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Il prof. Salvati si dichiara di sinistra, come del resto - per quanto io ne
so - il prof. Ichino. Tuttavia, nella critica al congresso della Cgil, sta
più a destra di Luca di Montezemolo, di cui non conosco le preferenze
politiche ma che senza dubbio è il presidente della Confindustria, vale a
dire del sindacato di quelli che una volta si chiamavano i padroni. Se
Montezemolo si dichiara profondamente deluso soprattutto perché il
principale sindacato dei lavoratori si ostina a difendere una cosa “antica”
come il contratto nazionale, il professore di Cremona va più in là e accusa
la Cgil di egoismo, oltre che di un’inconcludente vacuità programmatica.
“La Cgil chiede, ma che cosa dà”? Il drammatico interrogativo, brandito come
una spada fiammeggiante contro quei premoderni senza patria seguaci di
Epifani, non lascia scampo. E la risposta è banalmente scontata, come si
conviene quando si ha che fare con chi non sa cosa sia l’interesse
nazionale: la Cgil prende ma non dà. A sentire il professore, sembra quasi
che i lavoratori siano i responsabili del disastro dell’Italia. E per
rendere ancora più chiaro il suo pensiero cita Kennedy: “Non chiederti
quanto il Paese ti può dare, chiediti quanto tu puoi dare al Paese”.
Questo monito severo rivolto a chi in questi anni ha sempre dato, cioè ai
lavoratori, e non a chi ha sempre preso (magari portando il malloppo
all’estero), cioè ai padroni, ai grandi capitalisti e speculatori, lì per lì
mi è sembrato un paradosso, figura alla quale spesso ricorrono i grandi del
pensiero. Ma poi mi sono chiesto: come mai un capovolgimento cosi clamoroso
della realtà? Forse il prof. ha chiesto asilo politico all’estero e oggi
vive nel Paese delle meraviglie? O forse, più semplicemente, galleggiando
tra l’autoreferenzialità della politica e quella dell’Accademia, non sa più
come vivono le persone in carne e ossa?
Certo è che se metti “l’impresa al centro di tutto”, come sostiene
Montezemolo, ti puoi anche dimenticare che dagli anni 80 ad oggi, nella
distribuzione della ricchezza nazionale, i salari sono scesi dal 60 al 40%
mentre sono aumentati simmetricamente profitti e rendite. Puoi anche
ignorare che i lavoratori dipendenti hanno sborsato migliaia di miliardi per
consentire l’entrata dell’Italia in Europa mentre i padroni delle imprese
hanno accresciuto a dismisura i loro patrimoni, spogliando l’Italia e
penalizzandola con l’assenza di investimenti. Puoi persino lodare la
precarietà del lavoro e i benefici della legge 30. E far finta di non sapere
che gli alti salari, oltre ad accrescere i consumi, sono uno stimolo potente
per l’innovazione.
E’ certo però che penalizzando il lavoro si è portata l’Italia al disastro.
Perciò ha detto bene Prodi. Dovrà finire la politica dei due tempi: prima il
risanamento, poi lo sviluppo. Perché non c’è risanamento senza sviluppo, e
perché la valorizzazione del lavoro è il fondamento di una diversa qualità
dello sviluppo. Del resto i lavoratori hanno già dato, e solo valorizzando
il lavoro si può tutelare davvero l’interesse nazionale. Anche per questo è
da apprezzare la linea con cui Epifani ha chiuso il congresso, rivendicando
l’autonomia del sindacato di fronte a un uomo di governo che non ha
dichiarato guerra alla Cgil come Berlusconi, e anzi l’ha abbracciata.
“Verificheremo – ha detto il segretario generale – atto dopo atto, mese dopo
mese, il rispetto degli impegni presi da Romano Prodi”. Ma bisognerà anche
verificare, e criticare, una cultura che identifica la modernità con lo
sfruttamento del lavoro, e che considera l’azione di governo come tutela
degli interessi esclusivi del capitale. E’ una cultura che ha già fatto
molti danni, e che anche nel futuro può solo penalizzare i lavoratori e il
Paese.
P.C.
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