ha lanciato un segnale
di discontinuità positiva, rafforzato dal no alla politica dei due tempi e
dal sì all’equità fiscale, da realizzarsi attraverso una lotta coerente
all’evasione.
Non siamo in presenza di un capovolgimento del modello sviluppo che ha
guidato l’economia e la società per lo meno dagli anni 80, e che imporrebbe
la doppia valorizzazione del lavoro e dell’ambiente per un recupero della
centralità della persona umana fondato su un’interazione a tutto campo tra
lavoro e sapere, bensì di un compromesso tra sinistra e centro volto a
riparare i guasti più vistosi prodotti da Berlusconi e dal berlusconismo,
con l’obiettivo di restituire all’Italia un ruolo comprimario sulla scena
europea e mondiale.
Il limite del governo non sta tanto in questo compromesso, quanto piuttosto
nella separatezza della politica dalla società, nella sua
autoreferenzialità. E nella trasformazione dei partiti in oligarchie,
espressioni di un coacervo di interessi tenuti insieme dal potere del
leader. In assenza di un’autonoma rappresentanza politica del lavoro, le
numerose e significative presenze di esponenti di provenienza sindacale ai
vertici delle istituzioni dello Stato e nel governo sono un significativo
fatto nuovo, ma anche, al tempo stesso, un indice della crisi della politica
e della frantumazione del lavoro. Proprio su questa debolezza della
politica, e sul suo deficit di rappresentanza sociale, si esercita la
pressione delle forze economiche dominanti.
La maggioranza di governo potrà reggere e dare corso al suo programma di
discontinuità se resterà compatta, cioè se reggerà il compromesso tra centro
e sinistra. Perché ciò si verifichi sono necessarie almeno due condizioni:
sul piano politico, che a tutte le componenti del governo venga riconosciuta
pari dignità; sul piano sociale, che altrettanta dignità venga riconosciuta
al lavoro, secondo il dettato della Costituzione. I principi costituzionali,
in particolare per quanto riguarda il fondamento del lavoro, non possono non
essere i punti di riferimento del nuovo governo. Ma il dato nuovo, al quale
prestare massima attenzione, è che proprio su di essi si sta concentrando il
fuoco amico proveniente dal fronte interno al centro-sinistra.
Lasciamo andare Il Sole-24 ore, che ci spiega ogni giorno come e qualmente
contro i “massimalisti” bisogna far prevale i “riformisti”, o meglio “i
presìdi di un riformismo vero”, identificati in Tommaso Padoa Schioppa (“una
scelta di assoluta garanzia”), Pierluigi Bersani (“interprete genuino di una
sinistra fattiva”), Enrico Letta (“una garanzia per il futuro”), Francesco
Rutelli (“idee fresche e spinte innovative”), Giuliano Amato (“una presenza
di straordinario rilievo”). E che si domanda sconsolato: “Perché non è stata
riservata una casella per Tiziano Treu?” Qui l’interesse di parte
(capitalistica) è addirittura smaccato, e il governo, per iniziativa di lor
signori, è già diventato un campo di battaglia.
Ma anche il Riformista non scherza, quando per la penna del suo direttore
sentenzia che no, “l’immigrazione non è questione di solidarietà. Il flusso
di manodopera è una componente organica, strutturale, del moderno mercato
del lavoro”. Ben detto, direttore: prima viene il mercato e poi la persona.
In altre parole, il lavoro (e anche il lavoratore) è solo una merce. Per un
riformista (se la parola ha ancora un senso), questa è una rivoluzione, anzi
una controrivoluzione. Infatti, come ci spiega una delle firme più
autorevoli del Corriere Piero Ostellino, - e qui veniamo alla sostanza vera
del problema - la merce lavoro è il cardine del liberalismo.
Chiarisce l’ex direttore: siccome viviamo in un’economia di mercato, il
lavoro non può essere un diritto, bensì - appunto - solo una merce. Ma
poiché la Costituzione dichiara che la Repubblica è fondata sul lavoro, ciò
significa che la nostra Carta è solo un paradosso illiberale, e perciò
bisogna cambiarla. Seguono rimbrotti a Napolitano: “Lei dice che ‘il valore
del lavoro, come base della Repubblica democratica, chiama più che mai il
riconoscimento concreto del diritto al lavoro’ ”. Ma se il lavoro è una
merce, questa è una patente contraddizione. Di più: “Lei definisce
‘precarietà’ ciò che nelle economie aperte è la fisiologica flessibilità del
mercato del lavoro. Una contraddizione in termini”. E poi la conclusione:
“Di fronte a tali contraddizioni (…), non le pare, caro Presidente, sia
venuto il momento di mettere mano anche alla riforma della prima parte della
Costituzione”?
E così siamo venuti a sapere in modo chiaro ciò che da tempo qua e là
traspariva tra il detto e il non detto, ossia che lo scontro sulle politiche
del lavoro coinvolge nella sostanza il fondamento stesso della Repubblica,
la natura della nostra democrazia. E che il cambiamento della seconda parte
della Costituzione viene usato come grimaldello per far saltare in nome del
libero mercato anche la prima. Una ragione in più per impegnarsi a fondo
nella prossima campagna referendaria. Ma anche per valutare con attenzione
la fase che si apre con la formazione del governo, e la natura dello scontro
in atto. Il partito democratico? Il tema vero è la riforma della politica. E
dunque l’esigenza di una sinistra che si radichi nella società, soprattutto
nelle forme diverse e articolate del moderno mondo del lavoro.
Paolo Ciofi |
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