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Adesso, dopo l’assemblea alla Fiera di Roma, il Pd è una
pagina bianca tutta da scrivere. Perché, nonostante gli sforzi di firme
illustri per dimostrare che il progetto era ottimo e il suo inventore non
all’altezza, le dimissioni di Veltroni sono la conseguenza e la prova
provata della fragilità e del fallimento del suo progetto, annunciato come
l’unica, vera operazione “riformista” con basi di massa mai tentata nella
storia d’Italia. Lo dimostrano i fatti, e anche il discorso di Franceschini,
molto distante dal manifesto del Lingotto dell’ottobre 2007.
In effetti, il “sogno” veltroniano
non si riduceva alla pura alternanza di governo, come ha ripetuto l’ex
segretario nel giorno dell’addio. Era qualcosa di più e di più complesso.
Era l’idea di un “riformismo” ispirato al modello americano, orientato alla
cancellazione della sinistra e incardinato sul bipartitismo rappresentativo
degli interessi dominanti, che esclude per definizione dal sistema politico
l’autonoma e libera rappresentanza delle lavoratrici e dei lavoratori
eterodiretti. Dunque, una «Grande riforma», «una vera e propria rifondazione
democratica», ovvero una compiuta «rivoluzione liberale» come ha tradotto
Bettini, volta al superamento del patto costituzionale che fonda la Repubblica
sul lavoro.
Proprio nel momento in cui in America si è aperta una
riflessione non effimera sulle disfunzioni di quel modello, qui si è
proposta un’ “innovazione” di sistema che s’incontra con quella
su cui lavora Berlusconi perché ad
essa è parallela e speculare. In sostanza è l’idea di una politica fondata
sulla centralità dell’impresa e tutta interna al potere di comando del
capitale, nell’alternanza di quelli che lo stesso Veltroni ha definito un
«capitalismo agonistico» e un «capitalismo solidale». A questo scopo
dovrebbe servire un partito neoborghese, nei contenuti moderato e centrista:
il Pd appunto, che è «riformista ma non di sinistra», come ha dichiarato
l’ex segretario a El Pais e come
abbondantemente ha dimostrato la pratica politica di questi mesi.
Non per caso il discorso del Lingotto, che doveva dare il
soffio della vita al Pd, è stato esaltato dal
Corriere e dal
Sole-24 Ore, che ha osservato
come finalmente si sia completata la «svolta borghese» dei postcomunisti:
«E’ stata un’operazione di metabolismo politico di ingredienti che finora
erano stati parte del sogno berlusconiano», ovvero del «mito del successo
imperniato sul denaro». «E’ come se Veltroni avesse intercettato le spore di
questo mito e le avesse sistemate in un ordine diverso».
Ma è proprio questo “sogno” che non ha retto alla prova.
Innanzitutto perché l’ancoraggio al liberal-liberismo (sia pure mite ma non
tanto), esattamente nel momento in cui il medesimo liberal-liberismo viene
additato come detonatore della crisi verticale del capitalismo, ha finito
per produrre contraddizioni laceranti
dentro il Pd. Come si è visto di fronte alle iniziative di lotta e agli
scioperi promossi dalla Cgil, che però non hanno trovato il sostegno
ufficiale del partito. Una scelta del resto prevedibile, dal momento che
l’ex segretario aveva enunciato il principio secondo cui «se l’economia va
male, non ci può essere giustizia sociale».
In secondo luogo perché l’idea di un superamento delle
culture fondative della Repubblica, come la comunista (del Pci, per la
precisione) e la cattolico-democratica facendo ricorso a operazioni
plebiscitarie che mettono il partito al servizio di un capo e non il
contrario, si è dimostrata disastrosa, subalterna e distruttiva di ogni
principio. Soprattutto sui temi della laicità, della libertà dell’individuo,
delle scelte di fine vita, come insegna il caso Englaro. Ma se le culture di
riferimento e gli ideali non sono contrattabili come i programmi e i
ministeri, allora sorge il dubbio che ex democristiani ed ex comunisti forse
possono stare insieme in un governo, difficilmente in un unico partito.
Inoltre perché la borghesia italiana, in assenza di una
forte spinta del movimento operaio e di una adeguata rappresentanza politica
delle lavoratrici e dei lavoratori, si è dimostrata nei suoi gruppi
dirigenti ancora una volta miope, priva di una visione veramente nazionale
ed europea, dedita al suo meschino interesse di classe e piuttosto incline a
calpestare regole e contenuti della democrazia, come è avvenuto nei passaggi
decisivi della storia d’Italia. Nel merito, le posizioni della Confindustria
puntualmente documentate da questo giornale costituiscono oggi un’aggravante
della crisi.
Ma non solo. Alla resa dei conti, i maggiori
rappresentanti del capitalismo italiano convergono con Berlusconi proprio
nel momento in cui il capo del governo ha cominciato l’assedio manovrato ai
fondamenti della Repubblica e ai principi della Costituzione. Altro che il
ritorno alla prima Repubblica perché Berlusconi si appoggerebbe allo stesso
blocco sociale della vecchia DC, come ci fanno sapere fior di commentatori
che pretendono di guardare avanti con la faccia rivolta all’indietro. E’
invece la prova, dopo il fascismo, di un’ulteriore fallimento della
borghesia come classe dirigente, che carica la sinistra di una nuova e
inedita responsabilità, da esplorare fino in fondo.
Infatti, appare sempre più evidente che questo Paese è
destinato a un irreversibile e doloroso declino se non si pone mano, con
tempestività e determinazione, alla costruzione di una autonoma e libera
rappresentanza politica del lavoro del XXI secolo: da valorizzare non solo
come forza produttiva fondamentale della ricchezza della nazione, bensì
anche come fattore costitutivo della personalità e dell’incivilimento
sociale, oltre che come basamento dell’uguaglianza e della libertà. Ma non è
certo rivangando il passato, con datate operazioni di stampo blairiano
denominate socialdemocratiche nella sostanza liberiste e centriste, che si
può costruire il futuro.
Paolo Ciofi
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