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E’
difficile comprendere le ragioni per le quali, in questo momento, la
sinistra non riesca mettere al centro della sua iniziativa politica
sulla crisi economica l’obiettivo del blocco temporaneo dei
licenziamenti. In verità si tratta di una proposta avanzata da molti in
più di un’occasione, a partire dalla Fiom e da Rifondazione comunista.
Ma nessuno ne ha fatto la questione centrale e immediata da cui far
discendere un insieme di iniziative che riguardano il futuro
dell’economia italiana e la vita di migliaia e migliaia di lavoratrici e
lavoratori.
Perché l’obiettivo diventi reale, sarebbe necessario
assumere un’iniziativa legislativa in Parlamento e nel paese che vada in
questa direzione. E che, naturalmente, non riguardi solo il lavoro a
tempo indeterminato, ma comprenda anche la proroga, per un eguale
periodo di tempo, di lavori a termine e delle diverse tipologie di
lavoro precario. Per la sinistra, quindi, si tratterebbe di cercare
interlocutori nell’opposizione parlamentare e di avviare la raccolta
delle firme su un disegno di legge d’iniziativa popolare. La Fiom lo ha
fatto per quel che riguarda i temi della democrazia sindacale e del voto
dei lavoratori sui contratti, ma non ha pensato che, contemporaneamente,
lo si potesse fare anche per il blocco temporaneo dei licenziamenti.
Si tratterebbe di una misura immediata che
risponderebbe a un’esigenza fortemente sentita di fronte al dilagare
della disoccupazione, e che assumerebbe in pari tempo un valore più
generale e un grande significato di portata nazionale per tre principali
ragioni. Innanzitutto, agevolerebbe la generalizzazione della lotta per
la difesa dell’occupazione uscendo dalla logica del caso per caso
(ognuno per sé e Dio provvede…). Si porrebbe così fine a
quell’interminabile processione al Ministero dello Sviluppo cui
assistiamo giorno dopo giorno, e
a quelle innumerevoli trattative spesso senza costrutto in cui sono
impegnati i lavoratori di migliaia di aziende in procinto di perdere il
posto di lavoro, per collocare il tema della difesa dell’occupazione
fuori dalla dimensione aziendale e nell’ambito di una scelta di politica
economico-sociale di carattere generale.
In secondo luogo, tale obiettivo avrebbe un valore
politico evidente, in grado di entrare nel vivo dello scontro in atto
tra la destra e lo schieramento democratico nel suo complesso intorno
alla difesa e all’attuazione della nostra Costituzione, indicando uno
degli sbocchi politici possibili al dettato costituzionale che vuole la
nostra Repubblica fondata sul lavoro. Infine, può essere il punto di
partenza di una politica che faccia del lavoro e della sua
valorizzazione la principale risorsa di una prospettiva di riconversione
e di rilancio dell’assetto industriale e produttivo del paese.
All’obiezione di chi potrebbe sostenere che il blocco
temporaneo dei licenziamenti sarebbe un elemento di rigidità di fronte
alla necessità di avviare una politica di
riconversione industriale in vista di un cambiamento del
modello di sviluppo, si potrebbe rispondere che, per
perseguire un tale obiettivo, non è necessario ricorrere alla mobilità e
ai licenziamenti, ma si potrebbe utilizzare la cassa integrazione, a sua
volta trasformata in un ammortizzatore sociale a carattere universale.
E’ sotto gli occhi di tutti che l’industria nel
nostro paese è particolarmente a rischio. Il pericolo che, alla fine di
questa lunga e difficile crisi, l’Italia risulti un vero un proprio
deserto dal punto di vista industriale è meno remoto di quanto qualcuno
possa pensare. Tra gli anni ottanta e novanta il nostro paese ha messo
una pietra tombale sull’informatica e la chimica fine; oggi la Fiat si
internazionalizza e sembra voler abbandonare la produzione di automobili
in Italia al suo destino; il “made in Italy” che si è avvantaggiato
della svalutazione della lira all’inizio degli anni novanta oggi è
insidiato dalla concorrenza dei paesi emergenti; con la crisi dell’Italtel
e di altre aziende dello stesso tipo, viene
messo in discussione anche il settore dei servizi avanzati al
sistema delle telecomunicazioni.
E’ necessario che da sinistra si reagisca a questo
stato di cose. E, anche se è del tutto evidente che la soluzione a
questi problemi sta in una politica economica e industriale a dimensione
europea, è importante che ci sia chi, a partire dal lavoro, faccia
intendere che non è disposto a subire passivamente l’ulteriore
ridimensionamento della base produttiva del paese, che sarebbe destinato
così a imboccare la strada di un irreversibile declino.
Paolo Ciofi e
Piero Di Siena
Pubblicato dal
manifesto il 14 febbraio 2010
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