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I lavoratori della Innse hanno
lanciato un segnale forte che dobbiamo raccogliere contro la
svalorizzazione e la distruzione del lavoro (inteso come abilità
manuali, conoscenze tecniche, patrimonio culturale accumulato), che è
una caratteristica di fondo della cosiddetta transizione italiana. E
che, nel pieno di una crisi che accelera tutte le tendenze negative
preesistenti, sta portando il Paese ai confini del decadimento e della
dissoluzione dell’unità nazionale.
Se gli operai sono costretti ad arrampicarsi in
cima a un carro ponte per dimostrare che esistono e che vogliono
lavorare impedendo la distruzione della loro fabbrica, vuol dire che
questa società è malata. Di cosa parliamo, se non di un capitalismo
parassitario e distruttivo? E se la polizia di Stato viene schierata
contro chi difende la propria dignità e libertà secondo un diritto
costituzionalmente garantito, c’è poco da dire: è davvero allarme rosso
per la nostra democrazia. Sebbene liberali illustri non sembrano curarsi
di questo uso improprio della forza pubblica e del sistematico attacco
al diritto al lavoro che dura da anni. Come se tra questi ingombranti
dati di fatto e il degrado democratico del Paese non vi sia alcun nesso.
In verità, non è la prima volta
che gli operai sono costretti a stare sospesi sopra le nostre teste per
segnalare le loro presenza di uomini vivi, produttori della ricchezza
reale della nazione e dunque del nostro benessere. E quando allarghiamo
lo sguardo ci accorgiamo che la Costituzione della Repubblica fondata
sul lavoro è sempre stata un terreno di lotta. Nel secolo passato non
dimentichiamo i morti operai e contadini di Reggio Emilia, di Portella
della Ginestra, di Melissa e Montescaglioso, e altri ancora. Ma oggi la
situazione è ben diversa.
Il rovesciamento dei principi fondativi
dell’Italia repubblicana è ormai concretamente praticato da chi governa,
e le lavoratrici e i lavoratori dipendenti sono stati cancellati come
soggetto politico autonomo, aprendo una voragine nel sistema della
democrazia rappresentativa. Anche per questa ragione i lavoratori della
Innse vanno ringraziati. Autorappresentandosi e dandosi visibilità con
un gesto clamoroso che non danneggia nessuno, hanno squarciato
l’indifferenza delle forze politiche e l’oscuramento dei media, e hanno
portato alla luce la questione centrale di questa crisi.
Quale ruolo assegnare al lavoro, cioè alla classe
dei lavoratori dipendenti, alle donne e agli uomini che in cambio di una
retribuzione alienano le proprie capacità intellettuali, psichiche e
fisiche? E come aprire la strada a un diverso assetto socio-politico che
superi il paradigma attuale, costruendo per le generazioni presenti e
future una diversa prospettiva?
L’articolo uno della
Costituzione, esempio irraggiungibile di sobrietà e chiarezza nel vuoto
rotear di chiacchiere che ci travolge, in sole 24 parole compie una vera
e propria cesura storica con il passato del fascismo e costruisce in
pari tempo un ponte verso un futuro di uguaglianza e libertà, che deve
essere ancora percorso: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata
sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle
forme e nei limiti della Costituzione».
Da una parte il principio fondativo configura la
forma dello Stato e i contenuti della democrazia ponendo il lavoro anche
come fattore coesivo dell’unità nazionale, dall’altra esso si articola
in un fitta trama di diritti nuovi - i diritti sociali - che
oltrepassano i confini del vecchio Stato liberale promuovendo una nuova
cittadinanza. In altri termini, il fondamento del lavoro e il suo valore
normativo non è scisso dalla classe dei lavoratori (i “prestatori
d’opera” di antica memoria), e anzi ne sollecita il protagonismo anche
per impedire che il governo degeneri in arbitrio e tirannide.
I lavoratori-cittadini conquistano così il diritto
di organizzarsi liberamente nei sindacati e nei partiti perché ai nuovi
diritti sia data attuazione. E dal principio dell’indivisibilità dei
diritti civili, sociali e politici, deriva che l’organizzazione
sindacale è libera, come è libera l’associazione dei cittadini nei
partiti «per concorrere con metodo democratico a determinare la politica
nazionale». Dunque, non
più deleghe al sovrano (per casato o per censo), o a ristrette élites
politiche: la politica acquista essa stessa una dimensione sociale e di
massa. Proprio nella sintesi tra il sociale e il politico, che riconosce
nel lavoro l’idea-forza di una nuova civiltà ma anche la forza materiale
che trasforma il modello di società, risiede il carattere innovativo
della Costituzione, da mettere ancora a frutto anche in ragione delle
continue mutazioni del lavoro e del capitale.
In questo oscuro tempo di crisi non possiamo
buttare nel cestino un’ acquisizione di straordinaria importanza che
sorregge l’impianto costituzionale, vale a dire che una persona senza
lavoro non è titolare di un diritto umano fondamentale, e quindi non è
libera. Vi è qui il riconoscimento di una disuguaglianza di partenza tra
chi è proprietario degli strumenti di produzione e di comunicazione e
chi dispone solo delle proprie capacità intellettuali e fisiche, che è
costretto a vendere sul mercato. Questa sostanziale disuguaglianza fa sì
che la peculiare compravendita in cui si configura il rapporto di lavoro
non sia assimilabile ai contratti regolati dal diritto civile, che
presuppongono condizioni di parità tra i contraenti.
Quindi, perché siano effettivi i diritti del
lavoro e perché sia reale la libertà delle persone, sono indispensabili
altri strumenti di tipo istituzionale e normativo, culturale, sindacale
e politico. E proprio perciò, come osservava uno dei padri fondatori, la
Costituzione corregge lo stato di inferiorità del lavoro rispetto al
capitale, e il diritto di sciopero – che nella Carta ha «valore
pubblicistico» - bilancia il possesso dei «beni economici». Il lavoro,
dunque, come basamento dell’uguaglianza e della libertà e come fattore
costitutivo della persona, oltre che come forza produttiva fondamentale
dei beni materiali e immateriali.
Se in questi anni abbiamo
assistito a una generale e virulenta lotta di classe, su tutti i
terreni, del capitale contro il lavoro nel tentativo di rovesciare anche
formalmente l’impianto costituzionale, di cui il centro-destra è stato
artefice e protagonista, sul versante opposto il centro-sinistra ha
subito l’offensiva e anzi l’ha agevolata, avendo abbandonato il lavoro
come riferimento. Se Berlusconi dice che «ciò che va bene alle imprese e
agli imprenditori va bene a tutta Italia», Prodi, Veltroni e D’Alema non
hanno mai detto che il futuro e il presente dell’Italia risiede nel
lavoro sociale e nella sua valorizzazione, l’unica vera grande risorsa
di cui disponiamo. Si è
spezzato così il nesso tra il sociale e il politico, tra i lavoratori
dipendenti e la sinistra, per dar luogo a un bipolarismo istituzionale
socialmente consociativo, conchiuso nell’alternanza di governo tra due
pezzi della borghesia. Ma mentre il capitale dispiegava a tutto campo la
sua lotta di classe, i “riformisti” hanno alzato le mani dichiarando che
la lotta di classe era finita: le ragioni del lavoro sono state
inglobate negli interessi del capitale e nella cultura d’impresa.
D’Alema è stato molto chiaro: «Mai più un riformismo fondato sul lavoro
dipendente». E anche Veltroni: «Siamo riformisti, non di sinistra».
D’altra parte, sul versante alternativo, la teoria
delle “due sinistre” si è dimostrata in realtà un nobile abbellimento di
uno stato di fatto ben diverso, dal momento che l’una aveva abbandonato
i lavoratori dipendenti come riferimento sociale e l’altra non è mai
stata in grado di rappresentarli, e di costruire con essi un progetto di
rinnovamento dell’Italia. Nell’un caso e nell’altro, nonostante gli
sforzi pur generosi di Rifondazione, la politica ha assunto una torsione
istituzionalmente autoreferenziale. E forse proprio per questo la
Costituzione e il suo enorme potenziale innovativo non sono stati
veramente al centro dell’interesse delle “ due sinistre”.
Oggi non c’è dubbio che il passaggio decisivo
consiste nello spostamento del baricentro della politica dalle
istituzioni alla società. Muovere da un punto di vista di classe per
svolgere una funzione democratica e progressista nella dimensione
nazionale ed europea: questo è il problema. Se la politica separata dal
sociale si risolve in politicantismo o in puro tatticismo, proprio
l’organizzazione politica di classe dei lavoratori dipendenti,
rifiutando una visione totalizzante della società e dello Stato imposta
dall’esterno, ma proponendosi come parte che si confronta e lotta
democraticamente con altre parti, garantisce l’espressione di un vero
pluralismo sociale e politico.
In altri termini, la parzialità
dell’organizzazione politica del lavoro è il presupposto
dell’universalità dei diritti, e dunque dell’esercizio della libertà.
Ecco perché la Costituzione è una bussola di straordinaria modernità che
dobbiamo imparare a usare nella tempesta della crisi, anche per
orientare il cammino verso il superamento dei rapporti capitalistici di
proprietà. Perciò in
conclusione, riflettendo sulla lotta della Innse, avanzo due proposte.
La prima: che la sinistra assuma la Costituzione e l’applicazione
rigorosa dei suoi principi come riferimenti fondamentali nelle lotte d’
autunno. La seconda: che si lanci in pari tempo una campagna
d’informazione e formazione, per costruire una consapevolezza di massa
intorno alla portata innovativa e rivoluzionaria della Carta
fondamentale. Mettiamo, con la Costituzione, uno scudo e una spada nelle
mani di tutti i lavoratori italiani e stranieri che vivono in questo
Paese.
Paolo Ciofi
(articolo pubblicato anche come editoriale su
Liberazione dell'11 agosto 2009)
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